Mafia? Che significa ?

03.07.2011 11:34

Le elezioni politiche sono ormai alle nostre spalle e con esse — è lecito sperare — gli slogan semplificatori. È, dunque, tempo di ragionare sui nuovi scenari istituzionali, sulla natura dei cambiamenti intervenuti, sui rischi che s’intravedono con riferimento alla questione mafia e criminalità organizzata. Ci ragioneremo nei prossimi mesi. Ma alcuni spunti sono sin d’ora possibili.
Giorni fa, parlando in ricordo di Giovanni Falcone, Luigi Ciotti ha espresso inquietudine per il fatto che in Sicilia ben 61 seggi su 61 siano stati conquistati dalla Casa delle libertà.

C’è chi se ne è adontato, considerando quelle dichiarazioni un imprudente attacco politico. Non è così. È, piuttosto, la realistica preoccupazione di chi conosce l’intreccio tra mafia e sistema politico e i pericoli connessi con l’affermarsi di un sistema di potere omogeneo e chiuso in se stesso. È una storia che il nostro paese ha già conosciuto.
“Cosa Nostra — scrive Salvatore Lupo nella sua Storia della mafia — non è un partito, non ottiene il consenso per se stessa. Questo riporta la palla nel campo della politica, alle opinioni, agli scambi materiali e simbolici. Ad esempio nel successo di Forza Italia a Palermo alle elezioni politiche del 1994, ad appena pochi mesi dalla plebiscitaria elezione a sindaco di Leoluca Orlando (cui poteva essere attribuito un segno politico opposto), la mobilitazione mafiosa segue, come ai bei tempi della Dc, la costituzione di uno schieramento di per sé in grado di produrre miti, idee, progetti, strumenti, uomini per il governo della cosa pubblica. Il fatto che Forza Italia abbia mirato una parte delle sue campagne elettorali del ’94 e del ’96 su una piattaforma di specioso garantismo (attacco alla legislazione premiale sui pentiti, alle disposizioni sulle condizioni di detenzione e sicurezza nelle carceri, allo stesso concetto di associazione mafiosa) dimostra ancora una volta il primato della proposta politica. E in un certo senso si potrebbe dire che molti dei temi che secondo gli inquirenti palermitani sono stati oggetto di illecita, sotterranea e inefficace trattativa tra Cosa Nostra e Andreotti nel corso degli Anni Ottanta, sono adesso parte del palese, ufficiale e legale programma di Forza Italia, rivolto al popolo italiano e dunque anche alle lobby mafiose”.
Parole di cinque anni fa, su cui occorre interrogarsi.

Il rapporto mafia-politica è un rapporto complesso: non è un puro fatto di voti (diceva nel 1989 G. Falcone, in un’intervista a G. Fiume, che “non vi è una delibera del consiglio di amministrazione di Cosa Nostra che dice di volta in volta per quale partito o candidato votare”…), ma un fatto di cultura, di interessi, di clima. “Niente — sono ancora parole di G. Falcone — è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo, né un alterco tra deputati, né un contrasto ideologico all’interno di un partito”.

Agevole trarne alcune conseguenze: l’attacco sistematico ai magistrati che si occupano di mafia (che è cosa diversa dal criticarne singoli provvedimenti), la presentazione alle elezioni di candidati discussi o addirittura indagati per collusioni con Cosa Nostra, l’esclusione — per contro — dalle candidature di personalità notoriamente impegnate nello schieramento antimafia, la delegittimazione pregiudiziale dei pentiti, l’ironia sull’uso delle indagini di mafia in chiave politica, sono, appunto, segni che creano un clima.
I fatti diranno se sono preoccupazioni e inquietudini infondate, ma certo le avvisaglie non sono tranquillizzanti.

Alla vigilia della sua partenza per Palermo, dove avrebbe presto trovato la morte, Carlo Alberto Dalla Chiesa fece visita al sen. Andreotti. Così quella visita è commentata dal generale nel suo diario (alla data del 6 aprile 1981): “Sono stato molto chiaro e gli ho dato la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori. Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e conduce a errori di valutazione di uomini e di circostanze”.

Oggi nessuno potrebbe più invocare la mancata conoscenza del fenomeno. Così come nessun imputato potrebbe credibilmente rispondere alla domanda del giudice sulla sua appartenenza alla mafia con le parole citate da H. Hess nella prima pagina di Mafia (pubblicato nel non lontano 1970): “Non so che significa”. Oppure no?

Livio Pepino

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...