Dossier del giornalista Andrea Spartaco sulla Basilicata

24.11.2011 19:07

 

Dossier di un giornalista sull’“amara Lucania”

Mafia, inquinamento, disinformazione, mobbing: Andrea Spartaco racconta in un’ampia intervista le proprie esperienze di reporter, le battaglie intraprese in difesa dell’ambiente, le intimidazioni e le ritorsioni subite.

C’è una miriade di persone diverse, libere e con i piedi per terra che il mondo se lo suda, lo percorre con la forza dei polpacci. E' il caso di Andrea Spartaco, giornalista lucano, che ha scritto per qualche tempo anche per LucidaMente.

La Basilicata. O Lucania, appunto. Una volta ritenuta una sorta di “isola felice” nell’inferno del Mezzogiorno italiano, per le sue bellezze naturalistiche e storiche, per la vita tranquilla dei suoi abitanti dal carattere mite, per l’assenza nel proprio territorio delle pericolose organizzazioni mafiose presenti altrove. Da molto tempo, invece, è balzata agli “onori delle cronache” per l’inquinamento ambientale, per la corruzione politica e per la criminalità legata appunto all’attività di sfruttamento del petrolio e allo smaltimento di rifiuti tossici.

Si pensi allo scandalo dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’ambiente della Basilicata (Arpab), che dovrebbe operare "per la prevenzione, la riduzione e l’eliminazione dell’inquinamento ambientale" e che invece ha visto in ottobre l’arresto di due suoi dirigenti. O alla intercettazione telefonica, pubblicata su il Quotidiano della Basilicata del 3 novembre scorso nell’ambito dell’inchiesta potentina sullo scandalo Arpab e sul ciclo dei rifiuti, secondo la quale qualche tempo fa un imprenditorevincitore di una gara di appalto sulla raccolta dei rifiuti avrebbe pagato il pranzo di nozze al giovane assessore (Partito Democratico) del Comune di Bernalda.

La nostra rivista ha di recente segnalato la pubblicazione di Maurizio Bolognetti La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania (Prefazione di Carlo Vulpio, Reality Book, pp. 160, € 14,00), libro che costituisce probabilmente l’atto di denuncia più forte e documentato del disastro che si sta consumando nella Regione. Ma anche in precedenza, grazie appunto a Spartaco, LucidaMente aveva evidenziato i guai de La bella terra dell’eternit… à (per l’elenco completo delle collaborazioni del giornalista col nostro periodico, si vada a fondo pagina). Abbiamo sentito Andrea Spartaco per raccontarne la storia e il suo prezioso lavoro di denuncia.

Andrea, innanzitutto, vuoi fornirci un tuo breve profilo?

Sono affascinato dallo studio dei linguaggi, e mi sono laureato con una tesi in semiologia delle arti visive al Dams di Bologna, dove ho vissuto più o meno stabilmente per diverso tempo. Ho avuto la fortuna di lavorare come educatore sui disagi psichiatrici e sociali. Dico fortuna, perché nonostante un mestiere sottopagato, mi sono avvicinato a mondi e modi comunicativi diversi, che solitamente evitiamo. Il contatto con bambini, ragazzi o adulti dichiarati “patologici” mette in crisi la nostra visione della vita e delle relazioni, avvicina a universi di senso estranei, spesso incomprensibili. Grazie a questo lavoro ho avuto anche l’opportunità di andare nella West Bank palestinese (Cisgiordania, ovvero la sponda occidentale del fiume Giordano, ndr).

Tutto un altro contesto, direi.

Si tratta di un disagio che coinvolge un popolo intero. Nel contesto palestinese nacque, assieme a un collega, l’idea di girare un documentario con un’impronta etnografica sulla giornata di duebambini di 9 anni in un villaggio isolato. Ci colpì un paradigma: una tradizione fortemente nomadica sostituita, per effetto del conflitto, da una sedentarietà forzata. Il piccolo villaggio beduino a Sud di Hebron è, infatti, dentro un’area in cui ogni cosa deve passare per la supervisione militare israeliana, anche lo scavo d’un pozzo d’acqua.

