Quando dopo il terremoto si affaccia il pericolo amianto.La situazione vergognosa dei terremotati del 1980 di Angri (Salerno)

Abruzzo. Irpinia. Belice.

Tre terre mosse dal sisma, nel modo più impietoso che possa esserci. Il terremoto che ti sorprende e non lascia scampo: spezza vite, distrugge case, edifici, monumenti. Distrugge. E troppo spesso lascia gravose eredità per chi resta, eredità che si dispiegano nelle lungaggini della burocrazia italiana. Tra i fardelli di cui le popolazioni colpite dal sisma devono farsi carico vi è quello della ricostruzione. Situazione post-terremoto: fare bilanci, “raccogliere i cocci” e armarsi di pazienza e fiducia nei governanti di turno. Questo occorre fare. Questo spesso occorre fare per anni o, ancor più, per decenni. Quando lo scempio della politica è eclatante ci si augura che prima o poi venga fuori e sia documentato: questo non sempre è possibile o, perlomeno, non immediatamente se si lotta con un nemico silenzioso. Lo attesta, ad esempio, il  per il terremoto de L’Aquila: «La popolazione delle aree terremotate in Abruzzo nell’arco dei prossimi venti anni sarà esposta al rischio di tumori dovuti all’inalazione di , che rischiano di diventare una seconda piaga».

L'Aquila

Ogni tanto le pagine di cronaca ci danno notizia di proteste per la costruzione infinita delle città abruzzesi. Flebili voci, sommesse spesso dall’opinione diffusa del “miracolo italiano”: la ricostruzione c’è stata, verrà anche il resto… Il resto? Oltre a macerie di ricordi e beni culturali, nelle macerie c’è anche amianto. Infatti, come rammenta il prof. Di Gioacchino, «sebbene l’impiego di questo elemento sia fuori legge in Italia dal 1992, tanti palazzi a L’Aquila, fra quelli che hanno registrato i crolli, hanno sparso moltissimo amianto nell’aria». L’allarme è stato lanciato di recente dal docente dell’Università di Chieti nel corso di un convegno  dedicato ai tumori professionali e agli infortuni sul lavoro e raccolto, per ora, da una parte politica. I radicali del  hanno riportato la questione in un’interrogazione parlamentare e , prima firmataria dell’interrogazione, ha chiesto al  e al  «quali siano gli intendimenti del Governo in relazione all’allarme lanciato dal professor Di Gioacchino e quali iniziative si intendano promuovere o adottare, a fronte di una così inquietante situazione».

L'Aquila

Oltre la rimozione in tempi brevi dei depositi di rifiuti speciali a cielo aperto è inoltre necessario intervenire sul fronte della prevenzione: occorre «lavorare per garantire diagnosi precoci», ammonisce Di Gioacchino. Preoccupazione giunge anche dalla voce del Presidente Legambiente AbruzzoAngelo Di Matteo: «Nelle macerie c’è veramente di tutto, un grande problema in particolare è rappresentato dall’amianto, una criticità presente anche prima del sisma, ma oggi ancora più acuta perché l’amianto frammentato e deteriorato è ancora più pericoloso». Di Matteo sottolinea anche il problema della mancanza in Abruzzo di una discarica autorizzata a stoccare amianto: «Tutto il materiale – ha chiarito – va a finire fuori regione. È arrivato il momento di individuare un sito per lo smaltimento, che dovrà essere effettuato con le migliori tecniche a disposizione».

Intanto il 23 novembre scorso è ricorso il trentennale dal sisma meglio noto come il “terremoto dell’Irpinia”. Una scossa di magnitudo 6,9 (scala Richter) sconquassò la terra campana, interessando ben 679 comuni di 8 differenti province tra Campania, Basilicata e Puglia.

Bipiani, quartiere di Ponticelli (Na)

«Lavorammmo moltissimo per la ricostruzione del post-terremoto di Napoli»: a dirlo è Leodegar Mittelholzer, l’ultimo amministratore delegato dell’, nel corso del maxi-processo a carico della multinazionale del cemento-amianto. A trent’anni dal disastro ancora si fa la conta dei danni, ancora si piange per «quella ferita per noi non si è mai chiusa», come riporta in una lettera indirizzata al Ministro dell’Ambiente l’Assessore alle Politiche Sociali della VI Municipalità di Napoli. É qui che sorge Bipiani, nel quartiere di Ponticelli: 123mila abitanti e abitazioni con tetti e pareti di coibendazioni di amianto.Una struttura che doveva servire per risolvere l’emergenza abitativa post-sisma, una struttura ancora in piedi a distanza di trent’anni e abitata da chi alternative proprio non ne ha. Qualche tempo fa si sollevò una voce di protesta: quella dei genitori degli alunni che frequantano la , a pochi metri dai Bipiani. Lamentavano il pericolo per quegli edifici ormai diroccati, sottoposti alle intemperie che facilitano il diffondersi nell’aria delle particelle di amianto. L’esposto è stato presentato alcuni anni fa all’autorità giudiziaria ma Bipiani ancora c’è.

