De Falco è lo Stato

20.01.2012 11:48

Non ce la facciamo proprio a resistere alla parodia. In questa Italia sbandata e alla disperata ricerca di un principio chiaro di comando, la conversazione telefonica tra due ufficiali, nel contesto drammatico del naufragio di una nave da crociera, è diventata l’ultimo alimento di un’opinione pubblica bulimica, che scambia la propria accidia da computer per partecipazione democratica. E così si è voluto trasformare il funzionario della capitaneria di porto di Livorno nell’ultimo eroe civile di un Paese che d’altra parte coopera quotidianamente e senza darsi troppo pensiero all’opera di demolizione delle proprie istituzioni. Di fronte a questo fantoccio parodistico creato dai social network e da una stampa nazionale sempre più corriva con i consumi dei propri lettori c’è la maschera opposta e simmetrica del comandante della «Concordia», che è diventato immediatamente il capro espiatorio di un naufragio altamente metaforico.

Nell’Italia dello spread, umiliata dai tedeschi, il comandante che abbandona la nave e l’ufficiale che gli rivolge la fiera rampogna che mezzo mondo ha ascoltato rappresentano un copione perfetto. Stentoreo l’uno, virile e furente, fiacco e sfuggente l’altro, come un ladruncolo afferrato con le mani nel sacco. Quante volte l’abbiamo vista questa scena. Alberto Sordi, Paolo Villaggio, la maschera eterna della codardia nazionale. Ha ragione, allora, il comandante De Falco quando rifiuta la patacca logora e insopportabile dell’eroe, questo ennesimo cliché di un’Italia linguisticamente povera, ridotta dentro la camicia di forza dei suoi stereotipi. De Falco non è un eroe, è un funzionario dello Stato che parla il linguaggio, questo sì veramente desueto, delle istituzioni. Che meraviglia, che scoperta sconvolgente! In Italia lo Stato esiste ancora e si manifesta nei comportamenti di quegli uomini che ne incarnano l’aspetto diciamo così essenziale: quegli uomini in divisa educati a servire senza viltà e a comandare senza protervia. Le ragioni dello stupore di massa, dell’entusiasmo mediatico suscitato dalle parole di quest’uomo che una telefonata ha strappato al suo glorioso anonimato stanno tutte qui: nella improvvisa riscoperta del timbro con cui dovrebbe esprimersi il rappresentante di un potere pubblico nell’esercizio delle sue funzioni, che sono quelle della tutela dell’interesse generale. Il più grande errore, e in fondo il più grande torto che si può fare al capitano Gregorio De Falco, è quello di considerarlo un eroe, l’ennesimo eroe italiano. L’eroe è il contrario dell’istituzione. E il suo succedaneo televisivo. Esprime una condizione eccezionale in cui la povertà della vita collettiva e delle condizioni civili di un Paese richiedono e selezionano persone fuori dal comune. L’eroe nega la verità della vita del capitano De Falco, che nelle istituzioni ci vive, nelle istituzioni si è formato e le istituzioni quella sera stava cercando di far rispettare. De Falco non crede di essere un eroe perché sa di essere un uomo dello Stato. E triste che ce lo siamo dimenticati.  

(di Adolfo Scotto di Luzio da il Corriere del Mezzogiorno)

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