Se il capitalismo divorzia dalla democrazia si deve partire dalla opposizione a questo governo e non dal consenso !

24.11.2011 18:31

 

Mi è capitato di partecipare a uno di quei talk show televisivi ove la confusione è programmata per fare audience.
Lì ho sentito Massimo Cacciari affermare con fastidio che, di fronte al fallimento della democrazia degli stati, è persino ovvio accettare le necessità imposte dall’economia globale.
Tale terribile affermazione è scivolata via e questo mi ha convinto che, dopo il postmoderno ed il postfordismo, è il momento della postdemocrazia. Tanti intellettuali di sinistra hanno così accettato lo stato di necessità alla base della costituzione del governo Monti. Tutte le munizioni della critica si sono esaurite nella lotta contro Berlusconi?

La devastazione sociale e culturale di questi 20 anni è stata terribile, così come lo è stato il logoramento della democrazia, ridotta sempre più al pronunciamento popolare su un capo a cui affidare tutto. Mentre azienda e politica, mercato e potere si intrecciavano sempre di più. Berlusconi, che oggi lamenta una democrazia sospesa, è vittima dei meccanismi che ha costruito: il degrado del paese alla fine si è concentrato sulla figura del suo capo.

 

Pochi mesi fa Alberto Asor Rosa auspicò una deposizione dall’alto di Berlusconi. E questa alla fine c’è stata per opera di quella superiore autorità che è oggi il mercato finanziario internazionale. Non illudiamoci, non siamo stati noi che abbiamo tanto lottato alla fine a far cadere il governo, ma lo spread. Come è toccato alla Grecia, anche l’Italia è stata commissariata. Il ruolo del Presidente della Repubblica, la pacificazione nazionalvengono dopo questa presa di potere da parte mercati internazionali.

 

I partiti si erano già arresi da tempo. Lo si era capito già un anno e mezzo fa quando Sergio Marchionne impose agli operai di Pomigliano di rinunciare a tutti i diritti pur di lavorare. Marchionne, come Monti, si è presentato in veste austera e con la fama di borghese illuminato, e ha imposto le scelte più feroci come stato di necessità di fronte alla globalizzazione. E il 95% del Parlamento lo ha sostenuto.

 

Allora Marco Revelli si scagliò con passione e intelligenza contro la FIAT e chi l’appoggiava. Oggi si schiera a favore dell’inevitabile necessità del governo Monti, che pure Marchionne ha sostenuto e difeso. Certo il governo non è un amministratore delegato, anche se questo governo tecnico è ciò che ci somiglia di più. Il punto è che il programma di questo governo è esattamente la lettera della BCE, che a sua volta è il programma unificato che viene imposto a tutti i governi europei dal capitalismo internazionale.

 

Si sono utilizzati molti paragoni storici in questi giorni. Per me l’unico davvero calzante è quello con il 1914, quando l’Europa e la sinistra si suicidarono per fare la guerra. Oggi la guerra è la schiavitù del debito, che impone lo stesso stato di necessità, lo stesso appello all’unità di patria, la stessa ricerca di un consenso unanime. Se guardiamo in questi giorni il telegiornale a reti unificate che viene trasmesso dalle principali reti italiane, sembra già di essere in una informazione di guerra.

 

Basta la caduta di Berlusconi a far accettare tutto questo? Per me no.

Il governo Monti, con intellettuali di valore, è espressione diretta di quella ideologia neoliberale che ha guidato la politica economica degli ultimi trent’anni. La crisi economica attuale, la crisi della globalizzazione sono proprio il frutto di quelle politiche, eppure il programma economico e sociale del governo propone un rilancio di esse, giustificato da dichiarazioni di equità e da qualche taglio alla casta politica.

 

Il programma del governo Monti è un classico programma di destra economica liberale e per questo fallirà. Non eviterà il massacro sociale per la semplice ragione che il massacro è già in atto e le politiche liberali non lo fermeranno, quando non lo agevoleranno. E’ il sistema che e’ andato in crisi e non lo si salva certo con l’ unita’ nazionale attorno alle politiche di sempre. La guerra del debito va fermata e non invece combattuta fino al disastro. Occorre una radicale svolta nelle politiche economiche in Italia e in Europa,a favore del pubblico, del sociale, ci vuole una drastica redistribuzione della ricchezza, altro che equità dei sacrifici per rassicurare i mercati.

 

Il governo Monti fallirà nel suo obiettivo di fondo, rilanciare la crescita, e la crisi si aggraverà. A quel punto cosa succederà della nostra democrazia già posta sotto il vincolo della necessità?

