Una visione multiprospettica delle eco-mafie e della criminalità politica-economica-massonica istituzionalizzata

Una visione multiprospettica dell’allarmante fenomeno <ecomafioso> e del controllo globale del territorio, da parte delle cd. organizzazioni <ecocriminali>, attraverso diffuse connivenze istituzionali, incentrata sotto il profilo dell’educazione alla legalità e della cittadinanza attiva. Ovvero, cosa possono fare in concreto i cittadini comuni per contribuire a costruire un modello di sviluppo planetario sostenibile, rivolto all’etica della persona e dell’ambiente.

 La relazione è stata presentata nell’ambito di “Eco-nomia, legalità e sviluppo sostenibile“, seminario promosso dall’Associazione centro culturale del Teatro delle Arti, Associazione Cultura e Scuola di Gallarate, Provincia Varese, in collaborazione con Sodalitas, Ingegneria senza Frontiere, Avvocati senza Frontiere, Libera, col Patrocinio del Politecnico di Milano, che si è svolto a Gallarate lo scorso 20-21 febbraio 2009. Un percorso formativo in ambito educazione alla legalità che vede da alcuni anni gli organizzatori impegnati a riflettere sulla contemporaneità novecentesca a ripartire dalle problematiche più di spicco del pianeta.

Introduzione.

Il suffisso “eco” – (dal greco oikos: “casa, abitazione”) - di ecomafia (o di altre parole composte) – nel dizionario della lingua italiana Devoto-Oli viene descritto come il primo elemento  nelle quali  significa: “abitazione, ambiente naturale“.

Si può quindi affermare che il termine “ecomafia“, di recente introduzione, costituisca una sorta di campanello di allarme per la società civile, indicandoci che abbiamo fatto entrare la mafia nelle nostre case e nel nostro habitat naturale, introducendovi le sue logiche perverse, il suo stile di vita, le sue leggi contrarie alla ragione e ai nostri veri interessi di cui spesso siamo inconsapevoli, divenendo involontariamente complici delle ecomafie.

 

Dal punto di vista fenomenologico, possiamo perciò affermare che la moderna definizione di “ecomafia”contraddistingue tutte quelle operazioni illecite a carattere speculativo, che hanno un impatto fortemente devastante sull’ambiente e la qualità della vita dei cittadini, poste in essere da mafie e reti criminali con laconnivenza <tacita o esplicita> degli stessi organi preposti alla repressione dei reati ambientali e delle istituzioni dello Stato, nonché della nostra società civile, incapace di generare una cultura contraria, basata sulla legalità e il rispetto dell’ambiente.

La parola ecomafia è dunque in buona sostanza un neologismo per indicare le stesse organizzazioni criminali che commettono reati arrecanti danni all’ambiente.

I ruoli giocati dalle mafie cd. “tradizionali” e dal colpevole silenzio della società civile e/o dal diffuso disinteresse ai reati ambientali sono quindi generalmente molto importanti nel garantire impunità, protezioni e sostanziale consenso intorno alle attività ecomafiose, che spesso fanno riferimento ad imprese private, amministratori locali e organismi di controllo corrotti, costituendo vere e proprie <reti ecocriminali> che proliferano all’ombra delle stesse istituzioni e Autorità governative (Stato, Regioni, Province, Comuni, Enti locali…), preposte al controllo del territorio e alla repressione dei reati ambientali.

Secondo il precedente Rapporto Ecomafia 2007 di Legambiente [1], il giro d’affari sarebbe stimabile in circa 23 miliardi di euro all’anno. [Vedi anche: Legambiente. "I traffici illegali di rifiuti in Italia. Le storie, i numeri, le rotte, le responsabilità, Roma, 2003]. [2].

Il fenomeno delle “ecomafie“, secondo il WWF[3] costituisce un paradigma della strategia della moderna criminalità organizzata e la presenza delle organizzazioni criminali non si manifesta più unicamente attraverso il compimento di delitti di sangue: i delitti cd. “strutturali” di queste organizzazioni sono oggi quelli, silenziosi, ovverosia quelli della penetrazione nell’economia e nel mercato. Come ha recentemente affermato il Procuratore Nazionale Antimafia Dr. Grasso, in occasione della presentazione del Rapporto Ecomafia 2008, “la mafia si inserisce in qualsiasi traffico, lecito o illecito, purché sia redditizio e consenta di investire il danaro guadagnato illegalmente”.