E' stato interessante il confronto tra la vita dei minori, in una comunità abituata a codificare le proprie conoscenze sul ciclo naturale delle stagioni, e il contesto geopolitico, che di fatto congela la loro libertà di movimento, finendo per modificare cultura e tradizioni. Così come è stato interessante comparare linguaggi visivi come il disegno infantile o l’arte. L’iconografia e il modo di correlare significati (vocabolario e sintassi visiva) mostrano una brutalità sconcertante (molti medici parlano di minori con forme di “dipendenza” dalla violenza).

Bambini e adulti, attraverso l’arte e la libertà espressiva, ci consegnano i racconti della loro vita. Rana Bishara, un’artista palestinese che ho intervistato, raccontava che, in un laboratorio, un bambino di dieci anni aveva rappresentato la Palestina riciclando un vecchio pallottoliere, e sostituendo alle palline colorate spinose pale di fico d’India che simboleggiano il sumud, la difesa della terra. Come si vede, già in tenera età ci si adegua all’idea del nemico. E non certo per colpa dei bambini.

Poi, quali altre esperienze?

Dopo il conseguimento della laurea, e parallelamente al lavoro, ho continuato un percorso formativo avvicinandomi al mondo dell’editoria. Un corso con Derive e approdi di Roma assieme ad altre realtà editoriali, un seminario per giornalisti sui contesti di conflitto, una formazione nella cooperazione internazionale e una nella mediazione interculturale. Nonostante la passione per il mestiere giornalistico, all’inizio ho collaborato con diverse testate e case editrici come impaginatore, correttore di bozze, poi come reporter. Personalmente uso molto fotografia e video, e mi piace il modo di interpretare la fotografia di Ferdinando Scianna, maestro del fotoreportage. Scianna ribalta il luogo comune della fotografia come specchio del mondo. E' il mondo lo specchio del fotografo.

So che nel 2008 c’è stato un cambiamento geografico nella tua vita dal quale, se posso dirlo, è scaturita una nuova fase.

Sì, sono tornato in Basilicata dove ho concluso un romanzoTeleina, pubblicato dalla Sacco. Anche se si tratta di genere fantastico, la trama contiene parte della mia storia palestinese. Protagonista è un’umanità la cui libertà di movimento viene congelata da un’epidemia. Ma sono tornato anche con l’idea di realizzare un documentario sull’ambiente.

Quello che è poi diventato “Amara Lucania (2009). Un lavoro di 67 minuti così forte che fa male seguirlo, che scorre su tre binari che in fondo s’incrociano: i danni dell’industria amiantifera e chimica, il dramma d’un territorio spopolato dall’emigrazione, lo sfruttamento petrolifero e l’ecomafia. Un lavoro che penso sia stato per te solo un inizio.

In effetti da quel momento è cominciata una fase di ricerca più approfondita. Solo la questione del Centro Enea di Rotondella merita un lavoro a parte per le implicazioni che ha. Dal Magistrato che se ne occupò venne considerato un sito ad alto impatto sull’ambiente e sulla salute per il bacino del Mediterraneo. Un centro intorno al quale tra gli anni ’80 e ’90 hanno ruotato interessi di servizi segreti di vari paesi e ’ndrangheta, anche per quanto riguarda i traffici e gli smaltimenti illeciti di materiali radioattivi.

Nell’ultima Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, oltre ad esserne stata ribadita la pericolosità, i magistrati hanno ricordato anche i fatti riguardanti i traffici, compresa la scomparsa di registri di movimentazione. Poi, pentiti come Francesco Fonti, che raccontano di essere stati mediatori tra servizi, dirigenti Enea, ’ndrangheta e colossi industriali dello smaltimento. E ci sono i racconti di quelli che lì hanno lavorato in qualche modo. I vigilanti parlano di strane movimentazioni di tir. Un ex consulente della provincia di Matera, che ho intervistato, mi disse che quando chiese con insistenza di effettuare controlli nel centro subì minacce, perché lì fanno quello che gli pare, è zona militare. E, ancora, vari pentiti. Uno appartenente alla famiglia degli Scarcia ricordava che per l’Enea, qualche lavoro sporco l’aveva fatto.

