Memento... ai Cuffari Sangiorgesi e a tutti i democristiani : l'amara fine di Totò Vasa Vasa

22.01.2011 17:09

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LA MAFIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA, CUFFARI SANGIORGESI !!!

(R.Carpentieri-Movimento Agende Rosse di Salvatore Borsellino)

I fatti, ammoniva George Bernard Shaw, sono argomenti testardi. La nota, accertata e sinanco ammessa frequentazione da parte di Cuffaro di esponenti mafiosi e il loro sostegno elettorale, la "promozione" politica anche con la elezione al Parlamento siciliano di esponenti delle forze dell'ordine infedeli allo Stato e fedeli a mafiosi e clientele, la presenza - in prima persona o per interposto congiunto - nel mondo degli affari (alberghi, cliniche private, investimenti immobiliari e aziende), i sodalizi con imprenditori e banchieri beneficiari di risorse e privilegi regionali sono fatti che hanno profondamente condizionato la vita politica regionale e contribuito all'imbarbarimento etico della Sicilia.

Quanti hanno avuto e tuttora hanno frequentazioni e sodalizi alla Cuffaro? La domanda non mira ad alleggerire la severissima critica a Cuffaro ma, al contrario, a denunciare il rischio che divenga "cultura politica" la spregiudicatezza nelle frequentazioni e nei sodalizi di affari, l'accaparramento famelico di risorse pubbliche, il clientelismo, la confusione tra pubblico e privato, il conflitto di interessi. Il "cuffarismo" come il "berlusconismo" sono una disastrosa perversione dei valori della politica, della economia, della cultura, e ciò a prescindere dalle sentenze penali di condanna, che per loro natura arrivano, comunque, sempre dopo che il danno è stato provocato.

 

 

 

Io non assolvo i siciliani che hanno creato questo signor nessuno, lo hanno adorato, osannato, c'hanno mangiato insieme e oggi fanno convegni sulla legalità ma negli anni del fulgore cuffariano disprezzavano giornalisti, cittadini, uomini dell'ordine,delle istituzioni e quei pochi e rari che invece con Totò vasa vasa non voleva avere niente a che fare.

Ancora una volta è la legge, la giustizia dei giudici  a dover mettere dei paletti e non la società .

La magistratura ha i suoi tempi tecnici da rispettare...

Ma i cittadini no; i cittadini devono imparare una volta per tutte ed in ogni circostanza cosa fare e decidere. 

Troppo comodo usare la scusa vile del "tengo famiglia brigadiè" o quella incivile del menefreghismo e dell'opportunismo,

dei salti e delle piroette sul carro dei vincitori.

Resistenza ! Continueremo a praticarla, ma non illudiamoci di cambiare la "cultura" di questo Paese:

è già tanto se non ha cambiato noi.

Quanto al cuffarismo sangiorgese, il ciclone pepiano che ha portato con sé, per quasi quarant'anni,  il puzzo del compromesso morale, della cancellazione delle coscienze e dell’annullamento della diversità, del dissenso; un mondo nel quale o ti vendi o sei escluso, emarginato, “vinto”, sottoposto a "ritorsioni" più o meno illegali e di basso profilo democratico e morale, sta per finire.

Anche a San Giorgio. Grazie a coscienze esuli, ribelli e ...resistenti !

Perchè Cosa Nostra è questo: i boss possono contemporaneamente decidere chi mandare al Senato, come partecipare a un appalto, come tenere sotto controllo l’intero sistema economico produttivo e mungerlo, giocare in Borsa, fare affari internazionali e poi sparare a un rivale per una questione di un pascolo di vacche con la stessa attenzione e con la stessa determinazione. Perché la Mafia è potere dal momento in cui la moglie di un boss, di un amministratore pubblico, di un pubblico ufficiale, di un politico va a in un supermercato e non paga la spesa a quando specula sui titoli alla Borsa di Milano o Londra. Potere, paura, silenzio e “piccioli”.

La Mafia è un insieme di tanti aspetti e appetiti, ma senza il controllo del territorio non esiste.

E se vuoi capire davvero che cosa sia e come agisca Cosa Nostra devi iniziare a capire chi controlla o chi aspira a controllare un determinato territorio...e l'esercizio del voto.

