"Papa mi fa paura", l’imprenditore Fasolino e l’affare della megacentrale a turbogas Luminosa a Benevento

28.06.2011 11:25

Progetto a Benevento, 
il parlamentare Pdl chiedeva soldi

Marcellì, sull'energia amm’ fa na sinergia, io, te e Gallo». Un gioco di parole per allentare la tensione, una battuta per evitare che il Marcellì della situazione scappasse per davvero. Perché a Marcellì, Alfonso Papa, il parlamentare del Pdl coinvolto nell'inchiesta sulla cosiddetta P4, metteva paura davvero. Marcellì risponde al nome di Marcello Fasolino, quotato imprenditore napoletano nel settore degli appalti pubblici, della produzione di energia e con un amore verso la narrativa, impegnato, all'epoca delle indagini dei pm Curcio e Woodcock, nella progettazione della megacentrale elettrica Turbogas di Benevento (affare passato poi ad una società svizzera che avrebbe rilevato la società).

Oggi il progetto di quella centrale, contro cui si sono battute associazioni ambientaliste e movimenti civici, è fermo in attesa di un pronunciamento da parte del Tar Campania a cui si sono rivolti gli amministratori locali.

Fasolino è estraneo all'inchiesta che ha coinvolto Papa, Bisignani e il maresciallo dell'Arma La Monica, ma la sua storia è la prima ad essere stata captata dagli inquirenti che stavano sorvegliando i movimenti degli indagati. «Papa? È una persona che mi fa letteralmente paura e che mi ha dato sempre angoscia, tant'è che da diverso tempo ho deciso di non frequentarlo più». 

Marcello Fasolino ha raccontato ai magistrati napoletani di aver conosciuto Papa nel 2000, nel comitato elettorale di Antonio Martusciello, allora candidato di Forza Italia a sindaco di Napoli. «Il Papa incominciò a frequentare gli ambienti di Forza Italia - racconta Fasolino - So che si legò molto a Previti e li incontrai insieme ad Ischia». Tra i due inizia una frequentazione che si arricchisce di incontri romani e di una serie di informazioni che, stando al racconto di Fasolino, Papa avrebbe fornito all'amico in occasione di richieste di prestiti di denaro. «Papa mi veniva sotto - continua l'imprenditore - mettendomi angoscia e ansia, facendomi avvertire il pericolo incombente di essere oggetto di attenzione dalla Procura della Repubblica e mi chiedeva contestualmente denaro. Lui - prosegue nel suo racconto - diceva che me li avrebbe restituiti, ma era chiaro e io sapevo che non lo avrebbe fatto, e effettivamente non mi ha mai restituito un euro».

I magistrati hanno fatto anche qualche conto, stabilendo che Fasolino abbia “prestato” a Papa circa diecimila euro tra il gennaio e l'aprile del 2011. «Perché ho dato denari a Papa? Io faccio l'imprenditore - ha spiegato Fasolino agli inquirenti - e sebbene ritengo di fare le cose per bene e onestamente, è ovvio che, in quest'epoca, c'è sempre il timore di essere oggetto di attenzioni giudiziarie e d'altra parte il Papa si poneva come persona in grado di prendere notizie e di influire su e in ambiti giudiziari». 

Marcello Fasolino ha confessato di essere letteralmente terrorizzato «soprattutto perché Papa mi diceva di conoscere appartenenti ai servizi segreti e alla Guardia di Finanza». Di sicuro - almeno stando alle dichiarazioni dell'imprenditore Papa conosceva Arcangelo Martino, l'ex assessore socialista al Comune di Napoli coinvolto nell'inchiesta P3 col faccendiere Flavio Carboni. «Ricordo - spiega Fasolino - che Arcangelo Martino mi disse che si era molto legato ad Alfonso Papa e che mi disse che dovevamo fare squadre politicamente». Impossibile, visto che Papa gli incuteva terrore e poca fiducia: lo testimonia la rubrica su cui Fasolino ha appuntato il numero del parlamentare del Pdl. Al fianco alla sequenza numerica del cellulare (che l'imprenditore ha detto ai pm essere di Papa) c'era la dicitura oloiram (“mariolo”). «È l’anagramma - conclude Fasolino - di una parola napoletana che voi stessi potete intendere».

