Amianto:c’è la prova provata che lo Stato è rimasto inadempiente. Ha violato le sue stesse norme, ha causato una lesione ai diritti fondamentali dei suoi cittadini

Di amianto si scrive, si parla, si urla: ma soprattutto si muore. Come è emerso dal convegno  del 28 aprile 2010 (“catastrofe Amianto, picco malati nel 2015”, www.ipsoa.it, agosto 2010) quello delle  correlate è un “fenomeno in crescita”.

Le stime delle Associazioni, dal loro canto, parlano di 4000 nuovi casi all’anno, tenendo conto solo dei decessi per patologie dell’apparato respiratorio. Ma la dannosità dell’amianto non è limitata all’apparato respiratorio, colpisce anche quello digerente. Quando ancora se ne sottacevano le conseguenze dannose per la salute, l’amianto è stato utilizzato in maniera indiscriminata: è entrato nella composizione di oltre 3000 prodotti, alcuni di uso molto comune: mastici, sigillanti, corde, tessuti, condutture d’acqua. Sul territorio italiano ci sono ancora 2,5 miliardi di metri quadri di coperture di eternit pari a 32 milioni di tonnellate di  e molte tonnellate di amianto friabile, per un totale di amianto puro di circa 8 milioni di metri cubi. I materiali di amianto hanno la capacità di rilasciare nell’aria microfibre, a causa dell’usura, delle vibrazioni, delle infiltrazioni d’acqua. Senza voler fare del terrorismo gratuito, non è quindi sufficiente mettere in sicurezza e confinare i materiali contenenti amianto o bonificare gli edifici, occorre soprattutto smaltire correttamente i rifiuti e, nel contempo, provvedere alla prevenzione e al risarcimento dei danneggiati.

Ad agosto 2008 si costituisce l’  – onlus.

Al nome di Ezio Bonanni (*) si associa da sempre la battaglia contro il “dolore amianto”: E parliamo di dolore amianto perché l’avvocato non ha mai dimenticato, anzi si batte per questo, che le vicende giuridiche sono prima di tutto vicende di uomini, perchè “Nulla e nessuno potranno restituire un padre a dei figli o viceversa”. Bonanni ha pubblicato, tra l’altro, un testo, “Lo Stato dimentica l’amianto killer” (dal quale sono state tratte le informazioni precedenti, ndr), che raccoglie, accanto ad annotazioni giuridiche, una miriade di situazioni di lavoro che avevano un’esposizione quotidiana “significativa” all’amianto. Ad Ezio Bonanni abbiamo chiesto di fare il punto di quella che lui definisce una vicenda “paradigmatica”…

La copertina del libro di Ezio Bonanni

«La vicenda dell’amianto sintetizza, in modo paradigmatico, le lotte del movimento operaio per raggiungere quell’eguaglianza sostanziale, che la Costituzione statuisce nel II comma dell’art. 3. Già alla fine degli anni ’90 avevo auspicato una nuova concezione del diritto civile che ponesse al centro non le cose, i beni ma l’uomo e che lo tutelasse in caso di lesione dei suoi diritti fondamentali, anche quelli non patrimoniali, come interdizione alla loro lesione (alcuni beni, come la salute, una volta lesi non si possono più ripristinare) e non solo quando se ne è già maturata la lesione».

«La nuova forma di Stato, nata dalle macerie della guerra e dal referendum istituzionale, trae la sua legittimazione dal lavoro; diritto e allo stesso tempo dovere, della persona, ma anche dello Stato che lo deve garantire, per il progresso materiale e spirituale dell’intera Nazione. La tutela del lavoro (artt. 3, 4, 32, 35 e 36 della Costituzione) presuppone la salubrità dell’ambiente lavorativo e della salute, “nella nozione più ampia riferita alla salute, alla sicurezza ed al benessere psicofisico del lavoratore, anziché ai soli infortuni e malattie professionali” (Cassazione Penale IV Sezione, Sentenza n. 12799 del 29.03.07, conforme Corte di Giustizia della Comunità Europea, Sentenza 12.11.1996 in causa C-84/1994). I costi economici e le esigenze della produzione non possono comprimere il bene primario costituito dalla salute dei lavoratori. Il rischio, nel nostro caso quello per esposizione all’amianto, avrebbe dovuto imporre la sua messa al bando fin dagli anni ’40, perché è quantomeno da quella data che il Legislatore italiano è consapevole della sua dannosità per l’uomo. Ma la salute umana è stata sacrificata alle esigenze del progresso economico o, per meglio dire, del profitto. Non ci sono dubbi sul complesso normativo costituzionale, avvalorato dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo e le Libertà Fondamentali, recepita con la Legge 4 agosto 1955 n. 848. Ma se Legislatore costituente, quello internazionale e quello comunitario hanno tracciato un quadro chiaro delle prerogative e del sistema di tutela della persona, non altrettanto si può dire nella proiezione sociale. Nella realtà spesso vince il più forte. Quando c’è rischio di perdere posto di lavoro e salario, l’impresa pone il soggetto di diritto, quel lavoratore che dovrebbe contribuire al progresso morale ed economico della Nazione, innanzi al dilemma: morire di lavoro o morire di fame?»