 

(R.C.)

 

Sette anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, per favoreggiamento aggravato di Cosa Nostra: si conclude così la carriera politica di Salvatore Cuffaro, detto “Totò Vasa Vasa”, già pupillo di Calogero Mannino, due volte presidente della Regione Sicilia, svariate volte assessore regionale e attuale senatore della Repubblica. Ora, come già in passato per Cesare Previti, bisognerà attendere il mandato d’arresto della Procura generale e che il Senato ne sancisca la decadenza della carica istituzionale. Bertinotti ci mise un anno per portare la “pratica Previti” all’ordine del giorno della Camera. Quanto ci metterà Schifani?

 

In ogni caso, da oggi ci sono centomila voti in “libertà” (in cerca di nuovi padrini e nuovi padroni?).

 

Di Cuffaro, in passato, ho scritto più volte. Ho ritrovato due vecchi articoli pubblicati su L’Isola possibile, un mensile siciliano di cui sono stato direttore responsabile, del 2003 e del 2005, cioè di quando è iniziata la vicenda giudiziaria conclusasi con la condanna di oggi. Ve li ripropongo così com’erano, senza aggiungere altro.

(Sebastiano Gulisano)

 

 

 

 

L’eterno Gattopardo che è in noi (2003)

«Chi l’avrebbe mai immaginato. La diccì, la più vecchia, la più corrosa, la corrente fabbricata negli anni più oscuri all'ombra di Giulio Andreotti, la diccì umiliata dai giudici e dalla galera, abbandonata dai suoi elettori, derisa dall'intera nazione,quella diccì sta rinascendo. A Palermo. Per tornare alla conquista del Paese, come un tempo seppe fare il vecchio Andreotti. Che proprio a partire dalla Sicilia, alla fine degli anni Sessanta, costruì potere e rendita elettorale attraverso Salvo Lima, Vito Ciancimino e Nino Drago. Oggi i nomi dei colonnelli sono altri. È cambiato il loro padrino politico, non più Andreotti ma Buttiglione. È diversa anche la sigla del partito, che adesso si chiama Cdu, Centro democratico unito. La strategia e l’obiettivo invece sono identici: la rinascita e il rilancio della peggiore Democrazia cristiana. Che in fondo all’Italia conserva un’antica capacità di ricatto assieme a un inatteso patrimonio elettorale. Dove? Alla Regione Siciliana, l’unico residuo di Prima Repubblica sopravvissuto».

Era gennaio del 1996 e il numero de I Siciliani si apriva con un pezzo dal titolo Il partito dei fuorilegge; l’attacco di questo pezzo era l’attacco di quel pezzo. Non trovo un modo migliore per dire che questa vicenda – l’indagine sul presidente della Regione e sui suoi pretoriani, e sui rapporti (veri, presunti o millantati) con il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro – non mi meraviglia affatto. L’avevamo scritto quando tutti ne parlavano come fossero archeologia politica.

Sette anni dopo, un’indagine della procura di Palermo e del Ros dei carabinieri, basata principalmente su intercettazioni ambientali, ci dice che la vecchia diccì, i vecchi democristiani continuano a essere i riferimenti preferiti dei boss. Come se il Muro di Berlino non fosse mai caduto. Come se esistesse ancora l'Unione Sovietica. Come se ci fosse ancora la necessità di impedire «con ogni mezzo» che i comunisti prendano il potere in Italia: la diccì garante politico (in Italia) che una cosa del genere (i comunisti al governo) non sarebbe mai accaduta, e Cosa Nostra garante militare (in Sicilia, e non solo). Invece non c'è più il Muro, non c'è più l’Urss, non c’è più la Dc, non ci sono più i comunisti (non me ne vogliano Bertinotti e Cossutta, ma non incutono certo la paura che incuteva il Pci agli americani). La caduta del Muro disorientò persino Cosa Nostra: Nino Giuffrè ha raccontato ai magistrati che i boss pensarono addirittura di sciogliere l’organizzazione, ché la sua funzione era venuta meno. Invece non lo fecero, e Cosa Nostra c’è ancora, più forte e solida di prima. Così come ci sono ancora i democristiani. E sono sempre loro a comandare, in Sicilia. Tutto cambi perché nulla cambi, verrebbe da dire. Ma sarebbe retorico. È retorico.

