Napoli. Un ex paradiso abitato da camorristi

08.08.2011 23:06

NAPOLI appare il paradigma dispiegato della non-contemporaneità del mondo contemporaneo, la sua sintesi e insieme il principio generatore.

Un luogo in cui si può osservare in vitro, in un alto grado di concentrazione, che cosa la modernità abbia prodotto suo malgrado, cioè la caotica mescolanza di sé con il passato arcaico-tradizionale. Sciorinando la massa indifferenziata dei rifiuti per le strade—risultato di uno sviluppo consumistico che non riesce a farsi progresso, quindi modernità autentica — Napoli è l’incarnazione dell’antiutopia.

Se utopia è infatti la città felice in cui sarebbe bello vivere, la città ricolma d’immondizia è proprio il contrario: quella infelice in cui nessuno vorrebbe vivere. In ciò Napoli mostra persino una sua grandezza: perché essere l’immagine concreta dell’antiutopia non è da tutti.

Al tempo stesso, sia pure soltanto a sprazzi, Napoli allude a che cosa sarebbe una contemporaneità civile. L’esempio, da ultimo, è quello di una cittadinanza attiva che, autoconvocatasi via internet, si è data alla ripulitura diretta delle piazze, sebbene questa non sia di per sé la soluzione del problema. In senso molto generale si dice che la modernità consista in un allentamento dei legami tradizionali, nell’emersione degli individui, nella libera competizione degli interessi e delle opinioni e, in una versione più radicale, nel conflitto sociale a partire da gruppi d’individui disposti in classi sociali e fronti di lotta (quindi non più definibili in base alle appartenenze tradizionali e di nascita): tutto ciò in relazione con lo Stato e le istituzioni pubbliche che, nella politica democratica, agirebbero da regolatori della competizione e del conflitto.

Ma tutto questo a Napoli scarseggia. E in Italia? Se ne lamenta la mancanza proprio come a Napoli.

A prevalere è ovunque il familismo, sono le appartenenze tradizionali. E appena qualcosa sembra muoversi rispuntano le reti, i clan sotto forma di consorterie e “cordate”, che avvolgono la vita sociale e presto la riconducono all’ordine, cioè al disordine suo proprio.

Finanche il welfare in Italia è stato delegato in gran parte alla famiglia, che sopperisce alla disoccupazione giovanile e alla cura degli anziani con i risparmi e la misericordia.

Ci si può allora sorprendere se le reti della criminalità organizzata siano estese e ramificate? In fondo producono a loro modo benessere. Anche se questo benessere è poi la stessa cosa del malessere, come nel caso del business dei rifiuti.

Giorgio Bocca intitolò un libro di qualche anno fa Napoli siamo noi, volendo indicare che la “questione Napoli” riguarda tutti, l’intero paese.

Ma quando Bocca sostiene che il napoletano è “individualista” si sbaglia. Avrebbe dovuto dire che il napoletano è familista: il che configura una forma di particolarismo per nulla individualistico in senso moderno, incentrato su una ristretta cerchia che è immediatamente identificata con il bene comune.

Si tratta di un carattere culturale che riguarda l’intero Mezzogiorno; ma lo si ritrova, per estensione e sempre più, anche a Milano o nel Veneto (si pensi al carattere etnico-familistico della Lega, vera e propria espressione di un nuovo clientelismo a favore degli affiliati “padani”).

Nel suo libro Bocca ripete spesso con orrore l’adagio "pur isso adda’ campa’", manifestazione di una mentalità che finisce con l’essere connivente con la camorra, che dà da campa’ a molti.

Non cita però mai le due parole che appaiono come un completamento delle prime: tene famiglia.

Quando, negli anni immediatamente successivi al Sessantotto, una parte dell’estrema sinistra aveva pensato di fare di Napoli e del Sud, per le loro condizioni di disagio economico, l’epicentro della rivoluzione italiana, aveva preso un grosso abbaglio.

Non aveva fatto i conti con l’antropologia culturale, con una cultura imperniata sui legami tradizionali. Dal familismo al familismo amorale non c’è che un passo, e da questo al familismo delinquenziale solo un altro passo ancora.

Il percorso verso la rivolta, per non parlare della rivoluzione, resta invece sconosciuto.

I gruppi camorristici si dividono in famiglie: stringono alleanze e sono in competizione tra loro, talora si uccidono a vicenda; gli individui sono solo funzioni dei clan, non esistono. Così come non esistono le classi sociali, e le disparità di reddito, che pure ci sono e sono gravi, non fanno storia.

Solo nella troppo breve e ormai lontana stagione operaia e studentesca i movimenti hanno significato la possibilità di prendere la parola collettivamente e come individui, in un modo che non neutralizzava a priori il dissenso e la diversità come fa una cultura totalizzante, quella che Raffaele La Capria ha chiamato la “napoletanità”: una forma culturale, addirittura una lingua, nata dal fallimento della rivoluzione del 1799.

Duecento anni dopo, i napoletani ce l’avrebbero fatta, impegnandosi a fondo e alacremente, a trasformare il loro “paradiso abitato da diavoli” in un inferno puro e semplice.

E la storia potrebbe concludersi qui avendo trovato il suo adempimento: con una differenza però non trascurabile rispetto al vecchio detto commentato da Benedetto Croce in una famosa conferenza. I “diavoli”, infatti, un tempo erano i lazzari o lazzaroni, gli antichi incubi generati dal ventre della plebe partenopea per agitare i sonni delle classi agiate.

Invece, grazie a una completa trasfigurazione antropologica, essi oggi non sono più poveri cristi sbrindellati pronti a brandire le forche e a farsi massa di manovra per qualsiasi avventura, ma componenti delle stesse classi agiate, ricchi camorristi con i loro aiutanti riciclatori, nuovi diavoli della Napoli del ventunesimo secolo.

Quel sottoproletariato, che in quanto tale non esiste più da nessuna parte, avrebbe consumato scomparendo una sorta di vendetta mimetica, imprimendo i suoi caratteri nel corpo di una sottoborghesia diffusa, con varie gradazioni di censo e di potere, ma con un’unica vocazione criminaloide.

“Se un giorno ci sarà un’uscita dalle aporie napoletane (cito il titolo del bel volume collettivo pubblicato tempo fa per Cronopio da un gruppo di agguerriti filosofi), dalla impasse storica in cui Napoli vive da secoli, ciò non potrà avvenire se non aprendosi all’altro”.

Non si può ancora prevedere quello che accadrà, alla fine, con l’immigrazione e la necessaria integrazione degli stranieri; ma fin da adesso appare probabile che l’ubiquitaria “monocultura” italiana dei mille localismi verrà a infrangersi.

Allora la tendenza alla chiusura particolaristica, all’auto-contemplazione di sé nella propria presunta identità, che a Napoli come nel Veneto si abbarbica alla modernità succhiandone l’anima, dovrà cedere il passo alla varietà dei mondi culturali, delle usanze e dei costumi.

A quel punto si vedrà cos’è Napoli davvero: se la sua “porosità” sia da intendere solo come una delle tante finzioni che nel tempo hanno cercato di definirne l’indefinibile essenza di mostro arcaico e moderno, chiuso e insieme aperto all’esterno, o se proprio la sua storta natura si troverà paradossalmente sul fronte d’onda del mutamento che ci attende. 

(di Rino Genovese da la Repubblica Napoli)

 

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