Martelli: patto con la mafia, per salvare politici

18.03.2012 22:05

 

Nel 1992, lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita ad almeno 7 politici, tra i quali ministri ed ex ministri, che i boss consideravano “traditori” per non aver “ammorbidito” (come promesso?) il maxi-processo di Palermo voluto da Falcone e Borsellino. E’ la possibile verità che emerge dalla deposizione dell’ex guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento l’ex comandante dei Ros, il generale dei carabinieri Mario Mori. Fu lui a “convincere” Totò Riina, attraverso Vito Ciancimino, a rinunciare alla strategia delle rappresaglie inaugurata con l’assassinio di Salvo Lima?

E’ solo una verità possibile: una storia verosimile, scrive Peter Gomez sul “Fatto Quotidiano”, da prendere però con le dovute cautele, in base alla Claudio Martellirecente deposizione di Martelli: secondo cui lo Stato trattò con la cupola mafiosa per salvare la vita a ministri o ex ministri come Calogero Mannino, Salvo Andò, lo stesso Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, nonché il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della Regione Sicilia, Rino Nicolosi. «Sette nomi eccellenti, considerati dai clan – a torto o ragione – dei traditori», cui si aggiunge la lista dei nemici dichiarati: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso, nonché i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà.

La situazione precipita dal febbraio del 1991, scrive Gomez, quando Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare il braccio destro di Martelli: nelle mani dei magistrati (poi anche in quelle di politici e uomini d’onore) arriva «un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia». Un dossier che «rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire». Con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata: il governo Andreotti rimette in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini, e Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia venganoGiulio Andreotti“addomesticati” da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato “ammazzasentenze”.

Riina capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo non valgono niente e, in una serie di vertici tra capi-mafia, annuncia la decisione di “pulirsi i piedi” non solo con il corpo dei nemici, magistrati e poliziotti, ma anche con i cadaveri dei politici che non avrebbero “mantenuto le promesse”. «Si fa la guerra per fare la pace», annuncia il boss corleonese, dando il via a una catena di attentati contro uffici postali, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e sedi della Dc. E dopo che la Cassazione – neutralizzato Carnevale – il 31 gennaio del ’92 conferma le condanne del maxi-processo, il 12 marzo viene ucciso Lima, fedelissimo di Andreotti: è un messaggio diretto al divo Giulio, che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani.

I politici siciliani cominciano davvero a tremare, scrive Gomez: la mafia decide di eliminare l’ex ministro Mannino, ma intanto il 23 maggio disintegra con il tritolo Falcone e la sua scorta. «Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa – prosegue Gomez – Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Mario MoriDonno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano».

Attraverso una dirigente del ministero della giustizia, Liliana Ferrero, il capitano De Donno  spiega a Martelli di essere in procinto di vedere Ciancimino «per fermare le stragi»: al ministro, i carabinieri del Ros chiedono una sorta di «supporto politico». La Ferraro informa Paolo Borsellino, successore di Falcone, mentre il boss Giovanni Brusca si prepara ad uccidere Mannino. Poco dopo, però, “un colonnello” dei carabinieri avverte l’ex ministro del rischio che sta correndo, consegnandogli un dossier “segreto” di 7 pagine. Intervistato da Antonio Padellaro per “l’Espresso”, Mannino ne parla e dichiara che Lima è statoucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.

Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare, continua Gomez. Salvatore Biondino, un luogotenente di Riina, sempre nel giugno del ’92 comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato: la mafia ha cambiato strategia. Nel mirino, all’ultimo momento, è stato messo Borsellino: che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli Paolo Borsellinoinvestigatori riflettono su due aspetti, maturati entrambi alla vigilia della strage di via D’Amelio: i presunti incontri tra Mori e Ciancimino e la nascita del governo Amato.

Si ipotizza che Ciancimino abbia avanzato a Mori le prime richieste dellamafia, rivolte allo Stato. E il governo Amato, costituitosi venti giorni prima dell’omicidio di Borsellino, ha liquidato a sorpresa il ministro dell’interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra) sostituendolo con Nicola Mancino (sinistra Dc, come Mannino). Lo stesso Martelli, contrario ad ogni ipotesi di trattativa, per qualche giorno, su proposta di Craxi ha rischiato di perdere la poltrona di guardasigilli, «come se si fosse “esagerato” con la lotta alla mafia».

Comunque siano andate le cose, conclude Gomez, il risultato è che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? «Probabilmente», ha affermato lo scorso dicembre l’attuale procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, «i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste» (info: www.ilfattoquotidiano.it).

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...