Ieri bisognava impedire, con ogni mezzo, che il Pci andasse al governo. C’erano in ballo gli equilibri del mondo. E all’ombra di quegli equilibri si compivano le peggiori nefandezze. A Ovest come a Est. A Milano come a Palermo. Oggi, per quanto l’Italia e la Sicilia si trovino sempre al centro di in un’area strategicamente importante come il Mediterraneo, gli equilibri del mondo non sono più minacciati dagli equilibri politici del nostro Paese: nessuno – né a Wall Street né nella City – mette in dubbio l’affidabilità democratica (e liberista) del centrosinistra. Solo Berlusconi lo fa. Ma quella è propaganda, è mistificazione.

Oggi, come ieri, Cosa Nostra continua a preferire i vecchi, affidabili democristiani. E stavolta c’entrano solo gli affari. E le leggi. Le leggi tanto agognate dal popolo di Cosa Nostra: abolizione dell’ergastolo e del 41 bis, fine del pentitismo, revisione dei processi. Ricordate il proclama di Bagarella di un anno fa, quello sulle «promesse non mantenute» da certi politici? Ricordate le lettere dei Graviano e degli altri boss rinchiusi nel carcere di Novara, sottoposti al 41 bis, che accusavano gli avvocati-parlamentari meridionali di non fare più gli interessi dei propri assistiti? Dopo quel proclama e quelle lettere il Sisde redasse un rapporto in cui si individuavano una serie di esponenti della Casa delle libertà «a rischio». La stampa riportò i loro nomi: Cesare Previti e Marcello Dell'Utri rischiavano perché «chiacchierati» e, dunque, la loro eliminazione avrebbe destato poco allarme sociale. Poi c’erano sette avvocati-parlamentari: Antonio Battaglia, Enzo Fragalà e Giuseppe Bongiorno di An, Nino Mormino, Renato Schifani e Enrico La Loggia di Fi, Francesco Saverio Romano dell'Udc. Gli fu data la scorta, qualcuno la rifiutò. Battaglia, Mormino e Romano sono indagati per presunti rapporti con Cosa Nostra; il nome di Romano emerge proprio nell’inchiesta sui presunti rapporti tra Cuffaro e Guttadauro, mediati dall'ex assessore palermitano Miceli, finito in galera perché le prove a disposizione dei magistrati sarebbero schiaccianti.

In questa vicenda, potrebbero meravigliare alcune solidarietà prontamente manifestate a Totò Cuffaro: del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi; del presidente della Camera, Pierferdinando Casini; del presidente della commissione parlamentare Antimafia, Roberto Centaro. Manca solo quella del Papa. Ma Cuffaro non è Andreotti. C'è poco da meravigliarsi, comunque: non era forse stato un ministro di questo governo (Lunardi), due anni fa, ad annunciare che «con la mafia bisogna imparare a convivere»? Dovrebbe meravigliare che Cuffaro chieda a Lo Porto di convocare l’Ars per ricevere una ulteriore solidarietà. Ma Berlusconi, quanto a uso personale delle istituzioni, ci ha abituato a molto peggio. Quindi: nessuna meraviglia. Quello che invece meraviglia è che il centrosinistra (eccetto il Prc, contrario) si sia astenuto nella votazione all’Ars, continuando ad alimentare quel clima di consociativismo che tanto ha nociuto all’Italia, alla Sicilia e alla sinistra in particolare. Si vede che il 61 a 0 non gli ha insegnato niente.

Ma, forse, pensandoci bene, con questo ceto politico che il centrosinistra si ritrova, bisognerebbe meravigliarsi che non abbiano votato per Cuffaro.

Cosa Nostra ringrazia: le istituzioni regionali non potevano uscirne più solidamente paludate di così. Evviva il Gattopardo. Evviva la diccì.

