Spiazziamo il potere, torniamo alla terra !

05.09.2012 15:59

 

Bastano 150 metri quadrati di terra, coltivata ad orto: possono risolvere da soli il problema dell’alimentazione, per un anno intero, di una famiglia composta da quattro persone. Se il mondo si sfascia giorno per giorno sotto i colpi imperiali della finanza, tra le macerie di un modello di sviluppo giunto al capolinea – con l’inutile corollario del “rigore” inflitto ai cittadini da governi che non hanno soluzioni per uscire dal tunnel – la nuova frontiera del futuro ha un nome antico: sovranità alimentare. Tradotto: trovare un po’ di tempo per tornare alla terra, almeno part-time, e mettersi a coltivare l’orto. Anche nelle città? Sì, certo: e se gli spazi scarseggiano, non resta che occupare quelli liberi. Detto fatto: nel Giorno della Terra, con un atto di disobbedienza civile, centinaia di attivisti americani si sono radunati ad Albany e hanno letteralmente invaso l’Area Gill, vasto appezzamento di proprietà dell’università californiana Berkeley, finora utilizzato solo per testare pesticidi e supportare operazioni speculative.
 
Nella piccola valle di Susa, il network “Etinomia” che rappresenta il tessuto economico locale propone un programma di “orti comunitari” per educare i cittadini alle virtù dell’auto-produzione di sussistenza: che aiutano a vivere meglio, riducendo le dipendenze e imparando che solo la terra – in caso di collasso del sistema post-industriale – potrebbe davvero “nutrire il pianeta”. «Spiazziamo il potere, mettiamoci a fare l’orto», dice l’attivista Roger Doiron, promotore mondiale degli orti urbani. Anche in Italia si moltiplicano ovunque iniziative analoghe, dagli orti collettivi di Milano e Roma ai corsi del “saper fare” promossi dal Movimento per la Decrescita Felice di Maurizio Pallante. Dalla California, “Occupy the Farm” invoca anche per gli Usa il traguardo democratico della sovranità alimentare, che «mette in primo piano il vantaggio pubblico, anziché la ricerca del profitto, come fattore ultimo del processo decisionale nell’utilizzo della terra».

Gli attivisti americani per la sovranità alimentare della Bay Area, racconta Antonio Roman-Alcalà in un servizio ripreso da “Megachip”, hanno rotto i Occupy the Farm lucchetti della grande “farm” universitaria, piantando verdure e seminando senape nei 10 acri della tenuta. “Occupy the Farm”: lo stile è lo stesso della mobilitazione contro Wall Street, fra tendopoli e “assemblee dei coltivatori”, ma con una differenza significativa: questo atto di “obbedienza morale”, annota Roman-Alcalà, è il risultato diretto di anni di organizzazione sul territorio circostante. Terreno demaniale di prima classe concesso alla Berkeley nel 1928, l’Area Gill è stata oggetto di ricerche sui pesticidi chimici. Programmi contrastati progressivamente dalla Bacua, la Coalizione della Bay Area per l’agricoltura urbana, un movimento composto da professori universitari specializzati in risorse naturali, semplici cittadini, organizzazioni per la giustizia sociale e attivisti della sostenibilità alimentare. Proposta: trasformare quel terreno in fattoria educativa per la comunità e “vetrina” dell’economia sostenibile. Netto il rifiuto: la Berkeley ha pensato di cedere terreni a società come la Whole Foods Market, ospitando anche – a fini di lucro – una residenza privata per anziani.

