Il privato è criminale e la causa principale della corruzione

17.02.2011 19:24


La leggenda che la privatizzazione avrebbe migliorato la qualità dei servizi offerti ai cittadini e che la maggiore e variegata offerta avrebbe permesso un deciso abbassamento dei costi e un miglioramento dei prodotti, oltre a fornire maggiore efficienza ed equità,  rimane la bufala più grande di quest’ultimo ventennio.

Da quando si è voluto convincere la gente che “privato è bello” non si contano più i guasti e le vittime che questo stupido slogan e le conseguenti leggi fatte in suo favore hanno provocato su scala nazionale.

Che questo sarebbe accaduto “non ci voleva la zingara” per prevederlo, bastava già constatarlo guardando come “il privato”, nella stragrande maggioranza dei casi, prediliga il ricavo alla qualità di qualsiasi servizio offra.

I conti in attivo sono l’unico pensiero che muove chi decide di intraprendere un’attività privata, appropriazione ed accumulazione le colonne del suo credo…altro che equità ed efficienza !

Del resto la stessa Corte dei Conti, appena nel febbraio 2010, esprimeva un giudizio sulle privatizzazioni, iniziate circa venti anni fa, sottolineandone il notevole aumento delle tariffe per i cittadini a fronte di un netto peggioramento dei servizi resi. Le stesse procedure di privatizzazione hanno evidenziato “scarsa trasparenza nelle stesse procedure utilizzate, le difficoltà di un corretto monitoraggio degli esiti ottenuti, la scarsa chiarezza della ripartizione delle responsabilità tra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza, oltre al non sempre immediato reimpiego dei proventi nella riduzione del debito pubblico”.

Quindi, in poche parole, la cosiddetta panacea di tutti i mali risulta, dopo 20 anni di privatizzazioni selvagge volute da tutti gli schieramenti politici, l’ennesima beffa per la gente ed un ulteriore mezzo di arricchimento e di clientelismo per politici e industriali di turno.

Basta ritornare indietro con la memoria e ricordarne solo alcune per vedere, nei fatti, i pessimi risultati di questa scelta criminale.

Tra il 1993 e il 1996 le aziende del gruppo Sme vengono cedute a diversi acquirenti, per un incasso complessivo di circa 2.400 miliardi; pur considerando l'inflazione, il valore attribuito dal mercato alla Sme è stato ben superiore al prezzo concordato tra Prodi e De Benedetti. Tra l'altro la Sme, lungi dall'essere solo un peso finanziario per l'Iri, come affermava Prodi, era in grado di produrre utili tra i 70 e i 120 miliardi l'anno.

Un'indagine istruttoria, condotta sull'episodio dall'allora ministro di grazia e giustizia, Mino Martinazzoli, afferma «Gli accertamenti hanno evidenziato gravi e profonde perplessità di ordine economico e giuridico …. È evidente una notevole e ingiustificata sottovalutazione del pacchetto azionario della Sme».

Tra le aziende della Sme c’è anche la Cirio che nel 1999 vende il complesso delle attività lattiere a Parmalat (regista dell’operazione Sergio Cragnotti); il crack di entrambe le aziende coinvolge migliaia di investitori e rovina altrettante famiglie.

Altra pietra miliare delle privatizzazioni risulta quella dell’Alfa Romeo.

Nel 1986 tra la Ford e la Fiat, entrambe concorrenti per l’acquisto del marchio Alfa,  Prodi sceglierà la Fiat che pagherà 1.750 miliardi a rate (meno 700 miliardi di debiti finanziari che si accollerà l’IRI). Nel 1995 la Fiat doveva ancora pagare 470miliardi di quel debito. Nel 1982 l’Alfa conta circa 30.000 dipendenti (qualche migliaio a Milano Portello, 8.000 a Pomigliano d'Arco e 19.000 ad Arese). Con l’ingresso della Fiat la forza lavoro cala a 16.000 persone nel 1986 e a 9.500 nel 1994, per giungere alla situazione odierna che vede il Portello non più esistente, Arese chiuso e Pomigliano d'Arco dove sono impiegati circa 6.000 lavoratori nello stato di incertezza odierna e di perenne cassa integrazione che tutti noi conosciamo.

Ma sembra che la voglia di privato e di liberalizzare un mercato, che non è mai stato lontanamente libero (a riprova ci sono le migliaia di contestazioni ai vari cartelli tra le imprese), non sia passata ai nostri politici.

Ora è la volta di un bene comune ed essenziale come l’acqua.

Giustificando tale scelta con le inefficienze, prodotto di una gestione volutamente inefficace ed incapace, si vuole svendere anche ciò che non potrebbe mai essere venduto.

Non è il “privato” la soluzione dei mali della corruzione, anzi spesso ne è la causa principale, è il ritorno ad una seria ed onesta gestione politica delle risorse e del paese la giusta risposta che i cittadini meritano di avere.

  

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