Dalla (falsa) guerra tra procure alla P3, il CSM ne esce a pezzi

26.02.2011 15:53

 di Lorenzo Racheli

(Avvocato)
L’articolo di Felice Lima «Il marcio de “La Magistratura”», e, già prima, le notizie relative alla inchiesta sulla c.d. P3, o nuova P2, che vede il coinvolgimento di numerosi magistrati, ai più alti livelli, nonché del CSM, mi hanno fatto pensare a un passo del bel libro di Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda (2009, Sironi Editore), che racconta la storia di suo padre Giorgio, commissario liquidatore della banca Privata di Michele Sindona, da questi fatto vigliaccamente uccidere trentuno anni fa, con l’interessamento di Gelli e della P2 e molte ombre sul sistema politico-economico italiano.

A pag. 25 del libro, Umberto Ambrosoli racconta che nel 1958 il padre si è laureato in giurisprudenza, con la discussione di una tesi in diritto costituzionale dal titolo “molto semplice e importante”, Il Consiglio superiore della Magistratura.

Scrive Umberto Ambrosoli: “La tesi è incentrata sul tema dell’indipendenza del magistrato, della sua libertà. Papà sceglie di mettere in esergo una frase di Platone, tratta dall’Apologia di Socrate:

«Il Giudice non siede allo scopo di amministrare a suo piacimento la giustizia, ma di decidere ciò che è giusto e ingiusto: e infatti egli ha giurato di non favorire quelli che vuole, ma di giudicare secondo la legge. Perciò né noi dobbiamo abituare voi a spergiurare, né a ciò vi dovete voi stessi abituare».

La frase di Platone è immediatamente commentata:

«Le parole che Socrate nell’Apologia rivolge ai suoi giudici, valide nel 399 a.C., nulla hanno perso di tale validità con il trascorrere dei secoli. Ogni Stato libero, cioè rispettoso della libertà dei singoli, ha sempre avuta nella storia la stessa preoccupazione: che il giudice fosse libero di giudicare secondo la legge e la sua coscienza. […]

Per garantire la Magistratura, cioè per attuare la vera libertà del giudice da ogni influenza di qualsiasi organo e individuo, è chiara la necessità di rendere indipendente il giudice, anche se è evidente che nessuna soluzione definitiva sarà mai data al problema perché solo la coscienza del giudice potrà fare in modo che la sua volontà possa determinarsi liberamente: sine spe nec metu. Garantire l’indipendenza del giudice significa in sintesi voler fare in modo che la decisione di lui possa derivare dalla sua libera convinzione senza che questa possa subire interne ed esterne influenze e fare in modo che la decisione stessa non possa avere per chi l’ha pronunciata conseguenze tali da rendergli più difficile l’assumere libere decisioni […].

Dobbiamo dire che non tanto sulle garanzie legislative è basata l’indipendenza del giudice, quanto sulla sua ferma coscienza. Il problema dell’indipendenza del giudice non è in ultima analisi un problema che si possa in sede legislativa compiutamente risolvere. Che, per quanto perfette possano essere le leggi, sempre potranno contro la libertà di giudizio del giudice aversi tentativi di violazione, cui – al di là delle garanzie legislative- solo l’alta coscienza del suo ufficio e il senso altissimo delle sue funzioni saprà opporre, ha sempre opposto, valida difesa. A quei giudici che, dispersi in sedi malagevoli e difficili, sono più soggetti ai tentativi di chi ha interesse a che le loro decisioni non siano come in effetti sono e a quelli che, per la delicatezza delle loro funzioni, più si trovano a dover agire tra contrastanti interessi, particolarmente pensiamo: il Consiglio superiore della Magistratura è un assai utile mezzo di difesa. Ma nessuna legge li garantirà mai appieno: fortuna è che nel giudice che, solo con la sua coscienza, decide la questione a lui affidata, possiamo e dobbiamo per le tante e continue prove, avere la massima fiducia. E questa fiducia, noi, con il massimo rispetto e la massima riconoscenza, con certezza esprimiamo”.

Il CSM, dunque, quale “utile mezzo di difesa” dei magistrati e della loro autonomia.

Dall’inchiesta in corso e dalle intercettazioni emerge tutt’altro.

Il CSM ne esce invero a pezzi.

Una istituzione del tutto in balia delle correnti e che, per le nomine degli uffici direttivi, subisce fortissime pressioni esterne, volte ad indirizzare il voto della commissione e poi del plenum sui nominativi di magistrati “amici”.

In verità il CSM e il ‘sistema giustizia’ nel suo complesso erano già usciti a pezzi dalla vicenda della c.d. (falsa)guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro.

Il Consiglio ha spazzato via magistrati onesti, la cui unica colpa era quella di fare il loro dovere seguendo la loro “ferma coscienza”: Apicella, Nuzzi, Varesani. Prima ancora De Magistris e Forleo.

Le decisioni, prese dal CSM all’unanimità, sono state inoltre avallate dall’ANM: il presidente Palamara sottolineava che il sistema giustizia, con quelle decisioni, dimostrava di avere al suo interno gli anticorpi. È singolare che queste sono le stesse parole pronunciate in questi giorni dal ministro Alfano.

E no, presidente Palamara, non si è trattato di anticorpi. Erano pericolosissimi virus, che hanno trovato ulteriore diffusione e che destabilizzano fortemente la democrazia.

La conclusione cui giunge Umberto Ambrosoli nel libro sul padre è assai amara:

“Negli anni Settanta, una coincidenza di interessi illegittimi e dissimulati spingeva perché il fallimento dell’«impero» di Michele Sindona ricadesse come danno sui risparmiatori, sulla collettività del nostro Paese, sul sistema finanziario. Con il suo lavoro papà ha fatto quanto era in suo potere per evitare che ciò accadesse. Per questo la sua vita è stata annientata.

Muovendo lo sguardo da quei giorni all’oggi, mi sembra che l’unica vera differenza stia in una maggiore sfrontatezza”.

È proprio così. I fatti di questi giorni lo confermano.

Si assiste ad una sfrontatezza quotidiana e ad un marcio che si diffonde a tutti i livelli.

Il sistema può, deve reagire. La società civile, anche se stanca, continua a vigilare attentamente.

Con le ultime inchieste sulla P3 si è sicuramente fatto un passo avanti.

Ma molti altri andranno fatti.

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