 

Michele Salvati sul Corriere della Sera paragona Monti a un dictator romano, ma afferma che il suo compito è più difficile perché camera e senato dovranno approvare ogni sua iniziativa…

Quali poteri speciali verranno reclamati allora per il governo, se le cose dovessero peggiorare e se la logica politica resterà la stessa? Dove ci fermeremo se ci fermeremo?

 

Il capitalismo occidentale sta divorziando dalla democrazia, se si vuole salvare la seconda bisogna mettere in discussione il primo. Superato Berlusconi resta in piedi tutto il meccanismo ideologico e di potere che l’ha portato al governo in questi anni.
Credo che questo sottovalutino alcuni amici intellettuali profondamente impegnati. Io penso essi non abbiano colto la dimensione della crisi e anche quella delle forze in campo.

Essi sperano che il governo Monti ci dia una tregua nella quale riorganizzare le forze per una alternativa reale al berlusconismo. Ma si sbagliano, la tregua non ci sarà, ci sarà invece l’attacco all’articolo 18 e alle pensioni, ai bene comuni e alla scuola pubblica e non perché i nuovi governanti siano cattivi o prepotenti, ma perché questo è il loro mandato.

No, questa tregua non ci sarà e per difendere la democrazia e cambiare davvero si dovrà partire dall’opposizione a questo governo e non dal consenso, seppure per necessità, ad esso.

 

Giorgio Cremaschi – da Liberazione

 

(21 novembre 2011)

 

 

Il paradosso: Italiani liberati dai nani ma schiavizzati dai giganti

Ben poco vi è da esultare dopo la caduta di Berlusconi, quando il governo tecnico che ci viene imposto altro non si prospetta di fare se non continuare le politiche assassine del governo precedente. Una vera risposta può avvenire solo dalla collettività.

Certe persone hanno davvero uno strano concetto di “liberazione”. Finalmente dopo tante promesse il Cavalier Nano ne ha mantenuta una, e si è dimesso. Al suo posto, come sappiamo, verrà istituito un “governo tecnico”, che con rigore scientifico e lungimiranza razionale potrà finalmente risanare quel maledetto debito che ogni cittadino è tenuto a restituire rinunciando ad una adeguataistruzione, alla sanità e alla previdenza sociale anche se a contrarre questo debito è stato qualcun altro, ma ciò poco importa.

Probabilmente molti italiani – come me d'altronde – dopo aver sentito per la prima volta il nome di Mario Monti sono corsi sul web a controllare la fedina penale del principe illuminato, essendo ormai troppo abituati a scegliere il leader politico sulla base della gravità dei reati sessuali commessi; e dopo aver constatato che "Super Mario" è un uomo che con la legge è davvero sempre andato d'accordo resta da chiedersi quale brillante carriera l'abbia portato da perfetto sconosciuto a governatore del popolo italiano.

Nel suo curriculum troviamo vari incarichi assunti negli anni, tra cui la presidenza della Commissione Trilaterale fondata dai Rockefeller, membro del Gruppo Bildeberg e del comitato esecutivo di Aspen Institute, advisor per la banca Goldman Sachs e multinazionali come Coca Cola Company; insomma, un personaggio che sembra nato dalla fantasia del più incallito dei complottisti. Ma soprattutto un personaggio che non ha alcuna relazione con un mondo politico, men che meno sociale, e che dimostra come la fragile situazione italiana degli ultimi anni sia stata colta al balzo dal mondo finanziario per mettere al potere del Paese un uomo fidato perché potesse rappresentare i voleri della BCE e dell'alta finanza, da qui appunto deriva il nome “democrazia rappresentativa”.

Con la venuta di Mario Monti muore quella parvenza di democraticità che alcuni potevano ancora intravedere nel sistema politico attuale, d'ora in avanti il Paese sarà diretto da individui senza ilsenso del dovere nei confronti del popolo elettore, attuando semplicemente quelle direttive che erano contenute nelle tante lettere che la Banca Europea mandò all'Europa chiedendo misure di austerità e tagli allo stato sociale al cieco scopo di risanare il debito.

Una delle maggiori critiche che abbiamo esposto nei confronti del Governo Berlusconi era di aver trasformato l'amministrazione di un Paese in una specie di gestione aziendale, dove dirigere città e regioni significava esclusivamente assicurare il pareggio dei conti di fine anno ed eliminare le spese “superflue”, senza minimamente considerare le necessità comuni che sono cultura, sanità e vita sociale; e questo governo tecnico altro non è che un ulteriore passo in questa direzione.

