La Cgil: 3000 sedi in tutta Italia e neppure un euro di Ici

27.08.2011 17:44

 

Da: www.questaelasinistraitaliana.org/2011/tremila-sedi-in-tutta-italia-non-un-euro-di-ici-altro-che-vaticano-e-la-cgil/

Altro che Vaticano. I sindacati vantano un patrimonio immobiliare immenso, ma non pagano un solo euro di Ici. Questo grazie ad una legge, la numero 504 del 30 dicembre 1992 (in pieno governo Amato), che di fatto impedisce allo Stato italiano di avanzare richieste ai sindacati. E i soldi sottratti, o meglio non percepiti, dalle casse statali sono davvero tanti: la Cgil, ad esempio, sostiene di avere circa 3mila sedi in tutta Italia, ma si tratta di una specie di autocertificazione, in quanto i sindacati non sono assolutamente tenuti a presentare i loro bilanci. Si tratta solo di un altro dei tanti privilegi dell’”altra Casta”, come è stata brillantemente definita dal giornalista dell’Espresso Stefano Liviadotti, che con tale formula ha dato il titolo al suo libro/inchiesta sulla Triplice.
Se la Cgil dichiara 3mila sedi, la Cisl addirittura 5mila. E la Uil sarebbe in possesso di immobili per un valore di 35 milioni di euro.
La legge, però, paragona in modo del tutto immotivato i sindacati alle Onlus, ossia alle organizzazioni di utilità sociale senza scopo di lucro.
Senza scopo di lucro? I sindacati? Un paradosso.
Ma c’è di più. Cgil, Cisl, Uil, Cisnal (poi diventata Ugl) e Cida hanno ereditato immobili dai sindacati del Ventennio fascista, senza dover pagare tasse. Tutto secondo legge, in questo caso la 902 del 1977, che con l’articolo 2 disciplina la suddivisione dei patrimoni residui delle organizzazioni sindacali fasciste.

Non c’è da stupirsi: soltanto nella scorsa legislatura, 53 deputati e 27 senatori, quindi 80 parlamentari in totale, provenivano dalla Triplice. Logico che in parlamento si facciano leggi “ad personam”, o meglio ad usum sindacati.
I regali più importanti, inutile dirlo, arrivano però sempre quando al governo c’è una coalizione di centro-sinistra.
Eccone alcuni: nel maggio 1997 il governo Prodi, per iniziativa del ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini, ha tirato fuori dal cilindro la legge 127, la quale grazie all’articolo 13 libera le associazioni dall’obbligo di autorizzazione nelle attività e nelle operazioni immobiliari. Con la finanziaria del 2000 vengono invece istituiti fondi per la formazione continua gestiti da sindacati e associazioni degli imprenditori. Ancora con il governo Amato, nel 2001 è fissato l’importo fisso per i patronati calcolato su tutti i contributi obbligatori versati da aziende e lavoratori agli enti.
Attraverso i patronati, i Caf (Centri di assistenza fiscale) e le deleghe sindacali sulle pensioni giungono fiumi di denaro nelle casse dei sindacati. Un meccanismo infallibile: i patronati si occupano di previdenza, richieste di aumento e pratiche di invalidità. E per ogni pratica l’Inps rimborsa. L’assistito del patronato è però logicamente anche un potenziale cliente dei Caf: i Centri di assistenza fiscale, nati ovviamente con la sinistra al governo (Amato, anno 1992), compilano le dichiarazioni dei redditi e le spediscono via internet all’Inps. Ad ogni spedizione corrisponde un rimborso, anche se i costi sono pressoché azzerati.
In soccorso dei Caf è arrivato persino il decreto legislativo 241 del 1997, governo D’Alema, che concedeva loro l’esclusiva sulla verifica dei dati inseriti sui 730. Costringendo il Ministero delle Finanze a elargire un rimborso per ogni 730 inviato dai Caf.
Peccato che tale decreto sia stato “bastonato” nel 2006 dalla Corte di Giustizia Europea, senza che nessun quotidiano nazionale sempre attento alle sanzioni europee ne abbia dato notizia. Ma su internet la notizia si trova.
Alla fine le entrate che derivano dai tesseramenti, la cui revoca è pressoché impossibile, sono quelle meno importanti.
Allora, i sindacati davvero meritano agevolazioni fiscali?

 

Per il 730 nessuna esclusiva ai Caf
 
A precisarlo la Corte di Giustizia Ue che ha affermato l’incompatibilità con il diritto comunitario della norma italiana che attribuisce tale prerogativa