E di amianto si continua a parlare anche nella , colpita dal sisma nel lontano 1968. A 42 anni è vivo il problema amianto: le ultime baraccopoli sono state smantellate nel 2007, dopo che due generazioni hanno vissuto tra le lamiere. Ad oggi però manca ancora una bonifica radicale del territorio ma un sito di stoccaggio in terra di Sicilia non c’è: l’unica discarica a Catania è in via di esaurimento e l’amianto va spedito in Germania. Ancora una volta l’Italia si appoggia ad altri, quell’Italia relegata tra le pagine di un libro o di un giornale, accusata di essere faziosa, accusata di essere l’immagine dell’Italia brutta che viene raccontata. Perchè ha la colpa di essere l’Italia che ancora esiste.

www.ambienteambienti.com/top-news/2010/11/news/ok-domenica-1411-insieme-a-voi-contro-l%E2%80%99amianto-17738.html 

Ma la storia del terremoto di amianto non finisce e si parla ancora di container. Un caso per tutti: Angri (Sa) – Largo Caiazzo, incendio del 26 agosto 2010, tre le abitazioni danneggiate, fatte di amianto. L’ ha solerte «posto in evidenza la necessità che l’amministrazione comunale cominci ai risolvere il problema dell’amianto sul nostro territorio mediante l’attivazione di procedure per la mappatura e la rilevazione dei siti interessati dal problema. Tuttavia, – recita un comunicato – a distanza di trenta anni dal terremoto del 1980 è visibile ancora la presenza di alloggi provvisori realizzati all’epoca del disastro per dare una sistemazione alloggiativa temporanea ai terremotati. I prefabbricati, in molti casi, sono stati ristrutturati, ma nonostante i lavori versano in condizioni a limite dell’agibilità»

Non sono purtroppo immagini di repertorio quelle che vi proponiamo, ma di una tanto drammatica quanto vergognosa attualità.

E tuttavia, sfogliando un giornale locale di Angri, Angri 80 (issuu.com/fattieparole/docs/mag2011) di tutto si legge ("Un centro polivalente nelle ex MCM per rilanciare il paese", "Angri cerca una classe dirigente per uscire dal guado", "Celle fittasi per week end di preghiera", "Inaugurazione statua don Enrico Smaldone", "E' nostra intenzione allargare la Zti a tutto il centro storico", "A Tibona la Violette angrese", "Mi impegnerò per una Chiesa unita vicina alla gente" etc.etc.) ma non un cenno, anzi il nulla più assordante sulla situazione perdurante da 31 anni dal sisma del 1980 riguardante ben 150 cittadini costretti a sopravvivere in fatiscenti prefabbricati contenenti il mortale amianto.

Sono già oltre 10 i morti per amianto sull'area prefabbricati da terzo mondo mentre l'amministrazione comunale di Angri latita nell'assegnazione di alloggi popolari più salubri e dignitosi a centinaia di cittadini.

Perchè il sindaco di Angri ed il nuovo vescovo diocesano che dice che il suo impegno pastorale sarà nello stile del Vangelo

non provano a cedere le proprie residenze ai 150 terremotati dell'amianto e a vivere loro stessi negli alloggi degradati di questi ultimi ? Sono forse cittadini di serie b per l'amministrazione comunale e la chiesa ?

Perchè la Magistratura ed i Carabinieri del NOE (Nucleo operativo Ecologico) non mettono sotto sequestro questi container colmi di detriti di amianto ?

Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia

 

P.S.

La sentenza emessa dal Tribunale civile di Asti, sull'occupazione di via Allende ci riempie di gioia e di legittima soddisfazione. Il giudice, infatti, chiamato a rispondere alla richiesta della proprietà, cioè del Ministero della Difesa, di rientrare in possesso della palazzina, ha rifiutato di ordinarne lo sgombero, come richiesto, ed ha voluto sentire le parti, giungendo alla sentenza odierna: in essa il dott. Perfetti  ha riconosciuto lo stato di necessità in cui si trovavano le famiglie al momento dell'occupazione; e non solo, ma anche “la concreta inoperatività degli strumenti sociali di ausilio legislativamente previsti”, cioè la mancanza di  offerta concreta di alloggi di edilizia popolare ...

Il giudice, accogliendo la tesi della difesa rappresentata dall'avv. Roberto Caranzano, ha ricordato, tra l'altro,  che  il diritto all'abitazione, tutelato dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo del 1948 e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, è strumentale ad altri diritti fondamentali dell'uomo, quali il diritto alla salute, alla privacy, alla sicurezza, alla famiglia; ha escluso da parte delle famiglie dolo o colpa, poiché ricorreva lo stato di necessità.

 

Come volontari di un'associazione che da anni si batte per il diritto all'abitare e che si trova quotidianamente a fronteggiare situazioni gravissime di lesione di tale diritto (e, nel contempo, deve registrare la fumosità, l'insussistenza di concrete offerte di soluzioni da parte delle istituzioni, perfino laddove vi sono  minori, handicap, anziani, malati), non possiamo non registrare con soddisfazione che finalmente una sentenza dia ragione del nostro operare e delle argomentazioni che da mesi presentiamo alle istituzioni preposte.

 

Finalmente non viene sfiorato il concetto di illegalità, tanto caro ai nostri amministratori, che  disattendendo perfino la legge regionale, non esitano a dichiarare esclusi da tutte le graduatorie di accesso alle case popolari chiunque abbia osato tutelare la propria famiglia, occupando un qualsiasi spazio pubblico sebbene, come nel caso in questione,  abbandonato all'incuria e al vandalismo.

 
https://www.altritasti.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1117&Itemid=56

Riteniamo che da questo momento dovranno cambiare il linguaggio e l'atteggiamento dei nostri interlocutori istituzionali che, forse, impareranno ad usare un po' più di umiltà e di rispetto nei confronti delle persone che si affacciano ai loro sportelli ed anche nei confronti del lavoro dei volontari (sono dalla parte del problema e non lo valutano con altezzosità o con giudizi precostituiti) cominciando, ad esempio, a prendere in considerazione in modo serio e costruttivo, pensato, la proposta che il Coordinamento ha in più occasioni presentato: il Comodato d'uso per i 6 alloggi di via Allende, da concordare con il Ministero della difesa.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...