Folle è dunque gioire davanti al palazzo per la caduta di un tiranno che né è avvenuta per mano nostra, perché è invece decisa da poteri ancora più alti, né porterà ad un cambio di rotta nell' amministrazione dell'Italia. A tale argomentazione ricordo che il governo effettivo altro non sarà che una permutazione degli stessi attuali ministeri con qualche ripescaggio dall'area di maggioranza e qualche ministero che rischia di restare nelle mani dello stesso individuo.

Gira inoltre per il web un interessante articolo riportato dal Corriere che mostra le parole di Monti nel Gennaio 2010 mentre elogia le manovre assassine Gelmini-Tremonti e l'operato di Marchionne. Vero è che finalmente con l'allontanarsi del ""Puffo" si avvicina l'opportunità di aprire i discorsi della vera politica, quella che non si fa da più di dieci anni in Italia, finora vincolata ad uno stupido binomio “anti” e “pro”-nano. E personalmente ritengo che l'imposizione dittatoriale di questo governo tecnico debba farci riflettere su quello che è il vero problema, che non è questo o quel rappresentante ma è un sistema politico, è il meccanismo stesso della attuale Democrazia.

Come dice Zizek in un lodevole articolo sull'Internazionale, “la questione della libertà non riguarda solo le elezioni, l’indipendenza della Magistratura, l’informazione o il rispetto dei diritti umani. Bisogna cambiare i rapporti sociali di produzione”. Personalmente, per quanto possa sembrare strano a molti, ho visto più chiaramente l'avvicinarsi di una alternativa durante la costruzione di movimenti, nella riappropriazione di spazi collettivi, nelle vittorie referendarie, nell'attiva tutela del patrimonio ambientale piuttosto che nella sostituzione di un burattino con un altro.

Ciò di cui ci stiamo dimenticando è che il Paese (Mondo intendo) altro non è che il popolo che lo abita e il popolo, essendo costituito da individui, ha gli stessi bisogni naturali che ha l'individuo; dunque le decisioni politiche ad altro non devono puntare se non alla costruzione di relazioni sociali che nascono nel piccolo, per essere il primo elemento di dinamiche orizzontali su cui fondare modelli sociali. E quando sento cittadini, studenti e lavoratori che chiedono che questo governo metta subito in atto le direttive della BCE per saldare il debito davvero mi chiedo quanto il masochismo sia divenuto una malattia contagiosa.

Di malattie (socialmente intese) ce ne sono tante al giorno d'oggi, di cui è assai difficile identificare un virus responsabile, ma soprattutto è impossibile credere che vi possano essere medicine che portino la salute in quattro e quattr'otto. I problemi sociali che abbiamo di fronte sono problemi sorti in anni ed anni, e soprattutto grazie all'appoggio di ognuno di noi, perché ogni sfruttamento umano e ambientale sono causati da un sistema economico che appoggia la propria fiducia sulla partecipazione collettiva.

La soluzione, dunque, se esiste, altro non può che avvenire anch'essa in tempi lunghi e grazie ad una ulteriore partecipazione collettiva. E una tale partecipazione può conseguire solo ad una presa di coscienza dei problemi sociali quali problemi personali, mettendo dunque anche i provvedimenti pratici a questi problemi all'interno della nostra agenda, a fianco di ogni altro impegno quotidiano.

D' altronde al giorno d' oggi nessuno ha tempo di occuparsi della vita politica, tutti infatti siamo oberati di impegni: dobbiamo andare a scuola, lamentandoci dei pochi servizi offerti, dobbiamo lavorare, perché è sempre più difficile arrivare a fine mese, poi dobbiamo andare in posta, per pagare tasse la cui legittimità è discutibile, ed infine dedichiamo qualche minuto di relax alla televisione, perché qualcuno ci dica cosa fare il giorno dopo.

Ma come può esistere una scissione tra la vita privata e la vita politica del cittadino quando la seconda determina inevitabilmente le forme e le modalità della prima? E cosa accadrebbe se tutti coloro che stanno leggendo le mie parole e tutti coloro a cui verranno divulgate iniziassero sin da oggi (non in senso metaforico) a considerare in maniera differente il loro rapporto con il mondo politico circostante, cercando nel proprio tempo una via pratica per portare contributo alla causa sociale, grazie ovviamente alla collaborazione reciproca nella costruzione di progetti autogestiti?

Sarebbe una vera rivoluzione.

 

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