Antonio Salvati

Quelle amicizie "diagonali"che hanno reso potente Gigi

Più che un uomo «trasversale», Luigi Bisignani, classe 1953, viene considerato un uomo «diagonale». Nel senso che da anni ama attraversare tutte le consorterie di potere (vero o presunto) che animano il nostro Paese, seguendo una linea retta ben precisa che parte da un’antica iscrizione alla Loggia segreta P2 - tessera numero 1689 e qualifica di «reclutatore», sempre smentita però - prosegue per il Vaticano e arriva fino alla segreteria della presidenza del Consiglio. Più che un vizio, una vocazione.

Un percorso netto ma per nulla lineare, anzi spesso assai opaco e un po’ misterioso, tanto da aver alimentato intorno a lui la leggenda di uomo «più potente d’Italia» e di averlo portato spesso all’attenzione delle Procure del Paese, facendolo diventare il convitato di pietra di non poche inchieste: dalla P3 di Verdini e Dell’Utri alla «cricca» di Angelo Balducci e Guido Bertolaso, fino alla «banda larga» della Finmeccanica di Pier Francesco Guarguaglini, per arrivare infine sulla scena di questa «P4» napoletana dai contorni ancora sfumati ma dagli esiti che potrebbero rivelarsi clamorosi. Per questo l’ordine di cattura che ieri lo ha raggiunto con le accuse di associazione a delinquere e rivelazione del segreto d’ufficio, pur lasciando indifferente la maggior parte dell’opinione pubblica, ha fatto fibrillare non pochi ambienti, soprattutto per le possibili intercettazioni. Lui di certo, come nella migliore tradizione dei «grandi vecchi» d’Italia, minimizzerà. «In fondo, nessuno sa mai dire in tutti questi anni cosa abbia davvero determinato Gigi», lo dire inestimabili contatti con il Vaticano. In particolare con gli amministratori dello Ior, la banca attraverso cui farà passare i primi miliardi della maxi tangente Enimont, la madre di tutte le mazzette da distribuire ai partiti della prima Repubblica, Lega compresa.

Appena 28enne quando gli allora magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone scoprono le liste della P2, non ha ancora 40 anni quando diventa capo delle relazioni esterne di Montedison e uomo di fiducia di Raul Gardini per i rapporti istituzionali. E’ qui che inizia a crescere vertiginosamente il suo potere e che tornano comode le conoscenze Oltretevere. Qualche squarcio di verità emerge dai documenti raccolti nel libro «Vaticano Spa» di Luigi Nuzzi. Con l’aiuto di monsignor Donato De Bonis, già segretario dell’ex presidente dello Ior, Paul Marcinkus (protagonista dello scandalo Ambrosiano e grande amico di Michele Sindona), Bisignani apre nell’ottobre del 1990 un riservatissimo conto presso la banca vaticana, con 600 milioni in contanti. In seguito entreranno altri 23 miliardi, di cui 12,4 verranno ritirati in contanti da Bisignani tra l’ottobre del ’91 e l’estate del ’93. Il conto viene intestato alla Louis Augustus Jonas Foundation (Usa). Finalità: «Aiuto bimbi poveri». Che ancora stanno aspettando.

«Bisignani ha ottimi rapporti con lo Ior da quando si occupava di Calvi e dell’Ambrosiano - racconterà poi De Bonis in un’intervista -. La sua è una famiglia religiosissima: suo padre, Renato, un alto dirigenti della Pirelli scomparso da anni, era un sant’uomo; la madre, Vincenzina, una donna tanto per bene. Bisignani è un bravo ragazzo». Talmente bravo «Gigi», da far transitare proprio dallo Ior non solo le mazzette Enimont - che, si scoprirà solo in seguito, ammontavano ad almeno il doppio della cifra che fu svelata dai pm di Mani Pulite -, ma anche a giostrare capitali tra il «suo» conto e quello del «cardinale Spellman», che gestisce in proprio a nome di «Omissis», ovvero Giulio Andreotti come viene chiamato l’ex presidente del Consiglio nelle felpate stanze vaticane. E’ talmente sveglio, Bisignani, che quando sente odore di bruciato, un mese prima di essere arrestato, fa in tempo a correre allo Ior, far sparire i documenti più compromettenti e chiude il conto, ritirando in contanti quel che resta: un miliardo e 687 milioni. Dopodiché si renderà latitante. Condannato definitivamente nel 1998 a due anni e 8 mesi di reclusione per la vicenda Enimont, Bisignani in realtà non ha mai smesso di essere corteggiato fino a diventare, secondo le nuove accuse, il capo indiscusso di un network che riuscirebbe a condizionare la vita del Paese: ieri all’ombra della Dc, oggi del potere berlusconiano. Una volta li chiamavano «faccendieri». Oggi, lobbisti.

