E’ nota la storiella, divenuta un popolare adagio, sui pifferi di montagna che “andarono per suonar e furono suonati”. Un concetto che gli australiani esplicano con “returning boomerang”, un oggetto inventato dai cacciatori aborigeni che richiede molta attenzione nel lancio, perchè se poi non si colpisce la preda designata ti ritorna addosso e ti sfracella la faccia o ti spezza un braccio, appunto perchè “returning”. Spaventata dal possibile “ritorno” nella politica attiva dell’ex premier, e temendo che il processo Ruby si risolva nella solita bolla di sapone giustizialista anti-berlusconiana, La Repubblica ha messo le mani avanti è s’è buttata a capofitto ed a tempo pieno in un caso – quello delle famose trattative Stato Mafia – che nelle intenzioni di Scalfari e di De Benedetti avrebbe dovuto rappresentare la pietra tombale per le rinnovate ambizioni del Cavaliere, come loro chiamano Berlusconi. In decine di pagine, La Repubblica ha per giorni tentato di accreditare la tesi che la fumosa vicenda della trattativa tra mafia e Stato avrebbe avuto inizio con Forza Italia e sarebbe stato il frutto di un patto scellerato tra Berlusconi ed esponenti mafiosi. E’ questo il teorema enunciato dal giudice Ingroia, noto esponente della sinistra extraparlamentare ed antagonista, che a tempo perso, tra un congresso e l’altro dell’ultra sinistra, fa il giudice giustizialista “del popolo”, una tesi che Repubblica ha subito preso per buona.
Peccato però che appena grattato in superficie non siano spuntati i nomi dei soliti Berlusconi e Dell’Utri. Invece, se mai – noi siamo garantisti – quindi se mai, ci furono contatti tra la cupola della mafia ed i massimi vertici delle istituzioni, questi ebbero come protagonisti Nicola Mancino e Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca dei fatti rispettivamente ministro dell’Interno e capo dello Stato. Quindi un teorema quello di Repubblica-Ingroia che non ha trovato nessun riscontro investigativo o indizi di un qualche fondamento.

Le accuse a Forza Italia appaiono infatti palesemente campate in aria, benché nei giorni scorsi abbiano riscosso molto credito nel “dibattito” della sinistra, il solito cicaleccio da lavandaie annoiate, e rappresentino una ghiotta occasione per il giornale fondato da Scalfari per riprendere ad esercitarsi in falsi moralismi ed invettive da osteria, avendo in Berlusconi un ovvio e facile bersaglio. Coinvolto nelle indagini e pesantemente chiamato in causa per falsa testimonianza, Mancino per cercare di sviare i sospetti dalla propria persona, non potendo più contare sull’appoggio di Scalfaro Luigi Oscar, ha pensato bene di affidarsi alla sezione del “soccorso rosso” Quirinale 1, gestita dal responsabile capo del’organizzazione Napolitano Giorgio. Questi s’è visto letteralmente  bombardare  dalle chiamate telefoniche, ovviamente intercettate, del Mancino, che ne invocava l’intervento al fine di “ammansire” gli inquirenti nei suoi confronti e di fermare le indagini.

Così nell’olio bollente del padellone che avrebbe dovuto friggere Berlusconi ci sono finiti, tra l’altro, due presidenti e due ex-ministri della Repubblica, il citato cattocomunista Mancino, ed il prof Conso, indagato per false informazioni. Insomma si profila, secondo la procura palermitana, una bella tresca tra politica e Cosa Nostra, farcita di false informazioni e false testimonianze, con un maldestro e disperato tentativo di insabbiare tutto. Ridicole le scuse infantili degli indagati secondo i quali “nessuno può affermare che una eventuale trattativa tra Stato e mafia con l’obbiettivo di porre fine alla stagione delle stragi costituisca un reato, anzichè una lodevole iniziativa”.

Infatti noi non affermiamo niente nel merito, se non che troviamo strano continuare a negare l’esistenza di una iniziativa se è così lodevole, nonchè delle relative trattative  una volta venute alla luce, anzichè cercare di spiegarne ragioni, obbiettivi e sviluppi. Soprattutto in considerazione del fatto che se andiamo a vedere, gli autori delle stragi Falcone e Borsellino non sono mai stati individuati, ed i presunti mandanti ed esecutori delle stragi, nove persone in tutto, mandati all’ergastolo per quei fatti, sono stati rimessi in libertà con tante scuse, e tanti soldi, da parte dello Stato. Sul coinvolgimento del Quirinale nella vicenda, Napolitano s’è indignato:” la stampa ha fornito interpretazioni arbitrarie e tendenziose, talvolta persino versioni manipolate relativamente agli atti di indagini relative alle più sanguinose stragi di mafia degli anni Novanta”. Il capo della Stato ha anche ricordato come sia stato anche “reso noto il testo di una lettera riservata al procuratore generale di Corte di Cassazione. Spetta però al Parlamento -  sottolinea poi -  definire una legge sulle intercettazioni. Una norma è al vaglio da molto tempo e merita di essere affrontata e risolta sulla base di un’intesa la più larga possibile”. Presidente, non si inquieti, lei ha perfettamente ragione. Peccato però che non abbia espresso questi concetti così chiaramente e con lo stesso vigore quando la procura di Bari ha trascritto e pubblicato sui giornali oltre 100.000 (centomila) intercettazioni di Berlusconi, nel quale l’ex premier affrontava questioni strettamente personali, da quelle con  Galliani con  cui parlava del Milan, a quelle con Veronica per definire gli accordi relativi al loro divorzio. Quindi, presidente, lei non sbaglia ad indignarsi adesso, come l’accusa di fare quell’emerito maleducato di Di Pietro, ma di non essersi indignato prima e di non aver difeso allo stesso modo dalle prevaricazioni della giustizia  tutti i cittadini italiani, compreso, perché no?, Silvio Berlusconi.