La criminalità sistemica italiana come metodo di governo

La criminalità sistemica come metodo di governo

Roberto Scarpinato
cosmopolis
 

Se si pone a confronto la storia italiana con quella di altri paesi europei di democrazia avanzata, si può notare che esiste una grave anomalia. In quei paesi la criminalità non fa storia. La questione criminale è un capitolo marginale delle vicende nazionali, che interessa solo gli specialisti di settore perché, tranne poche eccezioni, riguarda solo le gesta della criminalità comune e della parte meno acculturata ed integrata della società civile.
In Italia, invece, la questione criminale è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, quella con la S maiuscola, perché protagonisti delle vicende criminali sono stati anche settori imponenti della classe dirigente. La storia italiana è segnata da una criminalità dei potenti plurisecolare che si è manifestata essenzialmente su tre versanti: lo stragismo e l'omicidio per fini politici, la corruzione sistemica e la mafia. 
Poiché le classi dirigenti occupano il vertice della piramide sociale, e da quella cuspide dirigono l'evoluzione dell'intero paese, la questione della criminalità del potere non solo è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, ma è inscindibile dalla questione stessa della democrazia e dello Stato. A secondo del modo in cui si evolve la criminalità del potere, possono mutare gli equilibri politici, cambia il concreto modo di essere della democrazia. 
Un francese, un inglese, un tedesco, uno spagnolo possono tranquillamente ignorare le vicende criminali dei loro paesi perché, tranne poche eccezioni, sono ininfluenti sul destino collettivo. Ma un italiano che ignori la storia ed i percorsi della criminalità del potere, è privo di una chiave di lettura essenziale per decifrare l'evoluzione della realtà. Non è in grado di capire perché in taluni tornanti essenziali la storia ha preso una certa direzione invece che un'altra, perché muta il panorama istituzionale, quali siano i reali motivi sottesi all'emanazione di certe leggi, al di là delle motivazioni ufficiali. Non è in grado di capire perché il paese rischi ciclicamente ildefault economico a causa della cronica e risalente incapacità di autoregolazione delle sue classi dirigenti. Non è in grado di capire come e perché la criminalità dei potenti stia contribuendo a condannare il paese al declino, e attraverso quali vie incida sulla concreta qualità della vita di milioni di concittadini. 
In sintesi, in un paese come il nostro la criminalità dei potenti è una componente fondamentale delle dinamiche macroeconomiche e macropolitiche che incide non soltanto sui processi di composizione e di scomposizione del potere, ma anche sul destino economico dell'intera nazione. 
Come rilevavo prima, la criminalità del potere in Italia si è declinata in tre forme: lo stragismo e l'omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tenuto conto che queste tre forme criminali durano ininterrottamente da diversi secoli, dobbiamo prendere atto che declassificarle come mere patologie transitorie equivale a chiudere gli occhi dianzi alla realtà della storia. La lezione della storia ci costringe a prendere atto che stragismo, corruzione e mafia fanno parte della costituzione materiale del paese, della sua identità culturale, del suo concreto modo di essere. Raccontano la normalità del male italiano; raccontano quella che da sempre nei paesi europei di democrazia avanzata viene percepita come la mostruosa normalità italiana.
Se si vogliono comprendere le origini e le motivazioni di questa mostruosa normalità, occorre emanciparsi dalla cultura da rassegna-stampa, cioè dalla cultura dell'ultimo anello che insegue di volta in volta la volpe del giorno, l'ultimo avvenimento di cronaca, e tentare di ripercorrere telegraficamente a ritroso alcuni passaggi della storia nazionale. Una storia che dimostra quanto venga da lontano questa mostruosa normalità. Per non perdersi nella notte dei tempi, si può partire dall'album di famiglia della classe dirigente italiana del sedicesimo secolo.
Uno dei protagonisti della classe dirigente del tempo era Cesare Borgia, duca di Valentino, figlio naturale del papa Alessandro VI, uno dei più corrotti della storia della chiesa, ed altro uomo simbolo della classe dirigente. Borgia, come è noto, era un pluriassassino e stragista, un uomo senza principi e senza onore.
La normalità della violenza stragista e della corruzione nell'Italia del Cinquecento è dimostrata dall'atteggiamento di un altro importante esponente della classe dirigente di quell'epoca: Niccolò Machiavelli. Tutti sanno che Machiavelli aveva scritto Il Principe ispirandosi proprio a Cesare Borgia, ma in tanti ignorano che aveva avuto modo di conoscerlo personalmente e ne aveva narrato e apprezzato le gesta nellaDescrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nell'ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini considerandola «impresa rara e mirabile». 