Abbiamo detto che quello è stato solo l’inizio.

Quasi contemporaneamente ho cominciato a collaborare con il Quotidiano della Basilicata, occupandomi soprattutto di ambiente. Ciò mi ha dato la possibilità d’entrare in maniera più capillare nella realtà locale. La Basilicata attualmente sembra una regione che fonda la base della sua economia sull’estrazione del petrolio e lo smaltimento di rifiuti, anche tossico-nocivi, di altra provenienza. Che vede centrali e pozzi disegnati, come denuncia da tempo l’Organizzazione lucana ambientalista, secondo gli interessi delle multinazionali petrolifere, piuttosto che in vista della tutela ambientale.

Sono dati che fanno pensare.

Aggiungiamo l’inceneritore Fenice di Melfi. Oggi si scopre che la multinazionale francese Electricité de France (Edf), già denunciata da Greenpeace per aver smaltito rifiuti radioattivi in Normandia e Siberia, proprietaria dell’inceneritore di Melfi e con fatturati da centinaia di milioni di euro solo con Fenice, ha prodotto una contaminazione ambientale, occultando per anni i dati sull’inquinamento assieme agli enti pubblici che dovevano controllarla.

Dopo le reiterate denunce di Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, sono scattati gli arresti domiciliari per alcuni ex dirigenti e l’accusa di disastro ambientale, attentato alla salute pubblica e omissione di atti di ufficio. Un inceneritore sotto il Monte Vulture, che rappresenta per i lucani una riserva strategica d’acqua. Tanto che ci è arrivata pure quella che il regista Ulderico Pesce, che da anni porta avanti il suo teatro-denuncia e ultimamente ha raccontato la morte del fiume Noce in Basilicata, chiama "l’altra Mafia", la Coca Cola. Oppure il Mercure, con la Centrale Enel nel parco del Pollino, che ha prodotto in passato diversi danni in termini di inquinamento (anche se non è stato dimostrato un nesso causale, nella zona si sono segnalati casi atipici di cancro ai testicoli) e che oggi si cerca di far ripartire, puntando sul business del cdr.

Ti fermiamo un attimo. Per cdr intendiamo combustibile derivato dai rifiuti (dall’inglese “Refuse Derived Fuel”), ovvero il combustibile solido triturato secco ottenuto dal trattamento dei rifiuti soldi urbani, quei cilindri che sono poi chiamati “ecoballe”?

Esatto. Un anno fa in un’intervista un ex assessore regionale all’ambiente mi raccontò che in Basilicata c’erano già tre inceneritori: Melfi, con il grave impatto ambientale che ha avuto, Stigliano eTricarico. Mettere in progetto altri 4 o 5 inceneritori è assurdo, perché – tenendo conto che si producono 680 tonnellate al giorno di rifiuti, che entro il 2012 la regione dovrebbe raggiungere il 65%di differenziata e che si intende recuperare del rimanente un altro 5-10% con la differenziata spinta – alla fine di cdr rimarrebbero tra le 180-200 tonnellate al giorno, che non coprirebbero nemmeno il fabbisogno d’un impianto.

L’assessore la definì una pura operazione imprenditoriale, perché le tonnellate di copertura rimanenti le avremmo prese dalla Campania e da altre regioni con problemi di rifiuti. Bolognetti ha denunciato, invece, che la raccolta differenziata è ferma al 10% per incompetenza o “dolo” di chi ha interesse nel settore delle discariche e della lobby pro inceneritori. E probabilmente a Melfi abbiamo già bruciato rifiuti campani. In un report sui rifiuti speciali del 2003 c’è scritto che l’anno prima la Campania aveva avuto un decremento rilevante nell’incenerimento, mentre la Basilicata, con l’entrata a regime di Fenice, un aumento notevole, nemmeno percentualizzabile.