 

***

 

Cuffaro story (2005)

 

Per i media è «Totò vasa vasa», ché è stato lui stesso a vantarsi di avere baciato «almeno tremila persone», durante una campagna elettorale, nel solo comune di Raffadali, il suo paese d’origine in provincia di Agrigento. Per il boss Carlo Guttadauro è «Cioccolatino», come emerge da alcune intercettazioni ambientali tra il capomafia e la moglie. Per Nino Sprio, mandante degli omicidi di Giovanni Bonsignore e Filippo Basile, è «il mio figlioccio». Per la Procura di Palermo è un «favoreggiatore» di Cosa Nostra, e perciò è sotto processo. Per gli elettori siciliani è l’uomo giusto per Palazzo d’Orleans e, quattro anni fa, lo hanno preferito a Leoluca Orlando. Ma, stringi stringi, Salvatore Cuffaro detto Totò è solo la quintessenza della democristianità.

 

Nel ’96, dopo l’exploit alle regionali nelle quali risultò il politico più votato a Palermo, si raccontava così in un’intervista a Sebastiano Messina, inviato di Repubblica: «Lei voleva conoscere Totò Cuffàro, il politico più votato di tutta Palermo, il primo eletto del Cdu siciliano? Eccomi qua. A disposizione. Vuole scoprire il segreto del mio record di preferenze, vuol sapere cosa c’è dietro... Si accomodi, dottore, le rivelerò chi sono i miei elettori, uno per uno. Ma prima permetta che le dica chi sono io. Ho trentotto anni, sono figlio di un maestro elementare di Raffadali, faccio il medico e sono alla seconda legislatura. Voi giornalisti vi stupite perché rispetto alle politiche abbiamo raddoppiato i nostri voti. Grazie alla proporzionale, dice Berlusconi. E meno male che c’è la proporzionale. Viva la proporzionale. E viva la preferenza. Nel profondo del mio cuore io sono rimasto democristiano». Democristano doc.

Cresciuto all’ombra di Calogero Mannino, che per anni è stato il deus ex machina della politica agrigentina, Cuffaro approda all’Ars nel 1991, a 33 anni, grazie al sostegno del suo mentore politico e, stando alle intercettazioni telefoniche sul telefono di Giuseppe Guttadauro, il boss-medico che avrebbe goduto del suo «favoreggiamento», quella volta anche il fratello Carlo si sarebbe dato da fare per portare all’Ars «Cioccolatino». Lo stesso aspirante onorevole è andato a chiedere voti ad Angelo Siino, allora «ministro dei lavori pubblici di Totò Riina» («ma non sapevo che era mafioso», si giustificherà Cuffaro). Il pentito racconta ai magistrati di un incontro riservato nell’ufficio del capomafia di Villagrazia Angelo Teresi: «C’ero io, Teresi, Santino Pullarà, Cardinale (Salvatore, leader della Margherita siciliana, ndr) e Cuffaro. Cuffaro era lì, entrava, usciva, baciava tutti e salutava». Siino chiarisce di essere andato a quell’incontro con un codazzo di boss, in seguito alla richiesta di aiuto di Cuffaro che, assieme a Saverio Romano (attuale deputato Udc, era andato a trovarlo a casa. «Mi disse: “Devi farmi arrivare primo degli eletti a Palermo”. Io gli risposi che avevo già un impegno con il candidato di Salvo Lima, Purpura. E non feci molto. L’unica cosa che mi spinse ad aiutarlo fu che si era presentato con Romano, il quale si lamentava che non gli avevo mai dato una lira degli appalti della Provincia».  

Cuffaro gli amici non li dimentica. E li difende quando sono in difficoltà. Sfiorando l’impopolarità. Esponendosi al ridicolo. Come quella sera d’estate del 1993 in cui, durante una diretta tv di Samarcanda e Costanzo show in cui si parlava delle relazioni pericolose di Mannino col clan Cuntrera-Caruana, il paffuto onorevole, allora sconosciuto alla platea nazionale, si alzò dal fondo della sala sbraitando contro coloro che «denigrano la meglio classe politica siciliana». Uno spettatore lo riconobbe: «Ma quello è l’onorevole Cuffaro!». «L’onorevole Puffaro?», gli fece eco Costanzo, che non capì o finse di non capire. Erano anni, quelli, in cui ci voleva coraggio a difendere pubblicamente qualcuno accusato di collusioni mafiose. Poi il clima è cambiato. E l’Italia è tornata un paese normale. E la Sicilia può permettersi un “governatore” sotto processo per avere favorito i boss, ché «con la mafia bisogna imparare a convivere» (Lunardi docet) e, dunque, arrivano gli attestati di solidarietà di altissime cariche istituzionali, di ministri, di segretari di partito.