Il riferimento è al decreto legislativo n. 241 del 1997 che riserva solo e soltanto ai Centri predetti talune attività di consulenza ed assistenza in materia tributaria, tra cui rientra l’attività di liquidazione, controllo dati e presentazione della dichiarazione dei redditi semplificata (cd. Modello 730).
Il 30 marzo la Corte di Giustizia dell’Unione europea si è pronunziata sulla legittimità della normativa italiana relativa all’istituzione del Centri di assistenza fiscale (CAF) alla luce dei principi di libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi sanciti dagli articoli 43 e 49 del Trattato. La norma cui si fa riferimento è il decreto legislativo n. 241 del 1997 che riserva esclusivamente ai Centri predetti talune attività di consulenza e assistenza in materia tributaria, tra cui rientra l’attività di liquidazione, controllo dati e presentazione della dichiarazione dei redditi semplificata (cd. Modello 730).
Il decreto legislativo in dettaglio
Il decreto in esame prevede che i Caf  debbano essere costituiti sotto forma di società di capitali e soltanto previa autorizzazione del ministero delle Finanze. L’oggetto sociale è limitato all’assistenza fiscale come descritta all’articolo 34 del citato decreto. La responsabilità è affidata a professionisti iscritti all’Albo dei commercialisti o dei ragionieri.
L’oggetto del contendere
La controversia è insorta a seguito del rifiuto opposto da un notaio di procedere all’iscrizione nel registro delle imprese di una modifica dello statuto della  società "Servizi Ausiliari Dottori Commercialisti" avente sede a Milano e che esercita l’attività di assistenza in materia contabile e amministrativa. In particolare la predetta società intendeva includere nel proprio oggetto sociale anche l’assistenza fiscale per le imprese e i lavoratori. Il rifiuto opposto dal notaio dipendeva dalla circostanza che la predetta società non soddisfaceva i requisiti richiesti dall’articolo 34 del decreto legislativo n. 241 del 1997 per l’attività di controllo e invio delle dichiarazioni annuali dei redditi dei lavoratori dipendenti e assimilati.
La denunzia di incompatibilità al Tribunale italiano
La società, pertanto, adiva la Corte di Appello di Milano per denunziare l’incompatibilità della normativa italiana che riserva in via esclusiva il diritto di svolgere alcune attività di consulenza tributaria ad un’unica categoria di soggetti, i Caf, negando agli altri operatori economici del settore, sia pure in possesso di un’abilitazione ad hoc, l’esercizio a parità di condizioni e modalità di svolgimento delle medesime attività riservate ai predetti centri di assistenza fiscale. 
La richiesta di intervento della Corte Ue
Il giudice nazionale, vertendo la questione su profili di compatibilità con il diritto comunitario, ha devoluto la controversia alla Corte di Giustizia chiedendo se il regime dei centri di assistenza fiscale soddisfi i requisiti propri delle libertà di stabilimento e di prestazione di servizi e se i compensi erogati ai Caf (a carico del bilancio dello Stato italiano) possano rappresentare un aiuto di Stato, come tale vietato dalle norme comunitarie nella misura in cui esso alteri il libero funzionamento del mercato e della concorrenza.
La rilevazione preliminare dei giudici comunitari
I giudici comunitari rilevano, in via preliminare, che le libertà sancite dagli articoli 43 e 49 del Trattato garantiscono  sia alle persone fisiche che alle persone giuridiche, nei territori Ue, l’ accesso a tutte le attività autonome e il relativo esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese e la creazione di agenzie, succursali e filiali. In tale contesto, la previsione in capo ai Caf di una competenza esclusiva in riferimento a taluni servizi di consulenza ed assistenza fiscale costituisce una evidente restrizione delle libertà di stabilimento e di prestazione di servizi. Né sembra che ricorrano, nel caso di specie, i motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica che, ai sensi dell’articolo 46 del Trattato, rappresentano i soli legittimi motivi per derogare alla operatività dei principi in esame.
Le conclusioni dell’Avvocato generale
In particolare, come efficacemente osservato dall’Avvocato generale nelle conclusioni presentate alla Corte, i servizi garantiti dai Caf non richiedono quelle competenze tali da giustificare la scelta del legislatore nazionale di avocarli ad un’unica categoria di soggetti. Viene, difatti, rilevato che taluni dei servizi in esame, quali la consegna della dichiarazione dei redditi all’interessato, la sua comunicazione al sostituto di imposta ai fini del conguaglio, l’invio della stessa all’Amministrazione finanziaria, sono di semplice gestione e non richiedono una competenza specifica. Per contro, se è pur vero che taluni  servizi hanno un peso sicuramente più rilevante, si pensi alla certificazione di conformità dei dati desunti dai documenti fiscali, alla liquidazione delle imposte e alla tenuta della contabilità, è, altresì vero, che i centri autorizzati non hanno una qualificazione professionale così specifica da escludere quella degli operatori economici attivi nel medesimo settore.
La posizione della Corte di Giustizia
In pratica, a parere dei giudici comunitari, "non sembra che le disposizioni del decreto legislativo. n. 241 del 1997, attribuendo una competenza esclusiva ai Caf ad offrire taluni servizi di assistenza fiscale, siano idonee a garantire l’interesse pubblico alla tutela dei destinatari dei servizi in parola".Pertanto, poichè la normativa italiana in materia comprime in modo ingiustificato le libertà fondamentali del Trattato in quanto le competenze attribuite in via esclusiva ai Caf non trovano sostegno in nessuna delle deroghe contenute nel trattato, essa si pone in insanabile contrasto con il diritto comunitario. Essa, difatti, impedisce agli operatori residenti in altri Stati membri e in possesso dell’abilitazione professionale richiesta per operare come consulenti fiscali, di esercitare le attività riservate esclusivamente ai Caf. Per quanto, poi, concerne la assimilabilità ad un aiuto di Stato del compenso erogato ai centri predetti, la Corte, pur rilevando che tale valutazione spetta al giudice del rinvio, osserva che i compensi erogati integrano la nozione di "aiuto" nei casi in cui: il livello del compenso erogato dallo Stato non è determinato sulla base di un’analisi dei costi che un’impresa, gestita secondo criteri di efficienza, avrebbe dovuto sopportare per adempiere servizi analoghi; l’ammontare del compenso supera quanto necessario per coprire, in tutto o in parte, i costi derivanti dall’adempimento dei servizi predetti, tenendo conto sia dei relativi introiti che del margine utile ragionevolmente conseguibile per il predetto adempimento.
Raffaella Salerno

 

 

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