Paolo Colonnello

La rete segreta

 

Un’attività di dossieraggio clandestino con l’obiettivo di gestire e manipolare informazioni segrete o coperte da segreto istruttorio. Una vera e propria associazione a delinquere finalizzata anche a controllare appalti e nomine. Questo l’obiettivo con il quale sarebbe sorta la cosiddetta P4, che avrebbe anche interferito sulle funzioni di organi costituzionali, condizionandone le scelte Ad accendere i riflettori sui partecipanti e le modalità dell’associazione segreta la Procura della Repubblica di Napoli con un’indagine avviata dai pm Francesco Curcio ed Henry John Woodcock. Le ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari per l’uomo d’affari Luigi Bisignani e per il parlamentare del Pdl Alfonso Papa sono l’epilogo di un’attività indagine caratterizzata anche da numerose perquisizioni e dall’ascolto di testimoni eccellenti. 

I provvedimenti emessi oggi rappresentano una svolta sul fronte dell’inchiesta, nella quale finora risulterebbero almeno quattro indagati: oltre a Papa e all’ex giornalista Luigi Bisignani (definito nell’imputazione un «soggetto più che inserito in tutti gli ambienti istituzionali e con forti collegamenti con i servizi di sicurezza»); il sottufficiale dei carabinieri di Napoli Enrico La Monica e l’assistente della Polizia di Stato Giuseppe Nuzzo, in servizio al commissariato di Vasto Arenaccia.

Tutti e quattro, insieme ad altri appartenenti alle forze di polizia in corso di identificazione, avrebbero dato vita ad una organizzazione a delinquere finalizzata a compiere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l’amministrazione della giustizia. In due modi: da un lato, acquisendo in ambienti giudiziari napoletani informazioni riservate e secretate relative a delicati procedimenti penali in corso e, dall’altro, notizie riguardanti ’dati sensibilì e personali su esponenti di vertice delle istituzioni ed alte cariche dello Stato. Informazioni e notizie che sarebbero state gestite ed utilizzate in modo «illecito» con lo scopo ultimo di ottenere «indebiti vantaggi ed utilità».

Gli indagati, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero poi dato vita ad una associazione segreta, vietata dall’articolo 18 della Costituzione, nell’ambito della quale avrebbero svolto «attività dirette ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonchè di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale».

Il sottufficiale dell’Arma La Monica, in particolare, avrebbe rivelato in più occasioni notizie coperte da segreto (raccolte anche presso altri appartenenti alle forze dell’ordine) in cambio della promessa di essere sponsorizzato per l’assunzione all’Aise, i servizi segreti militari.

Ad avviso degli inquirenti il quadro indiziario è già «nitido» - grazie alle intercettazioni e all’attività investigativa svolta - ed avrebbe portato alla luce un «sistema criminale» ben congegnato e co-gestito «sia da soggetti formalmente estranei alle Istituzioni pubbliche e alla pubblica amministrazione sia, invece, da soggetti espressione delle Istituzioni dello Stato», tra i quali vengono indicati «parlamentari della Repubblica, appartenenti alle forze dell’ordine» ed anche «faccendieri». 

Tra i testimoni eccellenti ascoltati anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, il ministro Mara Carfagna, il presidente del Copasir, Massimo D’Alema, il vice presidente di Fli, Italo Bocchino, l’ex dg della Rai, Mauro Masi, il direttore centrale delle Relazioni esterne di Finmeccanica, Lorenzo Borgogni.  

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...