Quest’opera di inserimento nel mercato ha trovato in alcuni settori economici di rilevante ricaduta ambientale, come il ciclo dei rifiuti e l’attività edilizia, un terreno fertile. Le mafie hanno saputo approfittare della carenza nel nostro ordinamento di norme incriminatrici, della eccessiva mitezza di alcune delle sanzioni penali in materia di tutela dell’ambiente e dagli scarsi controlli da parte di regioni ed enti locali. Come per il delitto di associazione per delinquere, anche in quest’ambito ci troviamo di fronte ad una situazione di legalità variabile, che consente lo spostamento delle sostanze inquinanti e delle conseguenti attività criminali verso Paesi più accondiscendenti o, privi di disciplina sanzionatoria o, muniti di una disciplina più permissiva rispetto a quella di altre nazioni (come nel caso del carico di rifiuti elettrici ed elettronici approdati in Nigeria dal porto di Tilbury in Essex (GB) , di cui ha dato notizia la stampa proprio ieri, grazie agli attivisti di Greenpeace, di cui parlerò dopo a proposito della dimensione mondiale assunta dal fenomeno).

Le regioni italiane ove si registrano il maggior numero di reati a forte impatto ambientale sono nell’ordineCampania, Sicilia, Calabria e Puglia, ovverosia le stesse in cui sono presenti le principali organizzazioni mafiose italiane, ciò ovviamente senza escludere nella compartecipazione ai traffici ecomafiosi, le regioni del centro e nord Italia, ivi incluse note imprese a carattere nazionale ed extranazionale e politici facenti capo ai centri di potere istituzionale, legati agli apparati dei partiti e alla costruzione di grandi opere a forte impatto ambientale (porti, aeroporti, autostrade, ponti, centrali elettriche, eoliche, etc.). Come nel caso eclatante di pochi giorni fa della cd “mafia del vento“, di cui pure parlerò tra poco, che ha portato alla luce gli intrecci politico-mafiosi con insospettati imprenditori del nord-est – a dimostrazione del fatto che la mafia non è più da tempo solo fenomeno regionalistico) .

Secondo Legambiente, lo smaltimento illegale di rifiuti tossici o di <scorie nucleari> da parte di aziende che hanno ottenuto l’appalto per la loro depurazione, gestione e messa in sicurezza è considerato tra i più lucrosi e pericolosi campi di attività delle ecomafie.

Ma il business emergente su cui ha messo gli occhi la mafia è sicuramente oggi quello della cd <energia eolica>, da taluni non ritenuta priva di impatto ambientale, che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di ben 8 persone fra mafiosi, imprenditori, politici e burocrati, con l’accusa di “associazione mafiosa, corruzione e violazione delle legge elettorale“, nell’ambito dell’operazione denominata «Eolo» condotta da Polizia, Carabinieri e dalla Divisione Investigativa Antimafia di Palermo. 

UN ESEMPIO ECLATANTE: “LE MANI DELLA MAFIA SULL’EOLICO”.

Una mafia che non «non fa pagare il “pizzo’, ma che è vettore di attività produttive, quasi un volano dell’economia, catalizzatrice di alcuni settori produttivi», come affermato dal capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares.

Non si tratta delle solite denunce delle associazioni antimafia o supposizioni sociologiche  di esperti, politologi o esponenti della società civile, ma  quanto documentalmente emerso dall’inchiesta «Eolo» condotta da Polizia e Carabinieri che ha come detto portato giorni fa all’arresto di 8 persone fra mafiosi, imprenditori e politici con l’accusa di <associazione mafiosa, corruzione e violazione delle legge elettorale> nell’ambito di un’indagine partita dalla Procura di Palermo, che ha svelato un’alleanza tra imprese, malavita e politica per costruire centrali eoliche in Sicilia con affari da svariate centinaia di milioni di euro, riconducibile al superlatitante Matteo Messina Denaro

