Di fronte al vigoroso monito pasoliniano: 'io so ma non ho le prove, non ho nemmeno indizi', Vigna propone un capovolgimento del ragionamento: ovvero 'non ho le prove e dunque i mandanti non esistono'

03.06.2011 20:34

'NON HO LE PROVE, DUNQUE I MANDANTI NON ESISTONO'

di Stefania Limiti - 3 giugno 2011

Così l'ex Procuratore Antimafia Vigna rovescia Pasolini

Forse, inconsciamente, nel 1984, quando prese in mano l'inchiesta sulla strage del Rapido 904Pier Luigi Vigna già pensava quello che sostiene oggi, cioè che i mandanti delle stragi non esistono. Allora coniò la formula del terrorismo mafioso, che poi sarebbe stato attuato in tutta la sua efferata potenza qualche anno dopo, per spiegare che Pippo Calò e i suoi complici avevano pensato e realizzato una carneficina sul treno che portava tanta gente al Nord per le feste di Natale: il capo mandamento di Porta Nuova, uomo potente anche nella capitale, dove reggeva un immenso crocevia di intrecci criminali, organizzò la strage del 23 dicembre di quell'anno per cercare di non far dimenticare al resto del mondo che il terrorismo nero era stato responsabile della destabilizzazione del nostro paese. In quel momento, dopo la sentenza del maxi-processo istruito da Giovanni Falcone, la destabilizzazione serviva però alla mafia - peraltro senza nessun 'buon' esito per i suoi fini - e perciò, secondo l'inchiesta di Vigna, poi accolta in tutti i gradi di giudizio, sarebbe stato ideato l'assalto al treno (15 morti ed oltre 300 feriti). Nessun altro mandante per una strage, cioè il più politico dei delitti, che fu risolta da una 'formula', più che da una spiegazione convincente per le vittime e per la dignità del paese e che lasciò molti dubbi. Infatti, il Comitato di solidarietà per le vittime di reati mafiosi istituito presso il ministero dell'Interno neanche accolse nel luglio 2001 le richieste di risarcimento sulla base della sentenza della Corte di Cassazione nella quale la matrice mafiosa della strage non viene esplicitata - decisione modificata nel marzo del 2003 solo dopo un ricorso straordinario al Capo dello Stato. 

La convinzione, invero inattesa e dolorosa per molti - 'Abbiamo sempre molta stima per il procuratore Piero Luigi Vigna, ma ci disorienta', ha detto Giovanna Maggiani Chelli presidente dell'Associazione fra i familiari delle vittime della strage dei Georgofili - circa l'inesistenza dei mandanti delle stragi che hanno insanguinato l'Italia nei primi anni '90 è stata recentemente rilanciata proprio da Vigna: "Non li abbiamo trovati né noi né altri - insiste al telefono rispondendo alla domanda che gli viene riproposta - evidentemente non esistono".

Ciò che perseguita la coscienza collettiva dell'Italia, almeno dal 1969 in poi, cioè l'impossibilità di provare chi siano i mandanti e purtroppo spesso gli stessi esecutori degli eccidi troverebbe così un'insperata soluzione.

E l'insormontabile incapacità di un j'accuse in un tribunale, o di una risposta politica della società, non sarebbe più, di fronte a questo assioma, un vero problema. Perché di fronte al vigoroso monito pasoliniano: 'io so ma non ho le prove, non ho nemmeno indizi', Vigna propone un capovolgimento del ragionamento: ovvero 'non ho le prove e dunque i mandanti non esistono' che, attenzione, è un passo oltre l'ammissione: 'ciò che non è nelle carte processuali non esiste' ("quello che non è negli atti non è nel mondo"), perché è vero che non si può condannare nessuno senza una prova.

Ma allora occorre fermarsi di fronte al fallimento della via giudiziaria e non pretendere di dedurne comunque una conclusione inevitabilmente politica: altrimenti l'analisi dei fenomeni criminali troverebbe un'improvvisa ma alterata leggibilità, la ricerca delle contraddizioni e dei feroci conflitti all'interno del potere diverrebbe solo un inutile esercizio cerebrale. 

L'ex procuratore antimafia ammette che <<è giusto in sede politica si affronti l'argomento, concedendo anche spazio alla dietrologia>>, relegando così ad un'analisi inutile e comunque senz'altro minore la ricerca delle cause politiche delle stragi. Infatti spiega: "in Italia si suppone sempre che ci sia un secondo livello dietro ai più gravi delitti. Credo che dipenda dal fatto che, per il comune sentire, la gravità di certi fatti è ritenuta incompatibile con la personalità dei soggetti che li hanno compiuti. L'opinione pubblica fatica a credere che le stragi di mafia del 1993 siano opera di uomini dall'aspetto rozzo e ignorante come Riina, Provenzano e Brusca. Sembra più plausibile che questi siano stati gli esecutori pilotati da menti superiori". 
Eppure, non è dietrologia la sua quando lancia il pesantissimo dubbio sulle intenzioni della Commissione Antimafia guidata dal forzista ed ex magistrato Roberto Centaro che invitò nel luglio del 2002 Gabriele Chelazzi e lo stesso Vigna per un'audizione preliminare sulle stragi alla quale non seguì l'atteso nuovo invito: volevano solo "acquisire tutti gli atti relativi ai processi per le stragi del 1993? E perché - si chiede il procuratore fiorentino - la commissione presieduta da Centaro volle quegli atti? Forse per verificare se vi fosse qualche elemento per censurare me e il mio collega Chelazzi a causa dell'iscrizione nel registro degli indagati a Firenze di Berlusconi e Dell'Utri)?" 

Il teorema politico-giudiziario di Vigna è liquidatorio e dunque molto pericoloso e non convince il fatto che nel suo bilancio di giudice, recentemente dato alle stampe, l'ex pm abbia completamente omesso il suo fiore all'occhiello, l'inchiesta sul Rapido 904, quella del terrorismo mafioso.

Ho chiesto allo stesso procuratore Vigna un chiarimento su questa ingombrante e sorprendente esclusione: mi ha risposto, "è vero, ha ragione ma scelte editoriali hanno indotto tagli, non potevo scrivere un libro di settecento pagine". 

Ma non convince, non convince affatto. Se non altro, per quel suo gettare la spugna rispetto alle "menti raffinatissime" che hanno voluto le stragi in momenti e con finalità politicamente rilevanti.

 

 Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

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