Una fabbrica con le tettoie dei reparti in cemento-amianto

«Per decenni la nostra Costituzione è rimasta per larga parte non attuata, e lo è ancora, in tema di sicurezza sul lavoro e di salubrità dell’ambiente lavorativo. L’amianto è il caso paradigmatico; e non citando come fonti le associazioni delle vedove o dei lavoratori ma quelle istituzionali (così nelle conclusioni della Commissione Lavoro del Senato, 22.07.1997, “benché sia noto che l’impiego di tale sostanza (l’amianto) sia all’origine di tumori dell’apparato respiratorio e che l’utilizzo eccessivo che se ne è fatto negli anni passati avrebbe determinato, secondo una stima approssimativa, circa 4.000 casi di tumore di origine professionale all’anno, i riconoscimenti di tumore come malattia professionale sono soltanto una decina ogni anno”) e che comprova come gli Enti Previdenziali non svolgano il ruolo a loro riservato dall’art. 38 della Carta Costituzionale. Anche in questo caso, a sostenerlo sono autorevoli esponenti delle istituzioni (è sufficiente richiamare l’iniziativa parlamentare dell’on.le Maria Teresa (Sesa) Amici e del senatore circa l’inadempimento degli Enti Previdenziali, in tema di rendite per malattie professionali – asbesto correlate – e di riconoscimento dei benefici contributivi. E sulla non applicazione della Sentenza del TAR del Lazio n. 5750/09, che in data 18.06.09, ha accolto il mio ricorso inoltrato nell’interesse delle Associazioni e dei  all’amianto e che ha parzialmente annullato il D.M. del Ministro del Lavoro del 12.03.09 ed ha esteso i benefici contributivi di cui all’art. 1, commi 20, 21 e 22, della Legge 247/07, a tutti i lavoratori dei siti oggetto di atto di indirizzo, così come la Legge statuisce, che il Ministro prima e l’INAIL dopo avrebbero voluto limitare ai soli 15 siti da loro arbitrariamente scelti, escludendo, senza alcuna plausibile giustificazione ed oggettiva ragione, tutti gli altri».

«Ma la tragedia dell’amianto, purtroppo, non avrà una conclusione breve e la scia di lutti proseguirà. Sarebbe stato sufficiente, in molti casi, fornire dispositivi di protezione, non utilizzare eccessivamente la sostanza cancerogena, bagnare o rimuovere le polveri, questo avrebbe diminuito l’esposizione e si sa che il rischio è proporzionale, così l’accelerazione, i tempi di latenza, l’aggressività morbigena … Ed allora questi sventurati non sono morti per caso, ma sono stati uccisi, prima di tutto dalla indifferenza, dalla superficialità. E la gravità è resa del tutto evidente dal fatto che il rischio morbigeno indotto dalle polveri e fibre di amianto era ben chiaro alla scienza medica ed al mondo giudiziario già all’inizio del secolo scorso. Si pensi che già in una Sentenza del Tribunale di Torino, in nome di Vittorio Emanuele III, nel 1906, nella causa n. 1197/1906, Soc. anonima The British Asbestos company Limited contro Pich Avv. Carlo, che richiama “le acquisizioni del Congresso Internazionale di Milano sulle malattie professionali in cui venne riconosciuto che fra le attività più pericolose sulla mortalità dei lavoratori vi sono quelle indicate col nome di polverose e fra queste in prima linea quelle in cui si sollevano polveri minerali e tra le polveri minerali le più pericolose sono quelle provenienti da sostanze silicee come l’amianto perché ledono le vie respiratorie quando non raggiungono sino al polmone».

La Legge 455 del 12.04.1943 tabella l’asbestosi come malattia professionale.

«Ed allora, se così stanno le cose, e se si considera che con l’art. 153 del D.P.R. 1124 del 1965, furono imposti premi supplementari per l’asbestosi, per salvaguardare l’equilibrio del bilancio dell’INAIL, in previsione dell’insorgenza di malattie professionali per esposizione all’amianto, abbiamo la conferma che la tragedia dell’amianto poteva essere evitata. La Repubblica Italiana è stata già condannata in sede comunitaria, per essere stata inadempiente nel recepire la  (relativa alla tutela della salute dei lavoratori esposti all’amianto), con Sentenza della Corte di Giustizia Europea, n. 240 del 13.12.90 che ha portato a termine la procedura di infrazione avviata dalla Commissione nel 1989, ed ancora, sempre in tema di sicurezza del lavoro, e dunque anche sul tema dell’amianto, con la Sentenza, sempre della Corte di Giustizia Europea, nella causa n. 49/00, in data 15.11.01. Innanzi alla macroscopica violazione dei diritti fondamentali, la sostanziale disapplicazione della , anche in tema di benefici contributivi, il mancato riconoscimento delle rendite per malattie professionali, asbesto correlate, la mancata attuazione del Fondo Vittime dell’Amianto (art. 1, commi 241/246, ), le Associazioni e i singoli aventi diritto hanno ricorso a Strasburgo, la cui Corte ha dichiarato ricevibile e affidato la causa alla II Sezione e analoghe doglianze verranno proposte in via amministrativa, alla Commissione Europea, perché avvii un’altra procedura di infrazione innanzi alla Corte. La Cassazione, in data 26.07.02, con la Sentenza n. 11110 “i lavoratori dipendenti (erano) costretti a svolgere la loro attività nell’ambiente e con gli orari prescelti dal datore di lavoro, impossibilitati perciò a ricorrere a misure di protezione contro l’azione nociva dell’amianto che non siano quelle apprestate dall’azienda”.

Dunque, c’è la prova provata che lo Stato è rimasto inadempiente. Ha violato le sue stesse norme, ha causato una lesione ai diritti fondamentali dei suoi cittadini, non solo per coloro per i quali il rischio si è concretizzato in una patologia, ma per tutti i lavoratori esposti. Perché l’amianto, una volta respirato, non va più via. Un’ipoteca per le generazioni future che è molto, molto difficile spegnere».

(*) Avvocato Ezio Bonanni  coordinatore affari legali Osservatorio Nazionale Amianto 

di Francesca Di Tommaso

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...