A finire in manette sono stati Giovan Battista Agate, 66 anni, fratello del boss di Mazara del Vallo, Mariano Agate, l’imprenditore mazarese ed ex assessore e consigliere comunale di Forza Italia Vito Martino, 41 anni, l’imprenditore Melchiorre Saladino, 60 anni, ritenuto vicino al super latitante Matteo Messina Denaro, l’architetto del Comune di Mazara, Giuseppe Sucameli, 60 anni, e l’imprenditore trentino Luigi Franzinelli, 64 anni, ex Segretario della CGIL del Trentino negli anni ‘90. Ai domiciliari, invece, sono finiti Baldassare Campana, 60 anni, responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo, l’imprenditore Antonino Cottone, 73 anni, gestore della «Calcestruzzi Mazara» e Antonio Aquara, 50 anni, imprenditore di Ottati in provincia di Salerno. Nell’operazione che ha congiunto la mafia del sud a quella dei colletti bianchi del nord sono stati impegnati oltre cento tra poliziotti e carabinieri, che hanno attraversato l’Italia, eseguendo arresti dalla provincia di Trapani (Mazara del Vallo, Marsala e Castelvetrano), Sala Consilina (Salerno),  sino al capoluogo del Trentino-Alto Adige nella nordica e morigerata città di Trento, medaglia d’oro al valor militare e sede del Concilio Ecumenico Vaticano II.

A riguardo, vi è da dire che un ruolo fondamentale al successo dell’operazione Eolo è stato svolto dalle intercettazioni telefoniche – che per fortuna ancora esistono – dalle quali è emerso che gli arrestati, a vario titolo, avrebbero consentito alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, il controllo di attività economiche, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia elettrica mediante impianti eolici, anche attraverso lo scambio politico-mafioso di voti.

Inoltre, con la complicità di pubblici ufficiali in servizio al Comune di Mazara del Vallo, avrebbero rivelato notizie sottoposte a segreto d’ufficio, riguardanti uno schema di convenzione per la realizzazione di un parco eolico a cura della società «Enerpro».

Il documento, spostato temporaneamente dalla cassaforte che lo custodiva, sarebbe stato reso noto agli amministratori della società concorrente «Sud Wind S.r.l.», affinchè quest’ultima potesse presentare una convenzione analoga, ma a condizioni più vantaggiose. Non solo. Tramite l’imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino, e con il concorso di altri pubblici ufficiali non ancora identificati, Vito Martino (prima da assessore, poi da consigliere comunale di Mazara del Vallo) e Baldassare Campana (nell’esercizio delle funzioni di responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo), avrebbero «costantemente e ripetutamente favorito la società Sud Wind srl nella stipula di una convenzione con il Comune di Mazara del Vallo – affermano gli investigatori – per la realizzazione di una centrale eolica per la produzione di energia elettrica, stabilendo una transazione corruttiva con Antonino Aquara e Luigi Franzinelli, rispettivamente amministratore unico e socio della Sud Wind S.r.l, ricevendo cospicue somme di denaro e autovetture di lusso».

Un altro dato significativo per mettere in luce come operino e si riproducano le reti illegali delle ecomafie, interconettendosi al tessuto sano della società civile, è che alcuni degli arrestati devono anche rispondere del reato di voto di scambio, perché in concorso con Josef Gostner, socio e procuratore speciale della società «Fri-El Green Power S.p.a.» di Bolzano, avrebbero pattuito di corrispondere un contributo di 30 mila euro a Vito Martino, candidato nella lista di Forza Italia alle elezioni regionali siciliane del 2006 (risultato poi secondo dei non eletti), senza alcuna deliberazione da parte dell’organo societario e senza l’iscrizione nel bilancio della società.

Dalle prime risultanze investigative dell’operazione ”Eolo” si possono quindi analizzare le dinamiche politiche e imprenditoriali che, in particolare, hanno spinto l’amministrazione comunale di Mazara del Vallo (ma anche altre amministrazioni locali) ad optare per un programma di progressiva espansione dell’energia eolica, al di là di ogni consapevole scelta in difesa del suo positivo impiego come energia alternativa, da taluni ritenuto non del tutto privo di impatto ambientale a livello paesaggistico. 

I boss pare avrebbero infatti controllato gli affari sull’energia alternativa, anche mediante l’affidamento dei lavori necessari per la realizzazione degli impianti eolici (scavi, movimento terra, fornitura di cemento e di inerti) per un affare di centinaia di milioni di euro ai quali si aggiungono, per la stessa entità, gli ingenti finanziamenti regionali di cui le imprese hanno beneficiato.

