Truffati e abbandonati, le imprese mai nate in Calabria

30.06.2012 19:49

Sono arrivati al Sud senza un euro da investire e sono ripartiti con le tasche pieni di soldi lasciando dietro di loro soltanto lavoratori truffati del loro futuro e un territorio sedotto e poi abbandonato. Sono manager senza scrupoli che hanno usato una legge, la 488/92, ironia della sorte, che era nata con l’intento di agevolare lo sviluppo delle aree depresse. E invece è servita solo a renderli ricchi a spese del Mezzogiorno. «Quello che sta emergendo, ma che da tempo abbiamo denunciato – disse un sindacalista dopo la chiusura dell’ennesima azienda – è molto grave: la stragrande maggioranza dei finanziamenti della 488/92 arrivati nel nostro territorio sono serviti a imprenditori del Nord, non per creare industrie e occupazione, ma per comprare ville, terreni edificabili». 

Il simbolo di questo sistema è rappresentato dall’ex Isotta Fraschini, azienda nata sulle ceneri dell’ex Oto Breda, acquisita dal manager di Cuneo Giovanni Malvino, autore secondo le cronache giudiziarie, di una truffa da più di 25 miliardi di vecchie lire. Avrebbe dovuto costruire un prototipo di un’automobile, Malvino invece finì con l’incamerare i finanziamenti e scappare via con il malloppo. Per dirla con Alberto Cianfarini, il pm che coordinò le indagini sul conto di Malvino, quella all’ex Isotta Fraschini «non è la solita truffa ai danni dello Stato, ma qualcosa di più grave perché ha frustrato la speranza di decine e decine di lavoratori che avevano creduto nella possibilità di crearsi un futuro», l’imprenditore «non aveva nessuna intenzione di creare un’attività imprenditoriale», ma solo «rubare dei soldi».
Un altro esempio è quello legato alla Sicma, operazione imprenditoriale legata a un gruppo di 5 manager del Nord, una fabbrica fallita e mai entrata in produzione. Giuliano Malvino, Ettore Camurani, Giovanni Codenotti, nomi che ai più non diranno niente, ma questi imprenditori sul finire degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo avevano acceso la speranza di centinaia di lavoratori della Piana di Gioia Tauro con la promessa di un posto di un lavoro vero. Promesse andate puntualmente deluse, frustrate da imprenditori rivelatisi “prenditori”, uomini che dal Nord del Paese erano arrivati nel profondo Sud italiano per incamerare fondi pubblici lasciando solo un cimitero di capannoni vuoti e operai in cassaintegrazione. Venivano da Cherasco di Cuneo, Salsomaggiore, Brescia, industriali del Nord produttivo, ma in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, produssero solo una sequela di truffe e chilometri di false fatturazioni. Insomma, colonizzatori...


Francesco Altomonte
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