NON TUTTO E' MERCE. ALLA RISCOPERTA DEI BENI COMUNI E DELLA DIMENSIONE COMUNITARIA DEL TERRITORIO E DELLA PRASSI

14.11.2012 07:58

NON TUTTO E' MERCE. ALLA RISCOPERTA DEI BENI COMUNI E DELLA DIMENSIONE COMUNITARIA DEL TERRITORIO E DELLA PRASSI
Quasi tutto quello che ci circonda, oggi, appartiene a qualcuno: per beneficiarne, lo si può soltanto comprare. Ma non è stato sempre così.
C’erano una volta i beni comuni: l’aria, l’acqua, il bosco, il fiume, la spiaggia, i pascoli, e persino i campi, che venivano dissodati e arati congiuntamente dalle comunità di villaggio.
Gli ultimi decenni, con il trionfo del liberismo e del cosiddetto “pensiero unico”, si sono svolti all’insegna della privatizzazione di tutto l’esistente , persino dell’aria, con le quote di emissione – e della stigmatizzazione di tutto quanto è comune o condiviso, dall’acqua alle aree naturali protette. Il bene “comune” verrà salvaguardato come tale solo se per esso si riuscirà a sviluppare una forma di gestione completamente nuova, sotto il controllo di chi si è battuto contro la sua appropriazione privata.
Non è una soluzione la scorciatoia statale, col trasferimento del bene comune sotto il controllo dell’ente pubblico, perché la proprietà “pubblica” di un bene comune «non offre di per sé alcuna garanzia di partecipazione, di condivisione, di comunanza tra i beneficiari». La storia insegna: il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall’Iri a Finmeccanica, dalle Ferrovie dello Stato alle SpA ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostrano in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune.

“Comune” non è dunque la stessa cosa di “pubblico”, soprattutto se si ritiene che il rapporto degli esseri umani con un bene non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà.
La riappropriazione condivisa di un bene comune richiede la “territorializzazione” dei processi, cioè il riavvicinamento tra produzione e consumo, tra utenza e gestione. Gestione concreta di risorse, impianti, strutture, istituzioni: «La condivisione è tanto più forte quanto più è basata su rapporti diretti e relazioni di prossimità». Punto di partenza, oggi, i servizi pubblici contesi dalla privatizzazione: occorrono sedi territoriali (quartiere, circoscrizione, gruppi di acquisto solidale, ma anche condominio) dove gli indirizzi dei servizi vengano affrontati e discussi in una prospettiva di gestione condivisa.

I Gas, gruppi di acquisto solidale, sono esempi importanti del recupero di una sovranità dei consumatori attraverso la cooperazione più o meno diretta con il mondo produttivo. Il consumatore individuale non è mai sovrano, perché soggiace al potere incondizionato che l’impresa esercita sul mercato; e questa sua debolezza intrinseca è la fonte e la condizione stesse del dominio che l’impresa esercita anche sul mondo della produzione, cioè sulle forme della cooperazione sociale in cui si concretizza l’organizzazione del lavoro.
L’evoluzione degli assetti produttivi (imprese a rete, delocalizzazioni e precarizzazione del lavoro) spingono verso una crescente polverizzazione e frantumazione delle concentrazioni produttive, mentre la rivalutazione dei “beni comuni” come forma di fruizione condivisa del territorio, dei servizi, ma anche di alcuni beni di consumo irriducibilmente “individuali” come l’alimentazione, il vestiario o l’abitare, indica in questa riscoperta la sede privilegiata di una ricomposizione della solidarietà e di una vita ricca di legami sociali.

Una battaglia di civiltà che non può prescindere da un elemento-chiave: il territorio.

Le nuove forme di partecipazione – o le nuove rivendicazioni di partecipare – ai processi decisionali sono indisgiungibili dal “bene comune” conoscenza.
La difesa dei beni comuni implica così un rapporto con l’ambiente fisico in cui viviamo, per includere una dimensione affettiva, emotiva, estetica: dalla difesa del paesaggio alla lotta contro gli Ogm e i cibi adulterati, dalla salvaguardia dei prodotti, dell’alimentazione, dei saperi e del saper fare tipici o tradizionali ai gruppi di acquisto solidali, dal recupero dell’usato alla promozione del riciclaggio.
Dimensioni tanto più presenti e consapevoli quanto più le iniziative hanno carattere locale, anche se respiro universale.
Alla base, c’è una conoscenza articolata del territorio e una rete consolidata di relazioni sociali: una autentica “risorsa conoscitiva”, che i grandi progetti «ignorano per vocazione». Le iniziative che si sviluppano a partire da una dimensione locale sono la fonte principale di nuovi e più forti legami sociali: di comunità costruite e legittimate dalla condivisione di obiettivi comuni.
La lotta lunghissima degli abitanti della val di Susa è l’esempio migliore di questa dimensione comunitaria costruita attraverso la prassi.
by Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia

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