Il risultato più rilevante consiste nell’aver appurato che l’attività illegale di imprenditori, burocrati e politici avrebbe avuto un imprimatur mafioso, collegando a filo diretto la mafia di Mazara del Vallo ad insospettate S.p.A. del nord Italia, facenti capo ad imprenditori originari di importanti città del Trentino – Alto Adige, come Trento e Bolzano, che molti – anche tra gli stessi investigatori – ritenevano aree estranee all’infiltrazione mafiosa, dove, invece, esistono molteplici esempi di corruzione politico-istituzionale, non solo a carattere ambientale, del tutto sommersi, in particolare nel campo della speculazione edilizia e della mafia delle aste giudiziarie e dei fallimenti,  che coinvolgono la stessa magistratura, come denunciato proprio in questi giorni dallo staff di Avvocati senza Frontiere sul nostro giornale on linehttps://www.lavocedirobinhood.it/ [4] (un caso d’usura bancaria legalizzata dal Tribunale di Treviso che coinvolge le Procure di Trento, Trieste e Bologna, rimaste inerti a qualsiasi denuncia e attività investigativa, rivolgendo viceversa l’azione penale – per quanto attiene il Procuratore Capo di Trento – nei confronti della vittima dell’usura e del suo difensore, aderente alla rete di Avvocati senza Frontiere, ritenuti “rei” di aver denunciato alcuni magistrati in servizio presso il Tribunale di Treviso, peraltro già sottoposti all’esercizio dell’azione disciplinare da parte della 8° Commissione Referente del C.S.M., in relazione all’ipotesi di favoreggiamento di un Consulente Tecnico d’Ufficio del medesimo tribunale trevigiano che si è aggiudicato in asta deserta e a valore vile un immobile su cui gravano gli oscuri interessi del racket che controlla le vendite giudiziarie e i fallimenti). 

IL TRAFFICO ILLEGALE DI RIFIUTI

Un altro versante tradizionale dell’ecomafia è quello del ciclo illegale dei rifiuti. Fin dagli anni Settanta, le organizzazioni criminali di tipo mafioso, comportandosi come vere e proprie imprese attente ai settori economici più remunerativi, hanno colto l’enorme opportunità di guadagno che offre lo smaltimento dei rifiuti. Sono molteplici le materie oggetto del traffico: dai rifiuti solidi urbani ai rottami ferrosi contaminati, dai rifiuti radioattivi di prevalente provenienza ospedaliera alle sostanze ad alto contenuto tossico. Il traffico dei rifiuti è agevolato da meccanismi illegali ben collaudati, che prevedono la declassificazione fittizia dei rifiuti mediante la falsificazione dei relativi documenti di trasporto, la conseguente immissione nel circuito legale dei residui riutilizzabili, con l’invio nelle discariche, per lo più abusive, non idonee a ricevere tali rifiuti. In tal modo, grazie alla contraffazione delle bolle di accompagnamento, dove vengono registrati i dati qualitativi e quantitativi dei rifiuti, questi ultimi compiono apparentemente molta più strada di quanta non ne percorrano in realtà, raggiungendo discariche autorizzate a riceverli non nella loro veste originaria, ma dopo trattamenti in realtà non effettuati. Un’altra modalità diffusa per il traffico di rifiuti è quella delle cosiddette «carrette del mare», navi cariche di rifiuti pericolosi o radioattivi che vagano per i mari fino ad essere abbandonate su qualche costa dei Paesi in via di sviluppo, o che sono fatte affondare per ottenere i risarcimenti dalle compagnie assicurative.

BREVE CRONISTORIA SULLO SVILUPPO DELLE ECOMAFIE IN ITALIA.

I traffici delle ecomafie si sono sviluppati a partire dal 1982, quando è entrata in vigore la normativa sul trattamento dei rifiuti speciali.

Per la prima volta nel 1991 (“Operazione Adelphi”) vennero accertati reati di questo tipo commessi su larga scala. Sei imprenditori ed amministratori vennero condannati dalla Settima Sezione del Tribunale di Napoli per abuso di ufficio e corruzione. Vennero assolti, invece, dal reato di associazione mafiosa.

Dal 1994 è stato istituito l’”Osservatorio Ambiente e Legalità” ad iniziativa di Legambiente in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e nel 1997 è stato pubblicato il primo Rapporto Ecomafia dell’associazione ambientalista, che da allora ogni anno fa il punto sull’argomento.