I contadini intanto innaffiavano colture, e gli animali s’abbeveravano sull’Ofanto. Esattamente quello che continua a essere fatto oggi nel Basento, irrigando e abbeverando con acque inquinateGiuseppe Di Bello, della Polizia provinciale di Potenza, che da diversi anni segue le questioni ambientali e ha denunciato non solo la grave situazione di inquinamento a Tito Scalo, con non poche ripercussioni sulla sua vita, racconta che Fenice ha smaltito in questi anni solventi non alogenati, rifiuti pericolosi liquidi, melme di verniciatura, imballaggi con sostanze pericolose, fanghi contenenti prodotti tossici.

E attenzione che Edf in Basilicata crea joint venture con l’altra multinazionale francese operativa nel business dei rifiuti, Veolia, che ha investito in Tecnoparco in Valbasento nello smaltimento di scarti speciali e pericolosi (farmaceutici, chimici, petroliferi, ecc.). E anche Tecnoparco produce i suoi danni. Nel 2005 uno sversamento di idrocarburi da un suo canale colorò di nero pece il fiume Basento per numerosi chilometri fino alla foce, causando danni all’ecosistema fluviale e immettendo sostanze oleose e idrocarburi totali.

Elevati risultarono dalle analisi i valori di cod (indice che misura il grado di inquinamento dell’acqua). Le varie morie di pesci avvenute in vari fiumi e invasi sono rimaste inspiegate. L’ultima qualche settimana fa: centinaia di pesci di ogni specie sono morti stecchiti proprio nel Basento. Ma quella d’un fiume che si tinge di nero per la morte degli animali non è l’unica storia ecologica lucana. Bisogna ricordare che il pentito Giusepppe Cosentino ha dichiarato che sull’affare rifiuti la ’ndrangheta, tramite il caposocietà lucano Renato Martorano (autista di Francesco Sanua, boss prima di lui), già alla fine degli anni ’80 aveva fiutato l’enorme giro di soldi.

Una componente di tutta la questione alla quale prima hai accennato è l’aumento di tumori e patologie derivanti da questi agenti inquinanti.

Sì, una questione che ufficialmente si apre in Basilicata alla fine degli ’80. Domenico Lence, in quegli anni Coordinatore regionale di Legambiente, nel mio documentario racconta le denunce di varie situazioni di contaminazione in Valbasento. Denunce di disastro ambientale e attentato alla salute pubblica che rilevavano anche smaltimenti illeciti e l’aumento di tumori. Oggi egli afferma che in alcune aree della Regione siamo a livello di bollettini di guerra.

Ma non è l’unico. Mario Murgia dell’Aiea Valbasento poco tempo fa ha messo in evidenza un altro dato importante. L’aumento del 118% di casi di cancro in Basilicata negli ultimi tre anni. E c’è il Vulture, ovviamente. Nel 2009 il dottor Giuseppe Moreno, in una seduta del Consiglio provinciale di Potenza, sottolineò che l’incidenza di malattie tumorali nelle zone attorno all’inceneritore Fenice doveva “far riflettere”. Anche la dottoressa Gabriella Cauzillo, del Centro epidemiologico lucano, ha ribadito l’aumento di casi.

Intanto comitati, associazioni, e cittadini denunciano tutto ciò da tempo e da più parti del territorio. Ma la Basilicata è anche una terra dove i due siti di interesse nazionale a livello di bonifica ambientale per il rischio sulla salute che rappresentano (Valbasento e Tito Scalo) sono usati per smaltimenti illeciti, come a Tito, che, dopo una bonifica, ha visto aumentare anziché diminuire i fanghi industriali presenti.

Con quale miglioramento per la popolazione, mi chiedo.

Lo sfruttamento del petrolio non ha comportato miglioramenti nella vita della maggior parte delle persone. Aumento di tumori, spopolamento e disoccupazione – soprattutto giovanile – dovrebbero rappresentare elementi di lettura del territorio più importanti. E poi, spesso, sui mass media si fa comparire solo l’ombra della criminalità organizzata, nonostante la lunga storia di infiltrazione e insediamento spiegata bene da don Marcello Cozzi, di Libera Basilicata, nel libro Quando la mafia non esiste (Edizioni Gruppo Abele) e ultimamente da Bolognetti in La peste italiana. Il caso Basilicata (Edizioni Reality Book). Esiste parecchio materiale che toglie l’abito di isola felice alla Basilicata.

