Noi dobbiamo essere il poliziotto della stradale nello specchietto retrovisore del potere !

14.05.2011 15:18

 Nell'esplorazione di una realtà che non conosciamo mai interamente e che si trasforma mentre la conosciamo, l'investigazione è un procedimento conoscitivo di carattere generale, non vincolato ad una professionalità specifica, ma ad un ampio ventaglio di professionalità. L’investigazione è un tentativo di scoprire meccanismi causali, protagonisti nascosti, successioni temporali e motivazionali: vuole andare al di là delle apparenze, non si accontenta delle dichiarazioni formali e delle verità di convenienza. Vuole scoprire o ricostruire i fatti, non si limita ad una narrazione.


Il modello del giornalismo investigativo è consegnato alla celebre immagine americana del Watchdog, il cane da guardia dell’interesse pubblico. Il potere o il contropotere del giornalismo investigativo va dunque considerato e apprezzato all’interno di un meccanismo pluralistico di checks and balances. Il giornalismo investigativo all’americana è in questo senso contemporaneamente un contropotere e un potere di controllo, in una società dove i Padri Fondatori sin dall'inizio si posero un problema decisivo: “chi controlla i controllori?” – “come impedire che chi ha il potere tenda ad abusarne?” Negli Stati Uniti domina la lezione di Montesquieu e l'interpretazione polibiana della virtus romana classica come conseguenza di un assetto pluralistico di mores e leges. In teoria il giornalismo è parte di un complesso sistema di divisione e di sorveglianza dei poteri; in pratica, anche per interesse i media interpretano un ruolo di contropotere: pochi li seguirebbero se si limitassero ad una piatta ripetizione delle verità ufficiali e formali.


A voler segnare una data di nascita del giornalismo investigativo, secondo molti si deve risalire all’Inghilterra del 1721, quando sotto lo pseudonimo di Cato due eminenti whighs scrissero sul London Journal il primo resoconto dettagliato della commissione parlamentare d'inchiesta insediata per discutere uno scandalo economico dell'epoca. La data diventa simbolicamente assai significativa perché contemporaneamente mette insieme scandali politico-economici in una società di tipo liberale, appelli delle minoranze alla giustizia, nascita del giornalismo (e in particolare del giornalismo investigativo), commissioni parlamentari d'inchiesta. Siamo nel campo della democrazia liberale per eccellenza: pesi e contrappesi, controlli, bilanciamento e divisione dei poteri, dibattiti pubblici, eccetera, con una preminenza della stampa sin dai primordi.


Mentre l’Inghilterra è la madre patria del giornalismo, gli Stati Uniti sono la madre patria del giornalismo investigativo, in cui si riversa una parte della cultura puritana dei Padri Fondatori: l’originario rigorismo morale prende anche questa forma, insieme a molte altre (inclusa, come nel caso di Upton Sinclair, la critica impietosa della religione organizzata).


La storia della democrazia americana è strettamente intrecciata con la storia del giornalismo americano e in particolare con il giornalismo investigativo, dall'inchiesta terribile di Upton Sinclair (poi raccolta in The Jungle) sull'industria della carne in scatola di Chicago, che ispirò il Pure Food and Drug Act, agli altrettanto significativi articoli di Ida Mae Tarbell, che portarono allo smembramento dell'assetto monopolistico della Standard Oil's. Tutta la Progressive Era, cioè la trasformazione dell'America di Tammany Hall e dei Robber Barons, nell'America moderna, industriale, urbana, legalitaria, è avvenuta sotto la spinta, l'incalzare, il successo del giornalismo investigativo, protagonista per decenni, da New York al più minuscolo paesotto di provincia.

Il giornalismo muckraking è diventato una componente fondamentale della storia e perfino della vita quotidiana degli americani: quel paese non sarebbe così com'è, da quel tipo di controllo sanitario dei cibi conservati, fino alle leggi antimonopolio, eccetera, se non ci fossero stati quei giornalisti che in vario modo hanno contribuito a fare sterzare quella società in certe direzioni invece che in altre.


Il giornalismo investigativo, come è stato sostenuto da Jay Rosen, ha a che fare, in un certo senso, più con "la redenzione" e con “la missione” che con “il mestiere” del giornalismo.