Nel 1995 è stata istituita la “Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti”. Decine di azioni di polizia sono state condotte contro traffici di rifiuti, alcune riguardanti anche aree naturali protette della Liguria e della Toscana. E, segnatamente, tra le maggiori possiamo ricordare:

  • Operazione Eco, Campania, 1994-1996
  • Il caso “Pitelli”, La Spezia, 1996
  • Operazione Humus, Abruzzo, 1996
  • Operazione Ebano, Abruzzo, 1996
  • Operazione Cassiopea, Campania, 1999-2002
  • Operazione Ecoscalo, Abruzzo, 1999-2002
  • Operazione Falso Cdr, Lombardia, aprile 2001
  • Operazione Greenland, Umbria, febbraio 2002
  • Operazione Murgia violata, Puglia, aprile 2002
  • Operazione Econox, Calabria, aprile 2002
  • Operazione Banda Bassotti, Lombardia, 2002
  • Operazione Mar rosso, Sicilia, gennaio 2003
  • Operazione Re Mida, Campania, aprile 2003
  • Operazione Terra Mia, Campania, giugno 2004
  • “Rifiutopoli”, Forlì, 2004
  • Operazioni Madre Terra e Madre Terra 2, Campania, 2005-2006
  • Operazione Sinba, Toscana, ottobre 2005
  • Operazione Dry Cleaner, Campania, 2006
  • Operazione Green, Campania, 2006

Nonostante l’apparente attenzione al fenomeno e le attività di repressione e contenimento, secondo l’agenzia governativa Apat in Italia solo nel 1999 sono stati prodotti 72.5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui 23 milioni da industrie di costruzione e 4 milioni considerati rifiuti pericolosi. Legambiente ha stimato che nello stesso anno siano stati smaltiti illegalmente 11.2 milioni di tonnellate di questi rifiuti.

AREE DI SMALTIMENTO ABUSIVO

Il sud Italia è l’area dove la maggior parte di questi rifiuti vanno a finire, in particolare lungo le cosiddette “rotta adriatica” e “rotta tirrenica”, dal nord verso la Puglia e verso la Campania-Calabria. Parte dei rifiuti viene sotterrata in cave abusive, già oggetto di reati ambientali di escavazione. Nel nord Italia in più casi è stato accertato lo smaltimento di fanghi tossici come fertilizzanti in campi coltivati. Ma l’Italia è anchecrocevia di traffici internazionali di rifiuti, provenienti dai paesi europei e destinati in Nigeria, Mozambico,Somalia, Romania. Si ipotizza che l’omicidio di Ilaria Alpi sia riconducibile a inchieste che la giornalista stava conducendo su questo tema.

Occorre evidenziare che le «rotte delle ecomafie», riguardanti le attività del ciclo dei rifiuti, hanno assunto un carattere sempre più transnazionale. Non solo dall’Italia, ma da molti Paesi industrializzati come Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, partono ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti verso Paesi dell’Africa e dell’Asia, esportando così materiali che è troppo costoso o complicato smaltire sul proprio territorio nazionale. Inoltre, la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, ha verificato lo stretto legame esistente tra il commercio d’armi e il traffico illecito dei rifiuti. In Somalia, nell’area dell’ex Sahara spagnolo, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), in Mozambico è stata appurata l’esistenza di una vera e propria weapon connection, cioè della cessione, a fazioni in lotta, di armi pagate con la disponibilità di aree del territorio per lo smaltimento illegale di rifiuti.

ECOMAFIA E CEMENTO. UN ALLARME SOCIALE CHE TRAVALICA I CONFINI.

La relazione che intercorre tra ecomafia e ciclo illegale del cemento, secondo Chiara Tintori [5], ricercatrice presso la facoltà di Scienza Politica dell’Università di Bologna, conosce la sua origine nelle attività estrattive. La situazione più drammatica si registra in provincia di Caserta, dove già dal Rapporto Ecomafia 2003 si registravano circa 220 cave abusive. Altrettanto critica la situazione della provincia di Salerno, seguita da quella della Calabria. Sarebbe comunque riduttivo circoscrivere le preoccupazioni relative al ciclo del cemento al solo Mezzogiorno. È significativo, infatti, ad esempio, il dato che colloca il Lazio  sede del governo, di ministeri e Palazzi istituzionali -  al terzo posto tra le Regioni italiane per numero di infrazioni accertate, dopo Campania e Calabria, nonché il fatto che importanti inchieste giudiziarie hanno riguardato il Nord-Est, portando alla luce l’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere specializzata nei furti di sabbia sui fiumi Po, Adige e Brenta, anche in zone protette.