I Borgia - il cui potere era trasversale a quello temporale e a quello religioso - non costituivano una eccezione nel panorama della classe dirigente del tempo. Il fatto che Machiavelli ne apprezzasse le gesta e li assumesse a modello di comportamento, sia pure al fine di costruire uno stato italiano che si emancipasse dalle dominazioni straniere, dimostra la "normalità" della pratica dell'omicidio e dell'astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e di ogni criterio di lealtà anche nello scontro militare. La mostruosità di questa "normalità italiana", mai colta in Italia proprio perché "normale" in un paese che da secoli continua a tributare ammirazione ai furbi ed ai violenti, è stata invece percepita in altri paesi di antiche tradizioni democratiche e civili - come per esempio l'Inghilterra - nei quali si ritiene che la contesa politica deve rispettare, pur nello scontro violento ed armato, regole di lealtà e di onore.
Adam Smith, ad esempio, il famoso economista e filosofo scozzese vissuto nel diciottesimo secolo, rimase agghiacciato dall'ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento, e nella Teoria dei sentimenti moralicosì commentò il cinismo del nostro: «[...] mostra molto disprezzo per l'ingenuità e la debolezza delle vittime, ma nessuna compassione per la loro triste e prematura morte, nessun genere di indignazione per la crudeltà e la falsità del loro assassinio». Prima di Adam Smith, il tedesco Martin Lutero era rimasto indignato dalla corruzione sistemica che dominava in un altro importate segmento della classe dirigente italiana del tempo: il clero cattolico. E, come è noto, fu proprio sull'onda di quella indignazione che prese avvio la riforma protestante.
Anche in quei paesi sono esistititi ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall'evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti ad operare nell'ombra.
In Inghilterra, dopo secoli di accumulazione predatoria e di scorribande da parte delle classi dirigenti, si è consolidata intorno all'Ottocento una tradizione di moralità pubblica di cui sono emblematici la massima «honesty is the best policy» (l'onestà è la migliore politica) e la tradizione dell'accountability (del rendere conto), in base alla quale appena gli esponenti della classe dirigente sono sfiorati da scandali rassegnano subito le dimissioni, oppure vengono emarginati anche per fatti che in Italia verrebbero considerati peccati veniali. Recentemente un importante esponente politico inglese è finito in carcere ad espiare una pesante condanna detentiva perché aveva mentito negando che il conto di albergo della figlia - di pochi milioni di lire - era stato pagato da un'azienda privata. Anche in Francia e in Germania esiste una tradizione molto rigorosa all'interno della pubblica amministrazione, i cui funzionari sono selezionati con estremo rigore. In quelle culture vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole e quindi meritevole di disprezzo sociale.
Dopo i Borgia, vennero i secoli di tanti e tanti Don Rodrigo. Don Rodrigo non è soltanto un parto della fantasia letteraria di Alessandro Manzoni, ma il prototipo del potente italiano che ha dominato la scena sino agli inizi del Novecento e che ora è tornato a cavalcare la storia.
Nel romanzo I promessi sposi Manzoni descrive l'ordinarietà del metodo mafioso come metodo di gestione del potere nell'Italia del Seicento. Ad un'attenta lettura quel romanzo fa comprendere come il metodo mafioso non sia stato affatto inventato da personaggi come Riina e Provenzano, ma come sia, invece, una creatura delle classi dirigenti del paese. L'essenza del metodo mafioso consiste infatti nell'essere prepotenza organizzata, cioè un abuso di potere personale da parte di minoranze organizzate che, avvalendosi del potere intimidatorio derivante dal potere politico, economico e militare di cui sono dotate, creano uno stato di assoggettamento diffuso dei singoli, piegandoli alla loro volontà.
Così nel romanzo I promessi sposi, don Abbondio si piega ai voleri di Don Rodrigo non solo perché ha timore dei suoi bravi - quelli che oggi chiameremmo i mafiosi dell'ala militare, gli specialisti della violenza - ma anche perché si trova in una condizione di assoggettamento psicologico che deriva dalla consapevolezza che Don Rodrigo fa parte di un mondo di potenti al di sopra della legge: anzi del mondo che detta la legge. 
Nella stessa condizione di assoggettamento si trova l'avvocato Azzecca-garbugli a cui l'ingenuo Renzo Tramaglino si era rivolto nella speranza di trovare un rimedio legale contro la prepotenza. Quando l'avvocato si rende conto che avrebbe dovuto agire secondo legge contro un potente come Don Rodrigo al di sopra della legge, va in confusione e declina l'incarico. 
