Il governo Napolitano-Monti-Goldman Sachs : il rischio di "sospendere" le regole

14.11.2011 17:32

In un Paese normale, dopo aver ottenuto dal Parlamento l’approvazione di un proprio provvedimento — qui, la legge di stabilità — il governo procede alla sua realizzazione. Da noi, il governo si dimette e gliene subentra uno — presieduto da un senatore a vita, il professor Mario Monti, nominato alla bisogna dal presidente della Repubblica — denso di molte incognite e di qualche (inquietante) certezza.
Primo scenario: il governo Monti ha il sostegno, oltre che di altri partiti, del Popolo della libertà — già al governo — e del Partito democratico, finora all’opposizione. Il singolare connubio è salutato come prova di responsabilità. Ma nessuno si chiede se, e come, sarà possibile fare quelle «riforme di struttura» che il Pdl aveva sempre promesso, e mai fatto, e il Pd sempre avversato.
Secondo scenario: il governo Monti ha il sostegno solo del Partito democratico e di qualche altro partito d’opposizione. Governa chi ha perso le elezioni. Si ignora — per le stesse ragioni del primo scenario — se le «riforme di struttura» vedranno mai la luce.
Terzo scenario: il governo Monti non ottiene la fiducia del Parlamento. Si va ad elezioni. Sarebbe la soluzione migliore se le campagne elettorali non durassero uno sproposito, mentre la speculazione internazionale minaccia di farci a pezzi.
Traiamone qualche conclusione. Prima governo e Parlamento non erano certi di voler, o poter, tenere fede alla legge di stabilità addirittura subito dopo averla approvata. Seconda: il presidente della Repubblica ha supplito al loro immobilismo con una decisione che sarebbe difficile definire di democrazia rappresentativa e non piuttosto ascrivibile, se non a una monarchia costituzionale, a una Repubblica presidenziale.

Riassumiamo: approvata, pro forma, la legge di stabilità, e licenziato il governo che la aveva presentata in Parlamento, ottenendone il consenso, tornano in forse le «riforme di struttura». Impegnare il governo Berlusconi a farle, non lo avrebbe assolto da non averle fatte prima, ma sarebbe stata, almeno, una prova di elementare senso comune. Berlusconi era caduto non per essere stato sfiduciato dal Parlamento — gli era già accaduto in varie circostanze di «andare sotto» — ma perché le opposizioni, i media e una parte dell’opinione pubblica avevano deciso che se ne doveva andare. Che il suo governo non godesse più della credibilità dei mercati, dei nostri partner europei e della fiducia di molti italiani era un fatto. Ma, in democrazia, i fatti, per tradursi in politica, devono essere certificati da procedure previste; non possono essere generati dai desideri, ancorché legittimi, dei giocatori. Diciamo, allora, che, forse, tutti quelli che le riforme non le vogliono si sono presi un po’ di tempo con l’intenzione di non parlarne più. Un caso di opportunismo politico, legittimato da un machiavello presidenziale. 

Un altro fatto è che la carenza di credibilità dei nostri governi, quale ne sia il colore, è dovuta a quella parte dell’Italia, politica, economica, sociale, la cui cultura è antitetica ai principi di una democrazia liberale. Ma è un altro fatto che, per recuperare credibilità, bisognerebbe uscire dal circolo vizioso «cultura politica ad esse ostile-riforme strutturali necessarie» e farle, le riforme. Invece, ad ogni crisi, il sistema diventa sempre più chiuso e la «società aperta» sempre più lontana; si invoca più interventismo pubblico; si promuovono nuovi diritti sociali che aumentano la spesa e le tasse, danno nuovi poteri alla classe politica, ne alimentano clientelismi e corruzione. Per uscire dalla crisi si parla, adesso, di una patrimoniale. Che finirebbero col pagare i poveracci che si sono comprati l’appartamentino in città e in qualche modesta località balneare (vista-cimitero invece che vista-mare) e investito i quattro risparmi in buoni del Tesoro, essendo i grandi patrimoni già stati infrattati da tempo in qualche società estera. Gli italiani silenziosi e pazienti, che lavorano sodo, pagano le tasse, risparmiano nonostante tutto, ci avevano evitato, finora, la bancarotta, cui sono stati, invece, lo statalismo e il dirigismo ad avvicinarci, con un debito di quasi duemila miliardi; relazioni industriali congelate; una giustizia civile lenta, farraginosa, e penale, lunatica; una crescita prossima allo zero; una molteplicità di veti di fronte a ogni novità. E, quest’ultima, l’Italia minoritaria delle oligarchie occulte, progressiste a parole, conservatrici nei fatti, che è sempre alla vigilia di un qualche 25 luglio e tiene il Paese in una condizione di perenne 8 settembre. Ha dissipato la credibilità che, nell’immediato dopoguerra, i De Gasperi, gli Einaudi, i Costa, avevano ricostituito in un regime di libertà. Ora, ha «sospeso» quel tanto di democrazia che ancora c’era e che si concretava nella scelta elettorale fra destra e sinistra in un sistema bipolare. Con hegeliana, e gattopardesca, «astuzia della ragione», promette di salvarci dalla crisi. Ma resta ancorata a tutto ciò che l’ha provocata.

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