Un’ombra alla quale è difficile dare corpo, giusto?

Come racconta don Cozzi, una regione che ha risorse come gas, petrolio acqua, rappresenta un bacino di affari di importanza colossale, per multinazionali, politici e criminalità organizzata. Tre anni fa la Magistratura italiana intercettò una serie di telefonate tra Marcello Dell’Utri, Aldo Miccichè (ex politico Dc calabrese in rapporti strettissimi con la cosca dei Piromalli, incaricato dal figlio del boss di attivare le sue conoscenze tra massoneria e Ministero della Giustizia per far rimuovere il carcere duro al padre) e Massimo De Caro, vicepresidente della Avelar Energy del Gruppo Renova, con sede in Svizzera, patria delle società senza nome.

Micciché ricorda come De Caro sia stato reclutato da Dell’Utri per piazzare ai vertici del colosso russo-elvetico dell’energia un suo uomo. E dice a Dell’Utri: "Dopo il petrolio cominciamo l’operazione gas che è di una importanza colossale". In questa operazione colossale rientra la Basilicata con il megastoccaggio di gas in Valbasento a opera proprio della russa Renova tramite una sua controllata. Renova s’è comprata nel foggiano la discarica tossica più grande d’Europa. Un’ombra anche questa. E ci sono, come detto, altre operazioni: i traffici degli anni ’80 sul materiale radioattivo, con la penetrazione di ’ndrangheta e camorra che consideravano la regione terra di nessuno.

E c’è la “Lucania Saudita” delle major che dal ’60 estraggono gas e dal ’94 petrolio, e quella di chi gestisce i rifiuti petroliferi. Adesso è giunto anche il tempo delle discariche emergenziali e degli inceneritori da costruire sotto riserve strategiche d’acqua, come nel caso di Fenice, o in mezzo a zone desertiche con a fianco megadiscariche di rifiuti pericolosi; il tutto gestito da multinazionali e imprese locali (alcune ricordate da Lence nel mio documentario come già «prese con le mani nel sacco» per illeciti), collegate tra loro.

Società che all’interno dei consigli di amministrazione hanno persone finite in inchieste per corruzione o turbativa in appalti pubblici, le quali interloquivano, e non per motivi professionali, dicono i magistrati, con il boss Martorano. Società finite nel mirino delle Commissioni d’inchiesta a partire dagli anni ’90, attenzionate per operazioni monopolistiche sul ciclo dei rifiuti e smaltimenti illeciti. Società che un ex sostituto procuratore della Direzione antimafia lucana ricorda nel documentario convergenti proprio attorno a Tecnoparco e capaci di incidere, economicamente, sulla politica regionale.

Il sostituto, nel libro di Bolognetti, parla anche di alcuni collaboratori di giustizia, i quali raccontavano che si potevano fare illeciti ambientali in Basilicata perché "la sbirraglia dorme". E, nel mio lavoro, sottolinea il paradosso tra realtà delle indagini e controllo effettivo del territorio in assenza di prevenzione: "Se non ci sono pattuglie che vanno in giro per strada – dichiara – la notte il camion coi rifiuti può arrivare. Legambiente afferma proprio questo, che in Basilicata non ci sono controlli. Ma, se andiamo a verificare, non ci sono controlli perché tutti diciamo che non c’è criminalità, non ci sonoreati. Al contrario, se vai a interrogare le persone, scopri che ci sono reati, ci sono forme di intimidazione".

Si può fare giornalismo senza diventare bersaglio di qualcosa di più grande di te di cui, appunto, si intuisce o si intravede l’ombra?