Don Rodrigo è pienamente consapevole che le proprie relazioni personali lo rendono indenne da conseguenze legali per il proprio comportamento criminale. Quando i suoi bravi falliscono il tentativo di rapire Lucia nel paese natio, Don Rodrigo insieme al cugino, il conte Attilio, stabilisce di intimorire il console del villaggio, di convincere il potestà a non intervenire e di fare pressioni sul Conte zio affinché faccia trasferire fra Cristoforo. Alla fine riesce nell'intento di rapire Lucia nel convento di Monza, dove si era rifugiata, grazie alla complicità di altri due esponenti del mondo dei potenti: suor Geltrude e l'Innominato. In un Italia, quella del Seicento, dove non esistono anticorpi sociali e legali contro un sistema di potere mafioso, Manzoni è costretto a far intervenire la Provvidenza perché la storia abbia un lieto fine: l'Innominato libera Lucia perché, colto da una improvvisa crisi esistenziale, si converte. Don Rodrigo viene fermato dalla morte che lo ghermisce con il contagio della peste.
In conclusione la storia esemplifica come la sommatoria di potere militare (i bravi) e di potere sociale (il vincolo associativo derivante dalla solidarietà interna al mondo dei potenti) si traduca in un abuso di potere personale che sostanzia il metodo mafioso.
Questo metodo di esercitare il potere era riconosciuto come legittimo dall'ordinamento giuridico feudale fondato sulla teorizzazione della natura divina dell'investitura del potere, che veniva delegato dall'alto verso il basso sulla base di linee di trasmissione di carattere personale: dal Dio al papa, dal papa all'imperatore, dall'imperatore ai re, dai re ai principi e via discendendo all'interno di una società castale. E si tratta di un metodo con il quale milioni di italiani hanno dovuto convivere per secoli da vittime o da carnefici perché in Italia il tardofeudalesimo è giunto sino alle soglie della modernità. In Sicilia il feudalesimo è stato abolito ufficialmente solo nel 1812. In Piemonte sino al 1789 esisteva ancora la servitù della gleba. Mentre a Parigi prendevano la Bastiglia, in molte zone d'Italia ardevano ancora gli ultimi roghi dell'inquisizione. 
La mostruosa normalità del Principe, dei Borgia, dei Don Rodrigo, cioè della parte più retriva e premoderna della classe dirigente italiana, non è cessata nel Cinquecento e nel Seicento. I Borgia, i Don Rodrigo e i loro eredi hanno continuato a cavalcare i secoli, e, riproducendosi di generazione in generazione, sono giunti sino ai nostri giorni. In alcune epoche della storia hanno potuto agire alla luce del sole, in altre sono stati costretti ad agire nell'ombra. 
Lo stragismo dei Borgia, per esempio, è sempre rimasto una costante storica. Nessuna storia nazionale europea è segnata, come quella italiana, da una catena così lunga ed ininterrotta di stragi. Tralasciando per brevità le stragi del periodo monarchico e di quello fascista, basti considerare la sequenza delle stragi italiane dal secondo dopoguerra sino ad epoca recente. Dalla strage di stato di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, che inaugura la strategia della tensione, alla strage di Piazza Fontana a Milano, alla strage di Piazza della Loggia a Brescia, alla strage dell'Italicus, alla strage di Bologna, alle stragi politico-mafiose del 1992 a Palermo e del 1993 a Firenze, Milano, Roma. L'elenco degli omicidi politici poi è sconfinato. 
Il sigillo del potere, la regia occulta di mandanti eccellenti dietro talune di quelle stragi e di molti omicidi emerge da vari indicatori. 
In primo luogo i depistagli delle indagini della magistratura da parte di apparati dello stato. Si pensi al caso di scuola della strage di Portella della Ginestra, ed alle condanne definitive inflitte ad esponenti dei servizi segreti per avere depistato le indagini sulla strage di Bologna. In secondo luogo l'assassinio di tutti coloro che erano depositari di segreti scottanti e che minacciavano di rivelare i nomi dei mandanti occulti eccellenti. Tutti gli esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra - una decina di persone - furono assassinati. Dal bandito Giuliano a Gaspare Pisciotta, ucciso in carcere con un caffè corretto alla stricnina, dopo che in pubblica udienza aveva annunziato che avrebbe fatto i nomi dei mandanti della strage, rivelando i retroscena. Ermanno Buzzi, condannato all'ergastolo come uno degli esecutori materiali della strage di Piazza della Loggia a Brescia, fu strangolato in carcere il 13 aprile 1981 prima che potesse iniziare a collaborare con la magistratura.
Ma il sigillo del potere, oltre che nell'impossibilità della magistratura di accertare in sede giudiziaria la responsabilità dei mandanti eccellenti, si rivela anche nell'impossibilità dello stesso Parlamento di far luce sui retroscena politici delle stragi.