Anche con Nino Sprio, suo paesano e funzionario dell’assessorato all’Agricoltura, Cuffaro s’è mostrato riconoscente. Sprio si era fatto in quattro durante la campagna elettorale, in compagnia di Ignazio Giliberti, killer di Filippo Basile, il funzionario della Regione che aveva completato l’istruzione della pratica (avviata otto anni prima da Giovanni Bonsignore) per il licenziamento di Sprio. Mancava solo il visto dell’assessore. «L’assessore – spiegano i giudici di primo grado nella sentenza – avrebbe dovuto solo firmare la pratica di destituzione di Sprio, ed è veramente molto strano e inquietante che, ammesso che non avesse trovato il tempo per farlo o che nessuno del suo gabinetto gliela avesse sottoposta, questo tempo sia stato trovato il 12 luglio, sette giorni dopo l’uccisione del dottore Basile». Cuffaro ha tentato di giustificarsi dichiarando che «in quel periodo si svolgeva una campagna elettorale». «Inopportuna», secondo i giudici quella giustificazione, «se si è voluta con essa giustificare l’inadempienza dei compiti istituzionali. E – aggiungono – potrebbe diventare grave qualora si considerino vere le dichiarazioni rese da Ignazio Giliberti sulla campagna elettorale che Nino Sprio svolgeva a sostegno dell’onorevole Cuffaro». I giudici non hanno ritenuto di dovere approfondire, poiché i fatti descritti «servono a dimostrare che il vuoto creatosi attorno al normalissimo impegno del dottore Basile può avere contribuito a far nascere e a consolidare il proposito dello Sprio volto all’eliminazione dell’unico soggetto che gli dava fastidio».

Il processo in corso non è il primo in cui incappa il presidente della Regione. Proprio dopo la campagna elettorale del ’91 è stato denunciato da due giovani ai quali aveva promesso un posto di lavoro in cambio di voti. I consensi erano arrivati, i posti no. E quelli si erano rivolti al giudice. Condanna in primo grado e in appello. Assoluzione in Cassazione. L’ascesa politica può continuare, forte di un sistema clientelare democristiano che in Sicilia non si è mai estinto. «Clientelismo? Non mi piace questa parola – spiegava a Sebastiano Messina nell’intervista del ’96. – Io non faccio favori e non prometto posti. Io ascolto la gente. Mi interesso ai suoi problemi. Dicono che abbiamo usato il potere per rastrellare voti. Io sono rimasto in prima fila a parlare con la gente, con gli elettori. No, non mi fraintenda, dottore. Non è che gli risolvessi i problemi, ma almeno li stavo a sentire. Con affetto. Cosa mi chiedono? Di tutto. Come lei vede, la mia porta è sempre aperta. Io ho scritto sui facsimile anche il mio numero di cellulare, così bussano in tanti».

 

E siccome «bussano in tanti», lui di cellulari ne ha tanti. La circostanza è emersa dall’indagine della Procura di Palermo sul viaggio a Nizza del superlatitante Bernardo Provenzano. La carta d’identità intesta a Gaspare Troia con cui il boss è andato a farsi operare è stata rilasciata dal comune di Villabate, grazie a Francesco Campanella, ex consulente dell’amministrazione, stando alle dichiarazioni del pentito Mario Cusimano. Campanella, sotto inchiesta per tale «interessamento», ha 33 anni ed è un esperto in sviluppo locale; fedelissimo di Cuffaro, che gli ha fatto da testimone di nozze con Clemente Mastella al tempo in cui tutti e tre stavano nell’Udeur. Gioacchino Genchi, consulente della Procura, ha scoperto che una scheda telefonica intestata a Campanella risulta utilizzata da Cuffaro in 29 cellulari diversi. Tanti questuanti, tanti cellulari. 

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