Salario inferiore a quanto risulta da busta paga, accettato per minaccia perdita lavoro. Che reato?

30.01.2012 10:21

 

San Giorgio del Sannio - Datori di lavoro ed estorsione

Buste-paga "gonfiate": è perseguibile penalmente per "estorsione" il datore di lavoro che le impone. La Caserma di San Giorgio del Sannio non dorma nell'isola che non c'è!  

www.sanniotradizioni.it/news2011/datori_di_lavoro_ed_estorsione.htm

 

In una situazione di crisi occupazionale molto forte, un datore di lavoro senza scrupoli pone in essere la minaccia di perdita del lavoro a danno dei suoi dipendenti e li costringe ad accettare un salario reale ed effettivo  inferiore a quello risultante in busta paga.

Ne scaturisce un procedimento penale a suo carico che giunge fino in Cassazione.

PENALE e PROCESSO

(Tranquilli, lettori, non si tratta dell'imprenditore Barletta di San Giorgio del Sannio (BN) , n.d.r. )

I giudici di piazza Cavour, con sentenza n. 46678/11 depositata il 19 dicembre 2011, ribadiscono, per tali fatti, la configurabilità del reato di estorsione ex art. 629 c.p.

Speriamo che di ciò ne prenda atto la polizia giudiziaria territoriale di San Giorgio del Sannio (ed anche i consumatori che ancora non sanno che la spesa deve essere etica e responsabile in quanto ACQUISTARE=VOTARE ...) !

  DOMENICA CHIUSO ???

 

La prospettazione, da parte del datore di lavoro della perdita del posto di lavoro nel caso in cui non si accetti un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga integra il reato di estorsione. Il richiamo alla difficile situazione economica così come la diffusione del modus di contrattare non legittimano gli abusi. Così afferma la Seconda sezione Penale della corte di Cassazione nella sentenza n. 46678/11 depositata il 19 dicembre scorso.
Il caso. Problemi economici per l’azienda, difficoltà occupazionali per i lavoratori. Come uscirne? L’idea ‘magica’ di un’imprenditrice è semplice: ridurre il salario effettivo, lasciando invariato quello indicato nelle ‘buste paga’. Con due conseguenze: dare respiro all’azienda e consentire ai dipendenti di conservare il posto di lavoro.
Ma l’idea – peraltro non nuova – non è delle migliori. L’imprenditrice viene infatti condannata, in primo e in secondo grado, per il reato di estorsione continuata in danno di alcune dipendenti.
Un accordo singolare. L’imprenditrice però, contesta la condanna a oltre tre anni di reclusione e a 400 euro di multa. Presenta ricorso in Cassazione e critica la ricostruzione degli avvenimenti delineata in Appello.
Secondo la ricorrente, difatti, mancano in concreto «gli elementi della costrizione e dell’approfittamento, nonché del danno e dell’ingiusto profitto». Molto più semplicemente, a suo dire, l’imputata avrebbe offerto «le condizioni di lavoro praticate nella zona, accettate liberamente dalle dipendenti». Tutto ciò, peraltro, «in assenza di un reale profitto» per l’imprenditrice, che, successivamente, «ha dovuto liquidare l’attività per mancanza di commesse e per i debiti contratti».
Per giunta, l’imputata ricorda che alle lavoratrici è stato corrisposto «quanto concordato con i sindacati a titolo di risarcimento» e, a loro volta, le dipendenti si sono dichiarate «integralmente soddisfatte».
Far balenare l’ipotesi della perdita del posto di lavoro per ottenere l’accettazione della riduzione del salario è reato. Lo scenario della crisi, però, non può rendere accettabili determinate azioni del datore di lavoro. Su questo punto, i giudici della Cassazione ribadiscono che la prospettazione, da parte del datore di lavoro, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro nel caso in cui non si accetti un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle ‘buste paga’ integra il reato di estorsione.
Logica e legittima, quindi, la condanna dell’imprenditrice. Che non può neanche pretendere di vedere ‘alleggerito’ l’ammontare del risarcimento da pagare sulla base di un accordo transattivo con le operaie.

 
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