Così non fu possibile istituire una commissione parlamentare sulla strage di Portella della Ginestra, nonostante fosse stata richiesta a gran voce. La Commissione parlamentare sulle stragi neofasciste degli anni Settanta è stata fatta morire con il tacito accordo trasversale di tutte le forze politiche, senza che a conclusione dei lavori depositasse una relazione conclusiva, dopo che per anni aveva acquisito tonnellate di documenti e ascoltato centinaia di testi, avvalendosi dei poteri dell'autorità giudiziaria. La Commissione Parlamentare Antimafia si è ben guardata - nonostante ripetuti annunci - dall'aprire un'inchiesta per accertare i retroscena politici delle stragi del 1992 e del 1993.
È come se vi fosse la consapevolezza che fare luce su quelle stragi equivarrebbe ad aprire un vaso di Pandora. Una parte dello stato dovrebbe processare un'altra parte dello stato. O, se si preferisce, una parte della classe dirigente dovrebbe processare un'altra parte della classe dirigente, con effetti destabilizzanti per gli equilibri generali del paese.
Così la polvere viene riposta sotto il tappeto e gli scheletri vengono rimessi negli armadi. Poi il 2 agosto, anniversario della strage di Bologna, il 23 maggio ed il 19 luglio, anniversari delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, ci battiamo tutti ipocritamente il petto e celiamo dietro la coltre della retorica ufficiale le piaghe della nazione. 
Oltre lo stragismo anche il metodo mafioso, come metodo di gestione del potere, è giunto sino ai nostri giorni cavalcando i secoli. Magistrati e criminologi sono oggi preoccupati da un fenomeno che si diffonde a macchia d'olio con rapidità galoppante. Si tratta della progressiva diffusione del metodo mafioso nel mondo dei colletti bianchi, al di fuori di quello che viene ritenuto il suo habitat tradizionale, cioè le mafie territoriali (Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita). In centinaia di indagini in tutto il paese emergono associazioni a delinquere, comitati di affari, network di potere composti da colletti bianchi che si avvalgono di metodologie mafiose per conquistare illegalmente spazi di potere e per condurre i loro affari.
Del resto se si legge la descrizione che il codice penale dà del reato di associazione mafiosa, si può constatare come il legislatore abbia previsto che per consumare questo reato non è necessario utilizzare le armi o porre in essere atti di violenza materiale. L'uso delle armi costituisce solo una aggravante. Vi sono infatti mille metodi altrettanto efficaci per esercitare prepotenza organizzata, creando uno stato di soggezione diffusa e piegando la volontà dei singoli.
La diffusione del metodo mafioso all'interno nel mondo dei colletti bianchi costituisce una novità soltanto per chi non conosce la storia del nostro paese. Come osservavo prima, il metodo mafioso è infatti sin dalle origini una creatura delle classi dirigenti: una creatura che dal tardofeudalesimo - protrattosi in Italia sino alle soglie del Novecento - è transitata direttamente nella modernità dello stato monarchico-liberale, giungendo poi sino ai nostri giorni.
Il primo ad accorgersi che il metodo mafioso era un creatura della classe dirigente fu Leopoldo Franchetti, un notabile toscano, uomo della destra liberale, il quale nel 1876 pubblicò una inchiesta sulla mafia che, a distanza di più di un secolo, resta un capolavoro insuperato e conserva una sconcertante attualità. Franchetti dopo mesi di permanenza in Sicilia si rese conto che la mafia non era, come tanti in buona fede ritenevano, un problema di ordinaria criminalità, gestibile con gli usuali strumenti di polizia e di ordine pubblico. Comprese che la mafia era un mix micidiale di cervello borghese e di lupara proletaria. Prese atto che i più importanti capimafia erano colletti bianchi, da lui testualmente definiti «facinorosi della classe media», cioè esponenti della classe dirigente che utilizzavano il metodo mafioso come metodo di gestione del potere e come strumento di lotta politica per mantenere uno status quofondato sui privilegi di pochi ai danni di tanti. La somministrazione concreta della violenza veniva delegata ai mafiosi con la coppola storta - gli eredi dei bravi di don Rodrigo, i progenitori dei Riina e dei Provenzano di oggi - i quali, in cambio dei loro servigi, ottenevano protezioni e libertà di predazione sul territorio tramite le estorsioni. Da qui, secondo Fianchetti, l'irredimibilità del problema mafia. Ed infatti poiché la mafia è una espressione criminale delle classi dirigenti, solo il governo nazionale potrebbe debellare la mafia. Ma poiché i governi nazionali - osserva Fianchetti - per reggersi hanno bisogno dell'apporto determinante delle classi dirigenti meridionali, non possono intervenire. In altri termini, la mafia è un affare di famiglia interno alla classe dirigente nazionale alla cui radice c'è un problema macropolitico che attiene agli equilibri generali del paese.