Privatizzare tutto, a cominciare dalla dismissione del patrimonio pubblico: scelta ormai “classica”, da quarant’anni, da parte di enti pubblici che il neoliberismo costringe all’elemosina, verso investitori privati sempre pronti a cogliere l’occasione, a prezzi di realizzo. «Privatizzazioni e smantellamenti di programmi pubblici a favore di “associazioni pubblico-privato” – scrive Roman-Alcalà – sono risultati semplicemente logici di tale condizione». Una miscela letale, in piena recessione: mentre lo Stato taglia i fondi alla Berkeley costringendo l’università ad aumentare le rette, l’austerità si combina con la deregolamentazione e il consolidamento del potere delle imprese che premono sul governo per accelerare l’assetto neoliberista del quadro normativo. Una tendenza alla quale, in California, si oppone “Occupy the Farm”, che sogna di impiantare proprio sull’Area Gill un centro sperimentale di importanza strategica mondiale: un vero e proprio laboratorio per fornire istruzioni precise su come «le città possono creare sistemi alimentari che servano bene i cittadini e l’ambiente, Giovani e studenti in azione a Berkeleyattraverso una produzione e una distribuzione locale economicamente salubre ed ecologicamente sostenibile».

“Nutrire il pianeta” è lo slogan dell’Expo 2015 di Milano, “grande opera” già naufragata in un mare di polemiche, miliardi e cemento. Nella piccola valle di Susa, il network “Etinomia” che rappresenta il tessuto economico locale propone un programma di “orti comunitari” per educare i cittadini alle virtù dell’auto-produzione di sussistenza: che aiutano a vivere meglio, riducendo le dipendenze e imparando che solo la terra – in caso di collasso del sistema post-industriale – potrebbe davvero “nutrire il pianeta”. «Spiazziamo il potere, mettiamoci a fare l’orto», dice l’attivista Roger Doiron, promotore mondiale degli orti urbani. Anche in Italia si moltiplicano ovunque iniziative analoghe, dagli orti collettivi di Milano e Roma ai corsi del “saper fare” promossi dal Movimento per la Decrescita Felice di Maurizio Pallante. Dalla California, “Occupy the Farm” invoca anche per gli Usa il traguardo democratico della sovranità alimentare, che «mette in primo piano il vantaggio pubblico, anziché la ricerca del profitto, come fattore ultimo del processo decisionale nell’utilizzo della terra».

Al posto della distinzione tra “governo” e “mercati”, aggiunge Roman-Alcalà, la sovranità alimentare «promuove un mercato che sia responsabile e umano, perché costruito sulle vite e le decisioni di quelli che ne sono toccati». Vani discorsi di “crescita” e “sviluppo” su scala mondiale si riflettono in lotte come quelle per l’Area Gill: se Fmi e Banca Mondiale predicano – in modo sempre più surreale – un’improbabile economia mondiale costantemente in crescita, con fantastici benefici “a cascata” delle politiche neoliberali, è probabile che i tecnocrati della Berkeley reagiranno alla requisizione dell’Area Gill sostenendo che vendere la terra è “ragionevole”. «Demonizzeranno i manifestanti quanto più potranno, screditandone l’immagine, le intenzioni o l’ingenuità, in larga misura come iL'occupazione dei terreni universitari in Californianeoliberali screditano le mosse “protezioniste” o “socialiste” del governo», come fa l’“Economist” che se la prende con l’Argentina che ha appena ri-nazionalizzato il suo petrolio.

Aspettarsi che i timonieri facciano la cosa giusta? «Può essere uno spreco di tempo», sostiene Roman-Alcalà, «e a volte occorre che la gente si sollevi in azioni potenti di amore disobbediente per forzare la mano alle élite». I sequestri di terre si sono ripetuti nel Sud del mondo e in America Latina, come nel caso della “Via Campesina”, aggregazione contadina internazionale trainata dall’Mst, il Movimento dei Contadini Senza Terra (MST) del Brasile, che ha insediato più di 150.000 famiglie su terreni espropriati ai latifondisti. Idem in Honduras, dove i coltivatori indipendenti si sono impossessati di terreni, chiedendo il ritorno al potere del presidente democratico Manuel Zelaya Rosales, deposto da un golpe nel 2009. L’occupazione di Berkeley può apparire anomala, perché verificatasi in un paese del mondo ricco. Dopotutto, non Brasile, il Movimento dei Senza Terraabbiamo una vasta popolazione contadina come invece nella maggior parte del Terzo Mondo: meno dell’1% della popolazione statunitense si dedica a tempo pieno all’agricoltura.