Dal punto di vista legislativo, non esiste nessuna norma che preveda esplicitamente il reato di «coltivazione» abusiva di cava, cosicché quest’ultima rappresenta il primo passo per compiere altre violazioni in materia ambientale, come ci ha dimostrato in maniera magistrale Roberto Saviano, in “Gomorra [6], un libro che tutti dovrebbero leggere per iniziare a comprendere il fenomeno della criminalità organizzata in Italia e non solo. Infatti, la cava diventa il luogo ideale dove smaltire rifiuti in modo illecito, far fluire illegalmente acque inquinate, installare abusivamente tralicci elettrici, e così via. Attualmente, esiste il pericolo che fenomeni di ecomafia strettamente collegati al ciclo del cemento conoscano un’ascesa parallela alla stagione di rilancio delle opere pubbliche.

LA DENUNCIA DI SAVIANO. DOV’È LO STATO?

Afferma Saviano: “Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza alcuna.”. “La forza assoluta dei cartelli criminali è l’edilizia. Il certificato antimafia. Ormai ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone (Sandokan) avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione mafiosa. Che ingenuità!”.

Il sistema economico legale ha bisogno del sistema economico illegale. Gli imprenditori legali hanno bisogno del “sistema” che procura manodopera a costo quasi zero. Anzi, non potrebbero sopravvivere senza di esso; dal mondo dell’alta moda alle fabbriche del nord-est che vogliono smaltire i rifiuti a basso costo e aggirando le regole antinquinamento.
E questo avviene non solo in Italia, ma nella stessa Europa e nel mondo intero.
Chi la sera sta al calduccio nella propria abitazione e pensa al TFR, agli aumenti di stipendio, alle vacanze, alla finanziaria, dovrebbe conoscere su cosa si basa il benessere al quale si è abituato.

Il titolo dell’opera di Saviano, che presenta assonanza con il termine “Camorra“, è tratto dal riferimento alla città di Gomorra che, insieme a Sodoma, sorgeva lungo le rive del Mar Morto e che fu distrutta, come ci racconta la Bibbia in Genesi, intorno al 1900 a.C, secondo il parere di recenti studi archeologici, quasi sicuramente a causa di eventi tellurici, e che viene presa a simbolo di una realtà degradata moralmente e socialmente, come la nostra, dove l’individuo non ha nessuna risorsa di sopravvivenza e di aiuto se non in se stesso. Saviano ci spiega come sia luogo comune pensare che la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la stidda, ecc. siano fenomeni locali, limitati a particolari regioni del sud Italia. Fenomeni dai quali la popolazione, trae alimento non solo materiale ma anche spirituale, mentale, culturale. Ma non è così. La criminalità organizzata è oramai diventata “il Sistema“, come viene chiamata dagli stessi camorristi, che si sono sostituiti allo Stato. Un sistema che supplisce all’assenza dello Stato e della legge, incapaci di offrire lavoro, cultura, civiltà, progresso, vera democrazia e giustizia, avvolgendo in una , spesso invisibile, tutta l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Un sistema fitto di collusioni, dove il limite fra lecito e illecito è impercettibile, quasi inesistente, specie a chi fa comodo non vedere o fingere di non capire. Un sistema che spende le sue carte vincenti puntando sul piano della crescita economica e della falsa libertà di mercato; carte truccate di fronte alle quali le istituzioni dello Stato cedono il passo alla camorra, incapaci di far prevalere i principi della legalità e del rispetto della vita umana.

Tutto si gioca sulla voluta assenza dello Stato e sulla capacità delle organizzazioni criminali di trasformare i proventi derivanti dal narcotraffico in posti di lavoro, alleanze e imprese legali, quali aziende agricole, casearie, edilizie, catene di negozi, supermercati, ristoranti, partecipazioni societarie, creando una vasta rete di relazioni, amicizie politico-giudiziarie, investimenti, anche all’estero, che gli consentono di fare concorrenza allo Stato assente.

A Parigi, durante il recente convegno contro le narcomafie, Roberto Saviano con il suo stile molto diretto ha posto una serie di domande semplici e inquietanti, lasciando i delegati europei incapaci di nascondere il proprio imbarazzo, nel tentativo di trovare una risposta: “La mafia é l’economia più grande d’Italia. E, sicuramente una delle più grandi d’Europa. Può la Francia rinunciare agli investimenti del narcotraffico?       Ed, ancora: “Le mafie fatturano 100 miliardi di euro l’anno nell’economia reale, può l’Europa rinunciare a questo denaro?“. Ed, infine, a proposito dell’emergenza rifiuti: “Sapete, di quel monte affari, quanto ne producono le Ecomafie? 18 miliardi e 400 milioni di euro annui.  Cosa nostra entra a pieno titolo nella gestione del ciclo dei rifiuti ed emerge la “multifunzionalità” del clan dei Casalesi, capace di spaziare dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dall’agricoltura al racket degli animali. Può l’Italia rinunciare a questo denaro?”.