La diagnosi di Franchetti conserva una straordinaria attualità. Così come nell'Ottocento, tranne la parentesi corleonese durata dal 1980 al 1992, da sempre i più importanti capi della mafia sono stati colletti bianchi. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano, era Michele Navarra, medico chirurgo. Il capo della mafia di Palermo negli anni Ottanta era Michele Greco, un ricco proprietario terriero, ospite dei migliori salotti palermitani. E oggi, nonostante le fiction televisive alimentino l'impostura culturale secondo cui la mafia sarebbe una storia di bassa macelleria criminale, di cui sarebbero protagonisti soltanto personaggi come Riina e Provenzano, la realtà giudiziaria racconta un'altra storia, oscurata dai media.
In centinaia di procedimenti penali emerge il sempiterno protagonismo criminale della borghesia mafiosa: centinaia di medici, professionisti, imprenditori, colletti bianchi che rivestono ruoli di capi organici e dirigono l'organizzazione. Quando in Italia si fa l'elenco dei poteri forti, si cita sempre la Confindustria, il Vaticano, i circoli finanziari, ma si dimentica di annoverare nell'elenco la borghesia mafiosa. Dall'unità d'Italia ad oggi nessuno ha potuto governare questo paese senza tenere conto della forza politica di questo pezzo di classe dirigente e del blocco sociale che esprime. Non è un caso che da quando nel 1996 la sinistra ha iniziato ad assumere responsabilità di governo, ha completamente cancellato dalla sua agenda politica il nodo dei rapporti tra mafia e politica. 
Oltre allo stragismo, all'omicidio politico e al metodo mafioso, un altro modo in cui si è declinata nei secoli la criminalità dei potenti in Italia è stata la corruzione. 
Se si esamina la storia della corruzione in Italia, si può constatare come sin dai tempi della Monarchia si registri una differenza sostanziale tra il nostro paese ed altri paesi europei. La differenza è che altrove la corruzione è una sommatoria di casi singoli, di cadute individuali che vengono riprovate pubblicamente. In Italia, invece, la corruzione si manifesta subito come sistemica, come codice culturale della classe dirigente che si autogarantisce l'impunità.
Esemplare a questo proposito è il caso dello scandalo della Banca Romana esploso nel 1893. La Banca romana era una delle cinque banche nazionali autorizzate a stampare carta moneta per conto dello Stato. Si scoprì che i dirigenti della Banca, con la copertura dei vertici della politica nazionale, avevano stampato banconote false, duplicando i numeri di serie per una cifra spropositata. Inoltre la Banca aveva erogato crediti senza garanzie, e quindi inesigibili, al fior fiore della nomenclatura del potere del tempo: palazzinari legati alla famiglia reale, parlamentari della destra e della sinistra, ministri, ex ministri, giornalisti di grido. In totale circa 150 pezzi da novanta. Il crack ad un certo punto divenne inevitabile ed iniziò una indagine penale. Il processo, apertosi a Roma nel 1894, si concluse dopo sessantuno udienze con l'assoluzione di tutti gli imputati: i responsabili della banca, un deputato e due funzionari preposti alla vigilanza dell'istituto. I fatti accertati rimasero dunque senza colpevoli. Nelle indagini era rimasto coinvolto anche il Presidente del Consiglio Giolitti, su mandato del quale solerti funzionari di polizia avevano fatto sparire casse di documenti scottanti che coinvolgevano politici e membri della famiglia reale.
Allo scandalo della Banca romana seguirono decine di altri scandali come quello della Banca italiana di sconto che coinvolse, oltre che numerosi colletti bianchi, anche quattro senatori del regno, per i quali il Senato si costituì in Alta Corte di Giustizia; e poi lo scandalo del Banco di Napoli, quello del Banco di Sicilia, quelli delle frodi per le forniture militari: scandali tutti conclusisi con assoluzioni generali. 
La tangentopoli italiana non si è mai fermata ed ha attraversato il Fascismo, la prima e la seconda repubblica giungendo sino ai nostri giorni. Le storie di oggi sono la replica e la riedizione di quelle di ieri e dell'altro ieri, anche nei loro esiti: l'eterna impunità garantita, in un modo o in un altro, a tutti i principali protagonisti delle vicende corruttive. 