Altro problema, aggiunge Roman-Alcalà: noi occidentali «siamo afflitti da una profonda dedizione culturale alla venerazione della proprietà privata». Tuttavia il primato del diritto di proprietà «deve essere contestato, se vogliamo ottenere un futuro sostenibile». Con un controllo così esteso del sistema alimentare globale da parte di conglomerati imprenditoriali orientati al profitto, «è un atto di fede attendersi che essi improvvisamente diano priorità all’ambiente, ai consumatori o ai lavoratori». Allo stesso modo, «è ingenuo aspettarsi che le nostre istituzioni pubbliche si oppongano a tali interessi industriali, considerando quanto profondamente acquisita è l’ideologia neoliberale e quanto totalmente gli interessi dei ricchi abbiano in pugno i dirigenti eletti». “Occupy the Farm” è dunque un atto simbolico e prezioso, dopo “Occupy Wall Street”: avanti tutta, «continuiamo a occupare il sistema alimentare in modi creativi, amorevoli, impegnativi e inattesi».

 

 

Terra nativa: macché Tav, il futuro cresce solo nell’orto

 

We could be heroes, just for one day. Si fa presto a dire “eroi”: definizione attribuita quasi sempre a sproposito, magari in mezzo a qualche battaglia con morti e feriti. Per fortuna non ci furono morti, nel 2005, in quel lembo di terra miracolosamente piana che s’insinua a ridosso della Francia, all’ombra di montagne altre più di tremila metri. I feriti invece non mancarono: finirono all’ospedale, travolti in piena notte dalla furia dei manganelli. Seguirono due giorni di quasi-insurrezione popolare, con in testa i sindaci in fascia tricolore, e il governo fu costretto ad accantonare il progetto. Doveva essere la prima area di cantiere per la Torino-Lione, e venne sbaraccata. «Il Comune ce l’ha assegnata in comodato d’uso, e adesso quei terreni li abbiamo seminati a grano». Il Comune è quello di Venaus, luogo simbolo della “resistenza” No-Tav, che ora si è trasferita a Chiomonte. Scampato il pericolo, Venaus ha cominciato a coltivare il futuro.

Danilo, leader di una piccola rivoluzione verde, ora guida una cooperativa di compaesani, tutti tornati alla terra: «Ero operaio al cotonificio di Susa, persi La cooperativa "Dalla terra nativa" di Venausil lavoro e mi misi in proprio come artigiano edile. Funzionava, ero contento, ma poi ci arrivò addosso il terremoto-Tav». Una mattina, lui e il fratello scoprono che il loro villaggio è completamente militarizzato. «Faceva effetto: i nostri genitori, padre e madre, erano stati entrambi partigiani». Per la prima volta, bisognava fare i conti col fantasma dell’eco-mostro, la maxi-opera che si vuole tuttora imporre alla valle di Susa senza però mai fornire spiegazioni sulla sua presunta utilità. In vallata, la battaglia civile ha svegliato anticorpi che dormivano: «Prima non mi ero mai occupato granché della questione-Tav – dice Danilo – e poi, quando il cantiere si è allontanato da Venaus, mi sono detto che per dimostrare la serietà delle nostre ragioni non basta dire “no”, bisogna anche mettere in pratica uno stile di vita diverso».