Dopo la proiezione di “Gomorra” e la consegna allo scrittore della medaglia Città di Parigi per il suo “coraggio, impegno e talento“, al quale la capitale francese ha garantito la sua “protezione“, grazie anche alla Federazione internazionale dei diritti dell’Uomo e alla Unione italiana forense per la tutela dei diritti dell’Uomo, Roberto Saviano, ringraziando il Sindaco Bertrand Delanoe, ha affermato di essere convinto che “diritti umani e questione criminale sono sempre di più collegati, su scala globale, e lo saranno ancora di più in questi tempi di crisi economica”. “Il denaro delle organizzazioni criminali sta infatti entrando nei capitali delle banche perché la crisi ha abbassato la loro soglia d’attenzione. E questo sta alterando il mercato, il codice genetico delle banche. A rischio c’è un’economia sana, imprenditori e capitali sani”.

Ciò, mentre, aggiungiamo noi, usando i dati ufficiali, i morti ammazzati negli ultimi 20 anni, solo per faide di camorra, sono stati oltre 3000, di cui i media hanno dato in genere superficiali e asettiche notizie, parlando di meri regolamenti di conti fra clan, quando, invero, il problema sottostante, del controllo del mercato di droga, edilizia, traffico di armi, prostituzione, traffico di esseri umani e di organi, smaltimento di rifiuti tossici e veleni industriali, lavoro nero nei settori di abbigliamento, calzature e altri, inclusi i generi alimentari e il controllo dell’immigrazione clandestina, costituiscono un problema che riguarda tutti noi e l’intera comunità internazionale, in quanto tutti i proventi delle ecomafie vengono rapidamente riconvertiti in attività lecite e non che travalicano i confini nazionali, in holdings internazionali, capaci di creare lobbies politico-affaristico-mafiose, in grado di corrompere su vasta scala e di influire sulle scelte dei governi.

Solo i proventi del mercato della droga a Napoli, ci spiega Saviano, è un giro d’affari pari a ben 500.000 mila euro al giorno. Quasi 2 miliardi di euro l’anno. Si tratta di dati ufficiali, provengono dall’Eurispes che si riferiscono all’anno 2005. Tra i maggiori proventi delle ecomafie: “si confermano quelli legati all’ambito degli appalti dei lavori pubblici e delle imprese (17.520 milioni di euro), estorsione ed usura (13.520 milioni), prostituzione (5.104 milioni) e traffico di armi (4.774 milioni)”. Continua, cioè, il primato della ‘ndrangheta [le cui infiltrazioni da tempo si sono ramificate dalla Lombardia e Piemonte ai Paesi dell'Est Europa], “principalmente per gli affari legati al traffico di droga (22.340 milioni di euro), seguita da cosa nostra (18.224 milioni), camorra (16.459 milioni, alias 16 miliardi e mezzo) e sacra corona unita (1.999 milioni).”

Dal rapporto 1° semestre 2006 della DIA si apprende poi la conferma che: “Anche nel ciclo dell’illecito smaltimento dei rifiuti sono forti gli interessi della camorra che, frequentemente, vede coinvolti sia i produttori dei rifiuti – che in tal modo realizzano ingenti risparmi rispetto ai costi che comporterebbe l’osservanza delle norme poste a tutela dell’ambiente – sia i titolari dei siti di destinazione finale, discarica o centri di recupero ambientale. La conferma che si tratti di un’attività che vede la partecipazione anche di soggetti estranei alla criminalità organizzata è venuta, da ultimo, dall’indagine denominata “Green”, conclusa dalla DIA di Napoli nel gennaio 2006, che ha confermato i collegamenti tra esponenti criminali e taluni esponenti politici locali.”

Altro settore in forte espansione, oltre quello della droga, è l’usura, che si caratterizza per un pericoloso intreccio tra imprenditoria, politiche delle banche e criminalità organizzata. Il “sistema” pratica tassi d’interesse più bassi di quelli bancari, poi ti tiene legato alla sua catena fino a strozzarti comunque. Un’economia illegale nazionale pari al 10% del PIL. Valore: più di 100 miliardi di euro. 30 miliardi di euro solo per la camorra. Una manovra economica di “ampio respiro”, come da alcuni definita la recente finanziaria.