La straordinaria continuità storica della corruzione sistemica nella storia italiana dimostra quanto, a mio parere, sia depistante continuare a parlare di questione morale. Una patologia del potere che dura ininterrottamente da più di un secolo e mezzo godendo - in un modo o in un altro - di eterna impunità, va interpretata per quello che realmente è. Un codice culturale che plasma la forma stessa di esercizio del potere. 
Rispetto al passato si registra oggi una novità peggiorativa. Prima, almeno fino alla fine della prima repubblica, la corruzione e l'abuso di potere dovevano essere praticati sottobanco; oggi invece l'abuso di potere e la corruzione possono essere praticati sempre di più alla luce del sole, perché di giorno in giorno vengono legalizzati. Nel libro Il ritorno del Principe ho analizzato i passaggi storici di tale processo di legalizzazione. In questa sede mi limito solo ad alcuni rapidi accenni.
Nel luglio del 1997 una maggioranza di centro-sinistra con l'adesione entusiastica della minoranza di centro-destra ha varato una riforma dei reati contro la pubblica amministrazione, che ha sostanzialmente contribuito a legalizzare il clientelismo, la lottizzazione e la feudalizzazione delle istituzioni, consentendo la selezione del personale pubblico non per meriti, ma per grado di fedeltà a vari padrini e padroni.
Il risultato è stato conseguito abolendo il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e lobotizzando il reato di abuso di ufficio patrimoniale, che è stato ridotto ad un cane che abbaia ma non può mordere. La pena è stata infatti ridotta da cinque a tre anni, con tre conseguenze: niente più custodia cautelare per i colletti bianchi; niente più intercettazioni ed, infine, termini di prescrizione accorciati a cinque anni con le attenuanti generiche. In cinque anni celebrare tre gradi di giudizio con il nuovo codice di procedura penale è impresa impossibile. I reati sono dunque destinati alla prescrizione.
Come documentano le statistiche giudiziarie, il reato di abuso di potere è stato ridotto in uno zombie; le condanne sono crollate da 1035 che erano nel 2000 a sole 45 del 2006. È stato il primo via libera alle mille forme di corruzione che si realizzano tramite l'abuso di ufficio. È stato il ben godi di parentopoli, di vallettopoli, di affittopoli e via elencando: tutto a costo zero. Niente rischio penale come avveniva nella prima repubblica, quando ancora il sistema non si era perfezionato.
Dopo la legalizzazione dell'abuso di potere, è stata realizzata la legalizzazione del conflitto di interessi, che altro non è se non la legalizzazione dell'interesse privato in atti d'ufficio, e che è divenuta ormai la forma palese ed accettata di corruzione. Solo i parvenu del potere ed alcuni inguaribili passatisti oggi si ostinano a praticare il vecchio sistema della richiesta della tangente con la bustarella. Gli arrivati, quelli che occupano i gradini più alti della piramide, ormai praticano l'illegalità alla luce del sole. È pressoché sterminato l'elenco dei ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, amministratori e via dicendo, che utilizzano i loro poteri per fare i propri interessi elargendo finanziamenti pubblici, concessioni, crediti agevolati a imprese di famiglia o alle quali sono cointeressati, che distribuiscono consulenze d'oro a persone loro vicine, che assumono parenti e clienti nel pubblico sotto la scudo stellare della discrezionalità politica ed amministrativa. La nuova corruzione sta minando le basi dello stato sociale.
Sino alla prima metà degli anni Novanta la corruzione veniva finanziata mediante la continua dilatazione della spesa pubblica e, quindi, attraverso l'inflazione. La corruzione aveva contribuito a portare il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo dal 60% del 1980 al 118% del 1990. L'Italia rischiò il default di tipo argentino.
Dopo che il trattato di Maastricht ha imposto rigorosi tetti massimi alla spesa, non è più possibile finanziare la corruzione con l'inflazione. Finito il grasso della spesa pubblica, la nuova corruzione legalizzata ha così cominciato a nutrirsi del tessuto muscolare connettivo del corpo sociale: cioè le riserve destinate a finanziare lo stato sociale e a garantire ai meno abbienti un portafoglio sociale di prestazioni gratuite che integrano il reddito da lavoro. 
Lo smantellamento dello stato sociale sta avvenendo anche mediante privatizzazioni all'italiana, cioè mediante il dirottamento dal pubblico a società private delle risorse destinate a finanziare la sanità, la scuola, lo smaltimento dei rifiuti, etc. In centinaia di processi penali dal Nord al Sud è emerso come spesso, troppo spesso, le società destinatarie di tali fondi siano direttamente o indirettamente riconducibili a soggetti che fanno parte della nomenclatura del potere. Taluni processi penali hanno poi rivelato in che cosa si sono risolte alcune privatizzazioni delle principali imprese pubbliche in settori strategici, come quello delle telecomunicazioni. Svendite sottocosto di beni di Stato ed arricchimenti spropositati di speculatori finanziari che godevano di occulte protezioni. Spartizione di settori strategici del patrimonio industriale nazionale tra poche decine di megagruppi: i soliti noti che mediante l'acquisizione di pacchetti strategici e ragnatele di partecipazioni incrociate, controllano - incontrollati - snodi cruciali dell'intera economia.