Detto fatto: è bastata una ricognizione ai campicelli di famiglia, frazionati nel dedalo di orti e terreni che costellano la ripida campagna alle spalle del paese. «Proprio il frazionamento delle proprietà è il problema numero uno dell’agricoltura alpina: ci sono lotti così piccoli che non ci puoi neppure entrare col trattore». Il risultato storico? L’abbandono. Ma a Venaus la storia hanno cominciato a riscriverla dal 2005, a partire dalla terra: «Abbiamo bussato a tutte le porte, e ci hanno aperto: chi aveva un pezzo di terra non più coltivato ce l’ha concesso in cambio di una parte del raccolto. Ora abbiamo messo insieme 7 ettari, cercando di aggregare lotti per disporre di terreni lavorabili». Agricoltura biologica, secondo tradizione: I prodotti agricoli della cooperativa valsusina«Niente chimica, ma non abbiamo neppure chiesto la certificazione “bio”, perché non ci andava di compilare scartoffie. Oltretutto non ci serve: i nostri clienti sanno benissimo chi siamo e come lavoriamo: i nostri prodotti sono naturali».

Ci sono le pannocchie del “pignoletto rosso”, antica varietà regionale recuperata dall’Associazione Antichi Mais creata dal Crab, il centro per l’agricoltura biologica del Piemonte, e ci sono le prelibate patate di montagna, tonnellate di prodotto che ogni anni va letteralmente a ruba perché è gustoso e non necessita di trattamenti. «A seconda della stagione abbiamo un po’ di tutto: ortaggi, frutta, erbe aromatiche». Persino l’aglio, i frutti di bosco, i prelibati marroni. «Certo, non mancano le spese: qui in montagna ogni campo va recintato, altrimenti il raccolto se lo mangiano i cinghiali. E quello che non piace ai cinghiali finisce in pasto ai cervi e ai caprioli». In compenso, ci sono i vantaggi di un paese che ospita una storica centrale idroelettrica dell’Enel: «Abbiamo condutture idriche ad alta pressione, che consentono di ottimizzare l’irrigazione». Il resto è duro lavoro: «Abbiano iniziato a recuperare muretti a secco e terrazzamenti, ripristinando il paesaggio di una volta».

All’inizio, Danilo era solo. Adesso lavora con Monica, Silvana, Adriano, Guido, Serafino, Tonino e Valter. Tutti facevano altri mestieri, e tutti hanno scelto di tornare all’agricoltura. Una scelta consapevole, anti-crisi: qualità della vita, in un mondo avvelenato e vicino al collasso dell’economia industriale. Insieme hanno costituito la cooperativa “Dalla terra nativa”. Parole da cui si ricava la promessa di un traguardo necessario: “alternativa”. «La lotta popolare contro la Torino-Lione ci ha aiutato a capire che il nostro modo di vivere non era proprio felice». Sono scattate attenzioni e disponibilità: dal sindaco, Nilo Durbiano, ai proprietari degli appezzamenti ceduti volentieri in comodato. Idem i clienti: acquistano i prodotti nei mercati della zona o direttamente all’azienda agricola, che confeziona anche Osvaldo e Danilo Chiabaudo“cestini” da consegnare a domicilio. E poi ci sono i Gas, i gruppi d’acquisto solidale di Torino che si riforniscono a Venaus. «Ci comprano le patate di montagna ad un euro al chilo: se le cedessimo alla grande distribuzione, le dovremmo praticamente regalare».

Valle di Susa, Italia: il posto giusto per iniziare a cambiare vita. «Non è stato semplicissimo, c’è voluto impegno. E anche denaro, perché all’inizio devi pur procurarti qualche attrezzatura per lavorare la terra. Ma adesso cominciamo a vedere i primi risultati: ed è un bella soddisfazione». Danilo ormai parla come un esperto di decrescita: «Ho venduto l’auto, non mi serviva più. Mi basta quella di mia moglie, che fa l’infermiera. Ho meno spese e – a conti fatti – in tasca mi restano gli stessi soldi di prima», quando in fabbrica c’era lo stipendio sicuro e sui cantieri edili il lavoro non mancava: «Ma alla fine ero costretto a lavorare come un matto, sempre di più, per riuscire a pagare le tasse. Che vita era?». Danilo sorride: «Non c’è paragone, davvero: oggi ho più tempo per stare con mia figlia. E poi le mie giornate sono all’aria aperta, dal mattino alla sera. Credetemi: non tornerei indietro».

 

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