Intorno ai rifiuti ci sono notevoli volumi di affari. E' un business ghiotto e chiunque disturba può diventare bersaglio. Ultimamente è successo a Pesce in Basilicata, come ad altre persone che se ne sono occupate. Quando nel luglio del 2010 ho raccontato in un articolo l’esistenza di una ex discarica comunale che versava percolato nell’ambiente da almeno due anni (immaginate i costi per smaltire tale percolato!), nonostante una ditta avesse fatto lavori di messa in sicurezza, l’ex Sindaco ha divulgato per il paese un volantino, con carta intestata del Comune, in cui minacciava di farperdere il lavoro a mia madre e a mio fratello.

Sebbene la discarica sia stata posta sotto sequestro dai Carabinieri del Noe e siano partite denunce penali, ciò ha avuto un impatto concreto solo nel mio ambito familiare. Mio fratello è stato licenziato, mentre chi ha commesso reati continua a lavorare. L’amministratore delegato della società con cui lavorava ha ovviamente motivato il licenziamento come scadenza di contratto. Adesso mio fratello ha fatto ricorso, ma il punto è che, prima del mio articolo, il contratto gli era stato sempre rinnovato. Intanto, l’impresa incriminata ha mantenuto l’appalto per parecchi mesi dopo il licenziamento.

E com’è finita?

Che anch’io, dopo aver firmato un rinnovo di contratto di collaborazione con il Quotidiano della Basilicata, non l’ho più ricevuto controfirmato. Motivi economici, dicono. I responsabili del Comune, invece, con denunce penali a carico, hanno mantenuto il loro posto di lavoro. E pure la ditta continua a lavorare, come se affari di questo tipo possano sempre finire a lieto fine. Intanto è passato un commissario ed è arrivato il nuovo sindaco. Persona che, pur scrivendo all’epoca dei fatti volantini sull’indecenza della intimidazione da me subita, non ha fatto assolutamente nulla.

E c’è il rischio che non lavori nemmeno mia madre, nonostante abbia vinto l’appalto la ditta con cui ha lavorato anche negli scorsi anni – e credo esista un diritto di precedenza nelle assunzioni. Queste sono flagranti pressioni. A me restano alcune domande da porre: perché mai un sindaco, per legge il primo a dover tutelare la salute, preferisce un linguaggio intimidatorio, anziché tener conto dei fatti, delle illegalità amministrative, del reato, del danno all’ambiente e alla salute pubblica? Perché un Comune, invece di segnalare un’impresa che più che mettere a posto una discarica realizza o mantiene in essere un canale di sversamento illecito, la premia? Chi ci guadagna?

Parliamo, comunque, di opere finanziate con soldi pubblici. Mi sbaglio?

Certo. Come i lavori che la stessa ditta ha fatto in un’altra discarica (semisequestrata a sua volta), o per la messa in sicurezza di emergenza d’una vecchia fabbrica che produceva manufatti in cemento-amianto, che, nonostante dovrebbe essere isolata per legge (si tratta della Materit, di cui mi sono pure occupato e che ancora oggi rappresenta un pericolo grave), è diventata protagonista di smaltimenti di Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche).

Da dire ci sarebbe tanto.

Sì, purtroppo. Sto scrivendo un libro che cerca di mettere assieme fatti storici contesto attuale. Nel mio documentario, comunque, don Cozzi fa un’affermazione che mi ha colpito. Va al cuore del problema. Da sempre si lascia cadere nel vuoto informativo l’idea d’una mafia presente in Basilicata e ben inserita nel tessuto imprenditoriale e politico, nonostante guerre di clan accertate e con una infiltrazione partita anche prima dei fondi per il terremoto. "Ho cominciato a sospettare – dice Cozzi – che il concetto di “Isola Felice” possa essere una specie di alibi, un’immagine falsata della realtà, un’immagine che serve per mettere a tacere tanti affari, ma soprattutto un’immagine che serve per poter narcotizzare le coscienze dei lucani". Ecco, credo che occorra tenere presente che oggi la mafia narcotizza l’economia del Sud attraverso un gioco al ricatto tra appalti, lavoro e voti.

Un vero e proprio mercato.

