I parassiti della politica. Cosa bisogna tagliare.Il caso emblematico dei trasporti pubblici

17.09.2011 11:42

È indubbiamente necessario tagliare i costi della politica, iniziando soprattutto dal vertice, cioè dai parlamentari.

Non dobbiamo dimenticare che i parlamentari italiani sono i più numerosi e i più pagati:
un parlamentare italiano guadagna oltre 11.000 euro al mese, uno tedesco 7.000, un francese 6.800 (se confrontiamo Paesi con costi della vita simili). Inoltre i parlamentari italiani godono di tutta una serie di rimborsi (per trasferte, taxi, telefono, spese mediche eccetera) assolutamente poco trasparenti e quantificabili: non dobbiamo dimenticare che in Inghilterra i parlamentari (che guadagnano 65.000 sterline all’anno) devono rendere conto online di tutte le spese sostenute per trasferte e soggiorni a Londra.

Ma il vero costo della politica si annida altrove: nella sterminata massa di persone che traggono direttamente da vivere dalla politica.
Da una recente inchiesta della UIL in Italia esistono circa 1.300.000 persone che vivono di politica:

  • 1.032 parlamentari;
  • 1.366 presidenti assessori e consiglieri regionali;
  • 4.258 presidenti assessori e consiglieri provinciali;
  • 138.618 sindaci assessori e consiglieri comunali;
  • 24.000 membri di consigli di amministrazione di società ed enti a partecipazione pubblica;
  • 318.000 persone con incarichi e consulenze presso qualche amministrazione;
  • un numero imprecisabile di personale di supporto agli uffici di gabinetto, direttori di Asl, componenti di consigli di amministrazione degli Ater eccetera.

Pertanto, quando i Comuni sostengono che se vengono tagliati i contributi statali devono necessariamente tagliare i servizi non dicono tutta la verità: una parte (decisamente abbondante) dei costi delle amministrazioni periferiche viene destinata non ai cittadini, ma al mantenimento di una classe politica sterminata e di enti il cui scopo non è certo (per lo meno in buona parte) quello di fornire servizi, ma di creare e mantenere clientele e rendite.

Un solo esempio: più di dieci anni fa la tanto vituperata Ue stabilì che i servizi di trasporto locali dovessero essere obbligatoriamente affidati mediante gara pubblica: ogni comune avrebbe dovuto emettere un bando con i servizi di trasporto urbano richiesti, le loro caratteristiche, gli standard di qualità eccetera; poi indire una gara per affidare il servizio al miglior offerente.

Un sistema che:

  • permette al comune di esplicare la sua vera funzione: stabilire quali servizi sono necessari, controllarne qualità e standard di efficienza senza prendersi carico della gestione imprenditoriale;
  • permette ai cittadini di sapere esattamente quali sono i servizi richiesti dal comune, a quale costo, e, a loro volta di controllarne qualità ed esecuzione.

Insomma, un esempio di democrazia diretta che permette ai comuni di fare al meglio quello che è il loro vero compito: offrire servizi ai cittadini.

Orbene, nell’anno in cui si è applicata la direttiva, solo 10 comuni in Italia hanno messo a gara il proprio servizio pubblico (tra di loro il Comune di Roma per i servizi speciali del Giubileo: servizio che i romani ancora rimpiangono: autobus nuovi, con aria condizionata e sempre in orario), poi il Governo italiano di allora ha stabilito mettere in gara i servizi fosse facoltativo… e tutto è finito nell’oblio.

L’aspetto interessante è che l’80% delle aziende di trasporto municipalizzate italiane (ma non solo quelle, anche quelle per la raccolta e smaltimento RIFIUTI: valga come esempio per tutte l'ASIA di Napoli, n.d.r.)  sono in passivo cronico e offrono servizi tra i più scadenti d’Europa: perché mai i Comuni italiani hanno avuto tanta fretta di tenersi delle aziende in passivo quando potevano limitarsi a controllare la gestione senza rischiare nulla?

La risposta è ovvia e chiara a tutti: ecco un campo in cui i tagli sarebbero non solo utili, ma doverosi.


Angelo Gazzaniga

Portavoce dei Comitati per le Libertà 

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