Voto di scambio: i “pizzini” targati Asìa scoperti da Digos e Guardia di Finanza

Rifiuti, voti, assunzioni, subappalti. In un “pizzino” gli scandali Asìa

«Questo l’ho fatto assumere nel pubblico e vale cinque voti», «questo l’ho piazzato nel privato ma ha comunque una famiglia numerosa». «No, quest’altro no, lascia stare, che è un traditore…»: appunti riversati su un foglio formato “excel”, una sorta di bussola
in vista delle elezioni provinciali dello scorso 2009, quelle per il rinnovo del consiglio di piazza Matteotti. Grandi manovre, arrivano «bussate di porte». C’è una traccia: è un foglio sequestrato nel corso dell’inchiesta che punta a fare chiarezza sulla gestione di appalti e commesse pubbliche all’ombra di Asìa, la municipalizzata del Comune nata per gestire la raccolta rifiuti in città.

Meno di un mese fa gli arresti ai domiciliari di Corrado Cigliano (fratello del consigliere provinciale e comunale Dario) e del manager brindisino Giovanni Faggiano. Corruzione è l’accusa della Procura, che ha di recente depositato dinanzi al Riesame gli esiti delle ultime mosse investigative. Ipotesi di assunzioni pilotate, ma anche di stipendi versati per amanti e collaboratrici mai viste sul luogo di lavoro.

Poi i voti. È la traccia nel foglio depositato al Riesame, una sorta di schema riassuntivo che lascia intuire meccanismi clientelari grazie al fiume di denaro per la raccolta di rifiuti nell’area metropolitana. Inchiesta che regge al vaglio del Riesame, ora si ragiona proprio su quel foglio sequestrato da Digos e Guardia di Finanza.

Febbraio 2011, un blitz che va a buon fine, spunta il documento “excel”. C’è uno schema interpretativo per decifrare nomi, numeri e consigli: «Voti contro assunzioni».

Una ventina di nomi, operai assunti nella grande macchina della raccolta dei rifiuti, probabili destinatari di richieste di sostegno elettorale. Chi scrive l’appunto lo fa con cognizione di causa, tanto da compiere una distinzione netta per ogni lavoratore a cui chiedere voti: quelli assunti nella pubblica amministrazione e quelli invece raccomandati in aziende private, inesorabilmente legati al rubinetto delle commesse affidate in subappalto.

Chi sta nel pubblico – si legge nell’appunto – deve più voti rispetto a chi invece ha una posizione più precaria perché «sta in mano ai privati». Parola di chi sembra conoscere bene la macchina dei rifiuti.

Ma chi sono i protagonisti dell’inchiesta Asìa? Oltre ad Antonio Cigliano (accusato di un tentativo di condizionare le dichiarazioni di un potenziale teste d’accusa), dallo scorso aprile finiscono nella bufera il consigliere provinciale (e comunale) Dario Cigliano, 41enne esponente Pdl, il fratello 46enne Corrado (capocantiere di Enerambiente), ma anche Gaetano Cipriano, presunto factotum.

Appalti nel mirino. C’è uno schema triangolare a seguire le inchieste del pool guidato dall’aggiunto Gianni Melillo (con i pm Danilo De Simone, Giuseppe Noviello, Luigi Santulli, Paolo Sirleo, Ida Teresi): la municipalizzata Asìa che assegna subappalti a Enerambiente, poi alle ditte private San Marco (bloccata da una interdittiva antimafia) e Davideco, che interviene con manodopera e macchinari per svolgere un servizio essenziale per la vivibilità cittadina.

Scatole cinesi – nell’ottica della Procura – in un sistema di fatture ritenute gonfiate, assunzioni pilotate, soldi pubblici gestiti in modo discrezionale.

Lo scorso autunno qualcosa si inceppa. Arrivano assalti e incendi nel deposito di via De Roberto di Enerambiente, poi scattano arresti, tanto che il manager Davideco Salvatore Fiorito finisce in cella come regista dei raid. Decide di collaborare con la giustizia, poi alla sua voce si aggiunge quella di un altro potenziale teste d’accusa.

Dalla devastazione di via De Roberto, si passa a ragionare di soldi e possibili fondi neri: è il «tesoretto» della Davideco, da usare per tangenti o assunzioni imposte dalla politica. L’inchiesta lievita. Oggi, agli atti del Riesame spunta anche la storia di Kaori, una donna assunta per 1300 euro al mese senza aver mai messo piede in azienda. Sentita dagli inquirenti come persona informata dei fatti, ha minimizzato e ha ammesso di aver percepito lo stipendio per tre mesi in Davideco, ma la sua voce non è l’unica in questa storia di presunte raccomandazioni. Sulla sua assunzione ha parlato anche Fiorito, l’ex manager che sta collaborando con gli inquirenti: mi fu imposta la sua assunzione – ha spiegato – ma non l’ho mai vista in ditta, le ho pagato lo stipendio e non solo per tre mesi. (Leandro Del Gaudio, Il Mattino.it) 

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