Ma cosa ha determinato la rottura di tutti gli argini prima esistenti?
Credo che abbia contribuito il venir meno di un fattore che sino alla fine della prima repubblica aveva agito da occulto calmieratore, da contrappeso alla risalente incapacità di autoregolazione delle classi dirigenti. Mi riferisco al pericolo del sorpasso a sinistra che ha caratterizzato la storia del secondo dopoguerra italiano. La classe dirigente doveva autolimitarsi e venire a patti, essendo costretta a misurarsi con la realtà sociale e politica del più forte partito comunista europeo e, soprattutto, di una classe operaia che aspirava a divenire classe generale e ad assumere la direzione dello stato, mediante alleanze strategiche con il mondo riformista cattolico e la parte più evoluta della società civile. 
Dopo la caduta del muro di Berlino e la sopravvenuta irrilevanza storica e sociale della classe operaia, l'antagonismo sociale si è completamente disarticolato, perdendo la possibilità di una canalizzazione politica. Il venir meno del controbilanciamento del pericolo di sorpasso a sinistra ha inaugurato la stagione delle mani libere, che si traduce nella deregulation, cioè nella sistematica abolizione delle regole e dei controlli nell'economia e nella politica. 
Uno degli obiettivi della deregulation è divenuta la Costituzione del 1948, individuata come uno dei principali ostacoli per la ricostruzione di un potere che, secondo la peggiore e secolare tradizione storica da Don Rodrigo al Fascismo, vuole avere le mani libere e non sopporta regole e controlli. 
Una Costituzione, quella del 1948, vissuta come una camicia di forza perché non esprime le autentiche culture illiberali ed antidemocratiche della maggioranza delle classi dirigenti del paese, quelle stesse che avevano espresso il Fascismo: la monarchia, il Vaticano, la grande industria, i latifondisti, l'Accademia reale. Una costituzione vissuta come una camicia di forza perché voluta e costruita da minoranze evolute del paese - gli uomini della resistenza, gli esponenti della cultura cattolica riformista costretti all'esilio - che nel vuoto di potere venutosi a determinare a causa della caduta del Fascismo, ebbero per un breve periodo la direzione del paese e la possibilità di trasfondere nella Costituzione tutti gli anticorpi necessari per impedire che il potere tornasse a degenerare in potere assoluto ed incontrollato: e dunque la separazione ed il bilanciamento dei poteri, l'indipendenza dell'ordine giudiziario dal potere politico, il controllo della pubblica opinione sull'esercizio del potere da parte della libera stampa, e via dicendo. Una Costituzione che proprio perché non rifletteva la reali culture della maggioranza, si è tentato di sabotare in mille modi non appena i vecchi equilibri di potere si erano ristabiliti già negli anni Cinquanta. Sono state necessarie molte lotte ed è dovuto scorrere molto sangue perché alcune parti di quella Costituzione si traducessero in realtà e non restassero un libro dei sogni. Oggi la Costituzione è disarmata, affidata soltanto a se stessa e alle minoranze del paese, eredi di quelle stesse minoranze evolute che la concepirono.
Così quello a cui stiamo assistendo è uno straordinario ritorno al passato. 
C'è una straordinaria coerenza interna nel disegno che anima la sequenza di iniziative politiche e di leggi che da un quindicennio stanno erodendo dall'interno la Costituzione del 1948, realizzando una ristrutturazione in senso autoritario dello stato e della democrazia. È sufficiente accennare telegraficamente ad alcuni dei principali passaggi. 
Lo svuotamento della sovranità popolare mediante la privazione del diritto di scegliere i propri rappresentanti alle elezioni con il voto di preferenza. La conseguente riduzione del Parlamento ad una assemblea di nominati dal Principe, meno di mezza dozzina di oligarchi che seleziona il personale parlamentare sulla base di criteri di fedeltà politica e di sudditanza. La correlativa abolizione di fatto della separazione tra potere esecutivo e legislativo, perché un'assemblea di nominati dall'alto, privi di rapporto con il territorio, non può che ratificare nell'arco di un quarto d'ora le leggi che sono state confezionate dagli oligarchi che occupano l'esecutivo. Ed ancora, la progressiva abolizione della separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario, mediante leggi ordinarie di riforma dell'ordinamento giudiziario dirette a ricondurre la magistratura sotto il controllo del potere esecutivo. E poi la limitazione del potere di controllo dell'opinione pubblica, tramite la sistematica occupazione da parte degli oligarchi di tutti gli spazi dell'informazione, e la eliminazione di tutti i residui momenti di visibilità della reale macchina del potere (si pensi alla riforma delle intercettazioni e al divieto di pubblicare atti processuali anche non più coperti dal segreto). Dalla separazione e dal bilanciamento dei poteri si passa dunque alla concentrazione verticale del potere di tipo monarchico.