Ecco come le reti dell’illegalità organizzata hanno modificato le proprie strategie di azione, facendosi dapprima Stato nello Stato, occupando le istituzioni, soffocando la democrazia, eppoi internazionalizzandosi, globalizzandosi.

Una nuova criminalità, non più solo mafiosa ma politica, economica, istituzionalizzata, che ha saputo usare le leggi della politica e dell’economia, prive di regole etiche, imponendo la sua subcultura produttiva solo di morte, distruzione, miseria e sfruttamento, la quale se la società civile non sarà in grado intervenire, continuerà a prendere sempre di più piede, rafforzando i propri rapporti con la criminalità organizzata di tutto il mondo, dalla mafia americana a quella russa, albanese, rumena, cinese, turca, magrebina, nigeriana, sudamericana.

In tutto ciò ci domandiamo dov’è lo Stato? Chi controlla effettivamente il territorio? Perché si lascia che le mafie procurino lavoro ai giovani del sud nell’industria del crimine organizzato? Perché Saviano è costretto a vivere blindato e a trovare protezione in un altro Paese? Perché si costringe un intero Paese a non nutrire fiducia nelle istituzioni e i giovani di tante regioni depresse e quartieri degradati a non avere altra possibilità di scelta di vita, se non quella di imparare prima possibile ad usare pistole o Kalascnikov?

Giovani assoldati a 13, 14 anni e che a 17 sono già dei “capi zona”, pronti ad uccidere. Giovani violentati nell’anima fin dalla nascita. Giovani destinati ad entrare e uscire dal carcere o a morire ammazzati. Può, mai, questo essere definito un Paese civile?  

Con che faccia i politici di destra, centro e sinistra ci chiedono ancora il nostro voto?

Circa 50 consigli comunali sciolti a tutt’oggi in Campania per infiltrazioni criminali.
Tutti dati, grazie alla denuncia di Saviano, oggi, facilmente accessibili a chiunque – e, dunque, ben acquisibili da operatori finanziari, amministratori locali,
politici e magistrati, che ci auguriamo leggano, in particolare queste due ultime categorie a cui spetta il gravoso compito di legiferare e far rispettare la legalità, nell’interesse del popolo italiano e non del loro tornaconto personale o delle mafie e apparati di partito, attraverso cui fanno carriera.  Questo se vogliono veramente continuare a fare questo mestiere con onestà, smettendo di mettere la testa sotto la sabbia e smentendo il noto brocardo latino: “Pecunia non olet“.

Bibliografia:

1) “Rapporto Ecomafia 2007” (dal sito Legambiente è accessibile in rete l’introduzione).

2) Legambiente, “Rifiuti S.p.A. I traffici illegali di rifiuti in Italia. Le storie, i numeri, le rotte, le responsabilità”, Roma, 2003.

3) “Dossier WWF” – “Relazione sulle ecomafie” di Giacomo D’Alterio WWF Napoli Nord.

4)www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=157&titolo=PROCURE%20A%20DELINQUERE.%20DA%20TRENTO%20A%20BOLOGNA%20UN’UNICA%20VERGOGNA

5) “Aggiornamenti sociali, Ecomafia, Lessico Oggi”, giugno 2003, di Chiara Tintori.

6) “Gomorra”, Roberto Saviano, Mondadori Edizioni, 2006.

CENNI STORICI SULLE ORIGINI DELL’ECOMAFIA

La definizione di ecomafie come organizzazioni criminali è stata coniata per la prima volta da due cronisti de “La Repubblica” – tali Cianciullo e Fontana – che hanno pubblicato:   Ecomafia – I predoni dell’ambiente”[7].

L’ecomafia, secondo il Rapporto del WWF di Napoli [3], nasce in Campania nel 1989 con il patto di Villaricca (NA), presso il ristorante “La Lanterna”, dove si incontrano camorristi dei clan dei Casalesi e di Pianura, un noto massone amico dei politici locali e i proprietari delle discariche (come ad esempio l’Alma di Villaricca di proprietà di un tale di nome Avolio).

La camorra si sa come ogni altra azienda che voglia rimanere sul mercato si adatta ai tempi, si passa quindi, dalla fine degli anni ottanta agli inizi degli anni novanta dai delitti cosiddetti “strutturali” (omicidi, estorsioni, usura, racket, ecc.), al traffico di rifiuti e all’abusivismo edilizio, è questo per due ordini di motivi:

Il primo dovuto alla mitezza delle pene dei reati in materia ambientale (legislazione permissiva);

Il secondo, inv

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