Un Magistrato della Procura di Potenza, in un’inchiesta di qualche anno fa, scrive a un certo punto che i lavoratori vengono considerati da politici e imprenditori collusi a mafiosi “merce di scambio”. A me sconcerta. E' un po’ l’andazzo italiano attuale, ma in Basilicata mi sconcerta sapere che le multinazionali arrivano e fanno ciò che vogliono. Come in quel Terzo mondo che vogliamo eliminare. Un economista ricordava come la prima cosa per cui si adoperano è cambiare statuti e regolamenti dei luoghi in cui approdano.

In Basilicata si è cambiato un articolo dello Statuto regionale: da allora i rifiuti sono diventati un business fatto a prezzi convenienti. Le autorità regionali, poi, vengono puntualmente denunciate da associazioni, liste civiche, cittadini perché non producono piani di qualità dell’aria, non comunicano alla popolazione (come nel caso di Viggiano o Pisticci) i piani di evacuazione per possibili incidenti rilevanti (alcune industrie sono sottoposte alla normativa Seveso bis). E non comunicano i danni ambientali provocati da inceneritori e discariche.

Cosa può fare allora la gente comune, cosa possiamo fare tutti?

Coinvolgersi nell’approfondire la stretta relazione tra ambiente e salute. Ormai è chiaro che l’acqua è un bene fondamentale da preservare e gestire in rapporto al consumo del territorio. Se crollano le economie, quello che resta è il territorio. E inquinato non serve. La gente credo lo stia capendo, anche in Basilicata. La storia di Fenice o quella della val D’Agri ne sono un esempio. Si autorizza in maniera invasiva lo sfruttamento dei giacimenti, si contaminano le falde senza informare le popolazioni sugli inquinanti che finiscono negli invasi, come il Pertusillo, ma le economie locali non decollano e non producono possibilità occupazionali.

L’ultimo report di Bankitalia e quello dell’Associazione nazionale funzionari di Polizia fanno capire quanto conti per la mafia una società con pochi presidi di sicurezza e un’economia monopolistica. E in regione ci sono inchieste che mettono in luce come politici e imprenditori si muovano nel contesto regionale e si facciano la guerra. Un esempio, giusto per concludere: nell’inchiesta Total Gate, nel corso di una comunicazione telefonica con un socio, un imprenditore coinvolto in questa e altre inchieste su sversamenti di rifiuti pericolosi prelevati dal Nord e scaricati lungo il fiume Sinni, gli racconta le minacce subite da un altro imprenditore attivo soprattutto nello smaltimento di fanghi petroliferi (e finito anch’egli in un’inchiesta).

Il socio dice: "Tu che sei sempre in contatto con Total, loro per quanto riguarda le bonifiche dei terreni degli impianti [...] è un business". L’imprenditore allora risponde: "Non mi volevo proporre perché [...] mi hanno mandato una minaccia". "Prima di fare certe cose – gli aveva mandato a dire l’altro imprenditore – deve venire a consigli, perché se non fa l’accordo…". E sugli affari e il loro controllo l’imprenditore minacciato è chiaro: "Io – ribadisce al socio – non voglio fare nessun incontr"» e, come rivolgendosi all’imprenditore rivale in affari, afferma incazzato: "Da dove sono uscito? Ma da dove cavolo sei uscito tu? Io sono qua da quando sono nato! Io lo chiedo per primo da dove sei uscito".

I rifiuti, come si vede, sono un business che comporta una precisa spartizione del territorio. Quando si sconfina bisogna andare “a consiglio”, tanto per capirci. E, in questa piccola regione, la relazione territoriale di dieci anni fa aveva già evidenziato che, su circa 650 mila tonnellate di rifiuti speciali prodotti, ne risultavano smaltite solo 153.577. Un bel gap che, tenendo conto degli smaltimenti extra regionali, faceva "temere gestioni non corrette (quando non del tutto illecite)". Di quasi 500 mila tonnellate di rifiuti speciali, infatti, non si è saputo più nulla.

Le immagini: discariche abusive, pozzetti con percolato, mare sporco, ecc., in varie località della Basilicata, dal Basento al mar Jonio (foto dello stesso Andrea Spartaco, dal suo blog).

(di Matteo Tuveri)

 

 

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