La casta di province e regioni: una proposta di riforma

16.07.2011 09:36

L’Italia è il regno della burocrazia e degli enti più o meno inutili: le province ne sono un esempio eclatante.

L’Italia è l’unico paese europeo ad avere ben cinque (o sei) livelli di enti burocratici sul territorio: nelle grandi città abbiamo i consigli di zona, il comune, la provincia, la regione e lo stato (se non consideriamo l’Unione Europea). Nelle altre zone abbiamo le comunità montane al posto dei consigli di zona: ma nulla cambia nel computo degli enti.

Ovviamente ognuno di questi enti necessita di strutture di direzione, di supporto, amministrative, sedi, mezzi, fondi ecc. Solo questo giustifica il fatto che l’apparato burocratico-politico di stampo statalista dia lavoro a circa 900.000 persone (un’”azienda” grande circa 18 volte una Fiat, tanto per intenderci).

Tra questi enti le province (eredità delle prefetture di stampo napoleonico) sono gli enti meno necessari. Perlomeno da quando sono nate le regioni in senso federalista.

Basterebbe ripercorrerne la storia:

  • sin dalla legge istitutiva delle regioni si era obiettato che le province finivano per essere un inutile doppione e un aggravio di costi: il governo di centro sinistra di allora rispose che non era un problema in quanto le province sarebbero state abolite non appena create le regioni;
  • quando fu proposta ed approvata l’istituzione delle aree metropolitane (una specie di super-comune che dovrebbe permettere alle grandi città una migliore organizzazione) era prevista la soppressione delle relative province: le aree metropolitane non sono mai state attuate;
  • nel corposo (900 pagine) programma del governo Prodi era prevista l’abolizione delle province;
  • nel progetto di partito liberale di massa di Berlusconi uno dei primi punti era l’abolizione delle province;
  • nella legge finanziaria 2011 si proponeva l’abolizione delle province più piccole (tranne un’eccezione quantomeno curiosa: quelle di confine a cui viene evidentemente demandata la difesa del territorio nazionale), forse perché le grandi sono invece utili. Risultato: tutto come prima.

Ora è riapparsa alla Camera una proposta costituzionale di abolizione delle province firmata dall’IdV. Risultato della votazione: 83 favorevoli, 225 contrari, 308 astenuti.

Ogni commento sarebbe inutile: hanno votato contro o si sono astenuti (chi ha votato contro se non altro ha avuto il coraggio di metterci la faccia) sia il Pd che il Pdl, nel cui programma di governo era prevista l’abolizione delle province.

Si potrebbe concludere: di fronte alla “casta” non c’è programma o proposito che tenga!

Per i Comitati per le Libertà, che sin dalla loro nascita hanno proposto l’abolizione delle province, non resta che l’iniziativa popolare: solo un referendum permetterebbe ai cittadini di esprimere direttamente la loro volontà. Un altro motivo per dimostrare l’utilità dei referendum al fine di avere una vera democrazia gestita dei cittadini e non dagli interessi della politica.

Così, una volta abolite le province, si potrà avanzare una proposta ancora più ambiziosa: sostituire alle attuali regioni (altrettanto centralistiche e burocratiche quanto lo Stato) contee o cantoni più o meno equivalenti a 4-5 delle attuali province (purché con una dimensione o popolazione non al di sotto di certi valori. 
Una proposta in parte recepita dal Partito Democratico, fatto salvo per essersi dimenticato di chiedere l’abolizione delle attuali Regioni, caposaldo del suo potere locale clientelistico.


Angelo Gazzaniga

Portavoce dei Comitati per le Libertà

 

Perché diciamo sì al referendum: aboliamo le Province

La proposta lanciata dal quotidiano “Libero” non può che trovarci d’accordo. Non solo perché sin dall’inizio i Comitati per le Libertà si sono battuti per questo e non solo per gli innegabili risparmi che se ne potrebbero avere (si parla di 13-16 miliardi di euro: cioè l’entità di una robusta finanziaria).

Ma anche per i risparmi indiretti e persino difficilmente calcolabili che ne conseguirebbero. Buona parte degli Enti dello Stato e del parastato debbono avere sede in ogni provincia (basta pensare alla Banca d’Italia, all’INPS eccetera): una filiera di costi per la maggior parte inutili in un’era sempre più caratterizzata dalla telematica e dalla trasmissione elettronica dei dati (attualmente non occorre ormai più presentarsi agli sportelli per conoscere l’andamento di una pratica: è sufficiente collagarsi in via telematica con l’apposito ufficio).