E naturalmente il nuovo feudalesimo italiano non può che prevedere l'abolizione di una giustizia unica per tutti i cittadini, e la creazione, così come avveniva nel medioevo, di fori privilegiati per i potenti e di un foro comune per cittadini senza potere. Nell'ordinamento feudale infatti la giustizia comune era riservata alla plebe. I potenti - gli aristocratici, gli ecclesiastici, i notai, quelli che contavano - avevano i loro fori speciali dove venivano giudicati dai loro pari secondo regole separate. In Italia stiamo passando da un diritto di classe praticato sottobanco, alla costruzione palese di un diritto della disuguaglianza realizzato mediante la criminalizzazione del disagio sociale e la contemporanea sistematica decriminalizzazione delle condotte illegali dei potenti. 
Il neofeudalesimo italiano affollato da tanti vassalli in ricerca del loro principe, da tanti sudditi contenti di esserlo, da tanti intellettuali la cui massima aspirazione è quella di divenire il consigliori del principe di turno e di essere iscritti nel suo libro paga, non è altro che una riedizione della storia più vera e autentica del paese. Un paese che ha mancato il suo appuntamento con la modernità, passando direttamente dalla pre-modernità del tardofeudalesimo - quando ancora lo stato di diritto non era nato - alla post-modernità, caratterizzata dalla crisi mondiale dello stato di diritto, senza avere avuto il tempo di vivere la stagione della modernità: quei due, tre secoli durante quali in paesi come la Francia, l'Inghilterra, gli Stati uniti si sono affermate le culture della modernità: l'illuminismo, il liberalismo, il moderno costituzionalismo, fondative del moderno stato democratico di diritto.
Così la vecchia cultura della roba si è saldata quasi senza soluzione di continuità con la nuova cultura del profitto senza regole e senza limiti. Che fare? Chi salverà questo paese da se stesso?
La lezione della storia dimostra come in alcuni frangenti cruciali il paese non sia stato salvato dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze. Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, trasformando un popolo di tribù in una nazione. Sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza ed hanno concepito la costituzione. E sono le minoranze quelle a cui oggi resta affidata la difesa della Costituzione. La difesa della Costituzione resta l'ultima spiaggia. Sino a quando questa Costituzione resterà in vita, sapremo sempre da dove ricominciare dopo le macerie. Sino a quando questa Costituzione resterà in vita, sarà sempre possibile fare cancellare dalla Corte Costituzionale l'ennesima legge vergogna che uno schieramento politico approva, e l'altro schieramento tiene in vita. Salvare la Costituzione significa salvare la parte migliore della nostra storia. Non deve scoraggiare fare parte di una minoranza.
Gli storici e gli analisti del potere sanno bene che la storia non è fatta né dalle maggioranze disorganizzate, né dalle oligarchie paralitiche. La storia - insegnava un maestro di democrazia quale era Gaetano Salvemini - è fatta dalla dialettica e dallo scontro tra minoranze organizzate, consapevoli e attive, che vincendo le inerzie della maggioranza disorganizzata, la trascinano in una direzione o in un'altra, verso un nuovo o un vecchio ordine.
Oggi viviamo una fase della storia nella quale le minoranze eredi di quelle che vollero la Costituzione, che vollero il Concilio Vaticano II, che realizzarono lo statuto dei lavoratori, e che sono il seme ed il simbolo di un'altra Italia possibile, sono divenute orfane di rappresentanza e guida politica, perché troppo a lungo tradite da oligarchie partitiche paralitiche, autoreferenziali ed interessate solo alla propria riproduzione. 
È tempo che qualcosa muoia perché qualcosa di nuovo possa nascere. È tempo che ciascuno assuma su di se l'onere e la responsabilità di aiutare il vecchio a morire per consentire al nuovo di nascere. Giacché il futuro non è il tempo che viene e sopraggiunge. Il futuro è il tempo che si costruisce. E - per citare ancora una volta Salvemini - ciascuno di noi troverà nell'avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso. Solo chi si arrende ai fatti non vi troverà nulla, perché vi avrà messo nulla.

 

 

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