Le famose Schools of Journalism americane hanno costantemente puntato sul mito dell'investigative reporting, innanzitutto obiettivo, autonomo, documentato, puntuale, socialmente e moralmente responsabile, capace di scavare oltre la superficie dei fatti e senza riguardi nei confronti dei ricchi e potenti e famosi. Anzi. Con una dichiarazione assai citata, disse Ed Murrow: "Noi dobbiamo essere il poliziotto della stradale nello specchietto retrovisore del potere". Per molti rappresentanti di questo aspetto specifico della professione, è importantissima "la macelleria delle vacche sacre", in una visione dell’economia e della politica come regno in buona misura dell'imbroglio, dello scandalo, della corruzione, degli arcana imperii. In alcuni dei suoi rappresentanti più noti, come Jack Anderson, questo tipo di giornalismo investigativo ha spaziato in tutti i campi, inclusa la politica estera, come è d'altronde abitudine a Washington, dove politica interna e responsabilità sulla scena internazionale sono strettamente interrelate.


Sarebbe del tutto erroneo attribuire soltanto agli Stati Uniti un ruolo unico ed esclusivo nel settore. Nella Francia della III Repubblica fu un articolo apparso su L’Aurore, il celebre J’accuse scritto da Emile Zola per il presidente Félix Faure, a imprimere una svolta epocale alla storia francese, a quel tempo drammaticamente in bilico tra ritorno al passato o consolidamento della cultura repubblicana; da quel momento in Francia l’etica del libero giornalismo democratico e l’etica della cultura repubblicana vanno insieme, indissolubilmente collegate: il journalisme d’investigation non è presente soltanto sui giornali, ma nelle collane editoriali delle più importanti case editrici. Anche negli anni più recenti e negli altri grandi paesi moderni il giornalismo investigativo è un ingrediente importante del funzionamento del sistema democratico, dalla campagna dei giornalisti inglesi sullo scandalo del talidomide fino alla campagna dei giornalisti spagnoli contro gli scandali dei governi di Felipe Gonzalez. In Francia (dove sinistra e destra sono finite impietosamente nel mirino della stampa, che ad esempio nel caso del sang contaminé è stata meritoriamente decisiva), il Canard Enchaîné è un’istituzione che, come ha scritto un magistrato, “costituisce di fatto la principale istanza deontologica dello Stato. Questo giornale è l’ultima risorsa in una Repubblica che non riesce a regolare altrimenti i suoi conflitti”.


A parte il rischio, enorme e ricorrente, di un uso per rivalse private e su commissione, i valori centrali del giornalismo investigativo coincidono in larga misura con quelli classici del giornalismo: imparzialità; indipendenza economica, quindi opposizione alla concentrazione delle testate; preparazione professionale; attenzione rivolta ai sondaggi sugli umori dell’opinione pubblica; notizie separate dalle opinioni; editoriali nettamente distinti dai servizi, sia per quanto riguarda l'impostazione sia per quanto riguarda la responsabilità (a volte gli editorialisti possono rispondere direttamente alla proprietà invece che alla direzione); eccetera.


Non si tratta dunque di un modello esclusivamente statunitense, anche se in America effettivamente viene celebrato con la solennità, le cattedrali e i rituali delle religioni (inclusa a volte una porzione di ipocrisia). Tanto è vero che uno dei maggiori esponenti di una concezione etica del giornalismo è stato J. F. Revel, di cui ricordiamo alcune affermazioni lapidarie: "… Noi abbiamo costruito una civilizzazione democratica fondata sull'informazione. … Se il cittadino non è correttamente informato il voto non vuol dire niente…". Per Revel, "è l'opinione che deve essere pluralista, non l'informazione: per sua natura l'informazione può essere vera o falsa; non può essere pluralista".


Il giudizio di Revel a proposito della condizione odierna dell'informazione era abbastanza pessimistico: "Quando per caso il cittadino medio possiede una fonte d'informazione esterna a qualsiasi mezzo d'informazione, quando ad esempio il suo giornale o la sua televisione trattano un problema che egli conosce, il suo lavoro, la sua regione, avvenimenti nei quali è stato coinvolto, egli dà quasi sempre un giudizio severo e perfino scandalizzato del modo in cui la stampa ne ha dato conto".


Di Revel conviene inoltre ricordare la campagna contro quella menzogna che a suo parere era spesso dominante nel giornalismo e che si camuffa in infiniti modi: dalla menzogna di Stato alla disinformazione, alla manipolazione e mistificazione, in uno slittamento multiforme di significati che confinano e si confondono con la censura vera e propria.

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