Inoltre, abbattere costi ed enti inutili costituirebbe una vittoria significativa nella guerra antica sostenuta dai Comitati in favore della partecipazione diretta dei cittadini alla cosa pubblica. Abolire le province significa anche ridurre il numero di schermi burocratici interposti tra il popolo e lo stato: meno enti e meno livelli di burocrazia significa poter meglio conoscere e meglio controllare quanto avviene.

Fin qui, oltre che ai valori liberali, stiamo facendo appello a logica e buon senso.

Ma esprimiamo anche un dubbio, nient’affatto malizioso: non sarà che, dietro agli scontri rituali e quotidiani tra maggioranza e opposizione, si cela un’ostilità bipartisan a questa iniziativa di referendum a costo zero? Vuoi vedere che il disinteresse degli uni e degli altri è dovuto soltanto alla difesa statalista e clientelare di amici e poltrone?

Province e… logica kafkiana

Partiamo da alcuni dati di fondo:

  • ’Italia è l’unico paese europeo in cui esistono quattro livelli di organi amministrativi: comuni, province, regioni, stato (e ne potremmo considerare anche cinque con le comunità montane…);
  • le province sono ormai più di 100;
  • il costo delle province è (secondo un’inchiesta mai smentita di Rizzo sul “Corriere della Sera”) di circa 17 miliardi;
  • il programma del governo Berlusconi si proponeva di abolire le province;

Ora, alle prese con una situazione economica che ci obbliga a ridurre i costi senza se o ma, nella finanziaria il Governo ha proposto di abolire alcune province.

E abbiamo assistito ad una balletto di proposte degne del miglior Kafka:

  1. Si aboliscono le province con meno di 220.000 abitanti: ovviamente era molto più semplice proporre l’abolizione delle 10 province più piccole.
    Nessuno comprende quale differenza ci sia tra una provincia di 219800 abitanti e una di 220100 (mas poi si scopre che Lucca ha 220.106 abitanti…).
  2. Sono escluse le province delle regioni a statuto speciale.
    Così rimarrebbe la provincia di Aosta che coincide esattamente con la Regione Valle d’Aosta (a cosa serve una provincia identica ad una regione…).
  3. Sono escluse le province di confine.
    Noi credevamo che la difesa del “sacri confini della Patria” fosse affidata allo Stato e non alle province (che a questo punto dovrebbero avere un esercito proprio...).
  4. Le province restano tale e quali.

È l’ennesima dimostrazione che le vere riforme sono quelle che colpiscono interessi di casta e rendite di posizione e che pertanto non possono essere condivise da tutti.

I Comitati, che hanno sempre chiesto l’abolizione delle province e vere riforme strutturali, sostengono che solo una riforma del sistema elettorale che permetta ai cittadini di scegliere, votare e giudicare i propri rappresentati potrà costringere la classe politica a pensare agli interessi dello Stato (e quindi dei cittadini) anziché ai propri.

In Italia abbiamo due necessità impellenti:

  • ridurre le spese improduttive;
  • semplificare le strutture burocratiche.

Una prima operazione a questo riguardo potrebbe essere impostata da subito: abolire le province.

Quando furono create le regioni, Luigi Einaudi osservò che avrebbero causato una forte crescita delle spese, aggiungendo che l’aumento sarebbe stato comunque compensato dall’abolizione delle province. Ebbene, sono passati quasi 50 anni (!) ma le province, sotto ogni governo e sotto ogni premier, non solo sono rimaste, ma addirittura aumentate.

La loro abolizione è auspicabile perché:

  • le loro funzioni sono limitate e facilmente assorbibili dalle regioni;
  • le necessità di dare risposte immediate alle esigenze della popolazione rende sempre più importante, in prospettiva, non gli apparati amministrativi tradizionali ma efficienti servizi telematici, mobilità dei cittadini, nascita di altri enti intermedi (come le Comunità montane, metropolitane o in un futuro le Contee, in grado di servire aree più vaste delle attuali Province);
  • ai costi di gestione diretta vanno sommati i costi indiretti degli enti che devono avere sedi in ogni provincia (basti pensare a enti previdenziali, catasto, Banca d’Italia eccetera.);
  • le duplicazioni e complicazioni burocratiche (basti pensare che in Italia esiste anche una polizia provinciale…) aggravano i costi e di fatto provocano ritardi ai cittadini;
  • la scomparsa dei vecchi enti non creerebbe alcun problema di occupazione: sarebbe sufficiente spostare le risorse umane a regioni o comuni.

Di fronte a tutti questi costi da iscrivere nel bilancio negativo, quale vantaggio viene offerto dalle province?

Lo sappiamo bene: sono centri di potere e di costo a cui la “casta” politica non vuole e non può rinunciare. I Comitati si propongono di mobilitare l’opinione pubblica perché prema sulla classe politica e faccia valere le sue sacrosante ragioni…



 

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