Gli indignados a corrente alternata: il referendum greco e le lotte di classe

12.11.2011 20:26

 

Qualche giorno fa il capo del governo greco Papandreu, lasciando tutti di stucco, dichiarava di voler sottoporre a referendum le imposizioni economiche della UE e del Fondo Monetario Internazionale. Una decisione senza precedenti, che ha scatenato le violente reazioni delle banche europee e di tutti i governi. Si sono indignati, i nostri politicanti, dell’insolenza di Papandreu, addirittura cercando di far esprimere il popolo greco su questioni economiche, di cui evidentemente non capisce nulla ed è meglio che non interferisca. Per tutto risposta, la sola allusione ad un referendum ha prodotto l’aggressione economica e politica di tutta Europa. Si sono espressi in blocco dapprima Sarkozy e la Merkel, poi le varie banche europee, poi i mercati e la finanza, poi la UE, poi i vari governi. Tutti tranne i greci, insomma.

Per mesi, praticamente tutto l’arco politico-economico-culturale italiano ed europeo difendeva e appoggiava le manifestazioni dei vari movimenti indignados, le molteplici proteste contro questo sistema economico, solidarizzando con i giovani senza futuro che scendevano nelle piazze armati di slogan e tende. Da Draghi a Stiglitz, da Napolitano a Montezemolo. E poi ancora, dal PD all’UDC, dall’IDV a Repubblica. E via dicendo, non solo quel movimento si rappresentava come il 99% della società, ma aveva senza ombra di dubbio anche il 99% dei consensi. Diffusi, trasversali, ambigui. E’ bastata la minaccia di un referendum per riportare tutto all’ordine. Da una parte i padroni, i partiti dei padroni, i giornali dei padroni e gli amici dei padroni: “perdita di tempo”, “scellerato”, “non si deve permettere”, un coro unanime di riprovazione verso Papandreu. Dall’altra chi protestava veramente contro questa crisi e questo sistema economico, che ha, come dire, brindato alla decisione inaspettata. Il problema è che queste due parti fino al giorno prima venivano descritte e considerate come un’unica parte, appunto un 99% che si scagliava contro quell’1% dei grandi ricchi, dei magnati della finanza, dei multimiliardari. Non capendo che l’elemento più visibile, e cioè il grande ricco che continua ad arricchirsi nonostante la crisi, privo di scrupoli e di morale,  è l’elemento dato in pasto all’opinione pubblica, il capro espiatorio dietro il quale celare i veri meccanismi che reggono il sistema.

Ma non è questo il punto, quanto piuttosto la reazione agghiacciata di chi per mesi e anni ci aveva rotto le palle con la retorica del referendum, della democrazia diretta come arma contro la casta dei politici. Di quanto era bello e buono il referendum contro Berlusconi, salvo poi trovarsi impreparato ad un referendum contro il neoliberismo. Perché in sostanza di quello si trattava, in Grecia così come in Italia i referendum per i beni pubblici di Giugno.

 

Detto questo, la cosa che però viene sottaciuta, nascosta, ignorata colpevolmente e consapevolmente è il processo che ha portato Papandreu a indire il referendum (peraltro subito rimangiato), e questo è il vero cuore della questione. Nella visione uscita fuori dai media, Papandreu sostanzialmente ha dato di matto. Con una mossa rischiosa e solitaria, cercando di accaparrarsi la simpatia di una parte dell’elettorato, decideva di indire il referendum provando così a limitare l’emorragia di voti determinata dalla crisi. Le cose, però, stanno un pochino diversamente.

Il referendum è il risultato della forza delle lotte di classe in Grecia. Non nasce dal nulla. Papandreu è un semplice lacchè del liberismo, non ha, né aveva, nessuna intenzione di mettersi contro la UE con decisioni avventate. Papandreu è stato costretto a concedere il referendum, perché i rapporti di forza presenti in Grecia hanno determinato una situazione per cui il potere politico deve tenere conto non solo delle direttive dell’FMI, ma anche dei lavoratori greci in perenne mobilitazione. La violenta e vigliacca reazione europea ha poi determinato il passo indietro, e dunque il ritiro della promessa di referendum, ma non è questo l’importante. La questione è che la dura lotta dei lavoratori, dei sindacati, dei compagni, della classe in Grecia ha portato il potere politico a fare i conti con dei rapporti di forza che si andavano sempre più assottigliando. E’ qui semmai che è intervenuta l’astuzia di Papandreu: sapeva benissimo che il solo minacciare referendum avrebbe provocato una semi invasione del suo paese, e dunque era cosciente che avrebbe subito dovuto fare marcia indietro. Ma a quel punto potrà rivendersi il fatto che lui avrebbe voluto interpellare il popolo a le UE gliel’ha impedito.

 

Per quanto ci riguarda, non siamo degli appassionati dei referendum. Non ne facciamo retorica soprattutto, e forse far decidere direttamente ai cittadini, senza un percorso di formazione e di presa di coscienza, decisioni economiche importanti non è, in astratto, la migliore delle soluzioni possibili.  Soprattutto perché le decisioni politiche vengono prese non da una consapevolezza effettiva delle proprie condizioni, ma da un processo di formazione dell’opinione pubblica creato dai media controllati dai padroni.

 

Piccolo inciso: per fare un esempio, perché i lavoratori votano anche a destra? Perché non riescono a percepire che così facendo vanno contro i loro interessi materiali? La loro percezione della realtà è sfasata da un contesto mediatico (media non significa solo televisioni o giornali, ma tutto ciò che media fra la realtà e la rappresentazione di questa) che determina le loro convinzioni elettorali. Altrimenti avevamo già il comunismo.

 

Detto questo però la questione è un’altra. La questione è appunto perché Papandreu ha dovuto cedere e concedere il referendum. Come abbiamo detto, questo referendum è stato il prodotto delle lotte di classe, e ad un certo punto il potere costituito è dovuto scendere ad un compromesso. Subito rimangiato, peraltro, ma che ha prodotto una crisi di governo e le dimissioni di Papandreu. Le lotte di classe in Grecia hanno prodotto la caduta di 3 governi nel giro di 4 anni. Non avranno un’opzione politica definita, non avranno la proposta politica concreta su cui concentrarsi, il partito da sostenere, non avranno ancora costituito la rappresentanza dei propri interessi. Ma hanno la forza oggettiva di determinare la politica nazionale, di incidere sui governi solamente grazie alla propria forza d’urto delle battaglie quotidiane.

Senza la creazione di una organizzazione capace di portare quel conflitto fin dentro le istituzioni, questo livello di lotta determinerà la continua alternanza di governi ormai sfiduciati dalla società. E’ sicuramente un problema, ma quello che vogliamo sottolineare adesso è che, nonostante tutto, anche nel 2011, la lotta paga, e quando è la classe a lottare i risultati sono evidenti. 

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