COLPEVOLI SILENZI, AMICIZIE MAFIOSE ECCO LE ACCUSE AI GIUDICI DI PALMI

21.02.2012 11:16

Da Repubblica del 21 luglio 1984

ROMA - Dopo la mafia e la camorra, la ' ndrangheta. Ora, c' è la Calabria sotto la luce dei riflettori dei vari organi istituzionali impegnati a combattere la criminalità organizzata. Ed è emblematico che, subito dopo la visita del ministro dell' Interno Scalfaro nella regione e proprio mentre la commissione parlamentare Antimafia si accinge alla trasferta a Catanzaro e Reggio, vengano al pettine tutti i nodi in cui, in questi ultimi tempi, è rimasta invischiata la magistratura calabrese, che tre magistrati di Palmi, sul capo dei quali già pende un' inchiesta penale, finiscano sotto procedimento disciplinare, che per due di essi sia stata aperta la procedura per il trasferimento d' ufficio al altra sede e che un giudice di Paola venga sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.

Così come è significativo che, dopo la strana evasione, subito rientrata, del "superpentito" Pino Scriva da una caserma dei carabinieri di Tropea, l' Antimafia abbia deciso di prolungare di un giorno la sua permanenza in Calabria.

Il caso Calabria esplose nell' autunno dello scorso anno, quando un pentito della ' ndrangheta, Arcangelo Furfaro, cominciò a rivelare i segreti dell' organizzazione e quando scomparvero misteriosamente dagli armadi del giudice istruttore Franco Greco le pagine dei verbali d' interrogatorio di Furfaro che accusavano senza mezzi termini la temibile cosca dei Piromalli. Scattò allora la prima delle tre ispezioni amministrative volute dal ministro della Giustizia e affidate al consigliere Vincenzo Rovello.

Quando poi, in febbraio, tre magistrati di Palmi vennero raggiunti da altrettante comunicazioni giudiziarie fatte recapitare loro dal procuratore generale di Messina Rosario Scalia per vari reati si mosse immediatamente anche il Consiglio superiore della magistratura.

Per avere un quadro preciso della situazione, è bene però esaminare una per una le singole posizioni.

Giuseppe Naccari - al presidente del tribunale di Palmi il magistrato penale contesta le accuse più pesanti: omissione in atti d' ufficio, omessa denuncia di reato, vari episodi di favoreggiamento. Il Guardasigilli e il procuratore generale della Cassazione hanno aperto contro di lui un procedimento disciplinare. L' istruttoria è stata affidata al sostituto Pg Morozzo della Rocca.

La prima commissione del Csm, all' unanimità, ha chiesto poi il suo trasferimento d' ufficio ad altra sede sulla base di sette "capi d' accusa": 1) "non assumeva alcun provvedimento diretto ad eliminare le gravi disfunzioni di sicurezza e riservatezza e le macroscopiche carenze logistiche, strutturali e di personale dell' ufficio istruzione"; 2) "ometteva di allontanare dall' ufficio istruzione il segretario giudiziario Salvatore Lugarà (poi sospeso dal ministro insieme con il segretario capo della procura Domenica Lombardo; ndr), pur essendo informato della sua inaffidabilità"; 3) "ometteva di informare i suoi superiori e il Csm del fatto che alcuni testi e imputati avevano affermato l' esistenza di collegamenti tra Giuseppe Gambadoro, presidente di sezione del tribunale di Palmi, e un noto capo di cosca mafiosa, imputato di gravi delitti"; 4) "pur a conoscenza del fatto, proponeva Gambadoro alla presidenza della corte d' Assise"; 5) "mancava di adottare urgenti iniziative in relazione alla scomparsa di alcuni verbali di deposizione testimoniale..."; 6) "cedeva, in parziale pagamento di un' autovettura, alcuni quadri di sua composizione al commerciante Aurelio Baldari, diffidato dal questore e imputato per associazione a delinquere, ricettazione, truffa, falso e detenzione di armi ed esplosivo"; 7) "vendeva suoi quadri al comune di Anaba' nonostante le pendenze penali a carico del sindaco Guglielmo Lacquaniti per tentata concussione, e al comune di Galatro, il cui sindaco Bruno Marazzita era imputato di interesse privato in atti d' ufficio".

Giuseppe Gambadoro - A parte il procedimento disciplinare, il presidente di sezione del tribunale di Palmi è accusato, sotto il profilo penale, di interesse privato, millantato credito e favoreggiamento. E' stato già trasferito dal Csm alle sezioni civili, subito dopo l' esplosione dello scandalo.

Ora, in relazione al procedimento per il trasferimento d' ufficio, l' organo di autogoverno dei giudici lo accusa: 1) "di avere avuto contatti, stando alle rivelazioni di alcuni testimoni, con esponenti della criminalità organizzata"; 2) "di aver acconsentito, e comunque tollerato, che in una riunione avvenuta nello studio del presidente del tribunale si discutesse della possibilità di sopprimere i verbali contenenti nei suoi confronti accuse di contatti con esponenti mafiosi"; 3) "di avere accettato in visione, benchè consapevole di essere stato raggiunto dalle accuse di cui sopra, da parte del sostituto procuratore Salvatore Boemi un verbale relativo a deposizioni accusatorie nei suoi confronti".

Salvatore Boemi - Il sostituto procuratore è accusato solo di rivelazione di segreti d' ufficio per l' episodio del verbale mostrato a Gambadoro. A suo carico è aperto il procedimento disciplinare che riguarda anche il giudice istruttore Franco Greco, già trasferito a sua richiesta a Reggio, diviso da Boemi da forti contrasti personali. Per quanto riguarda il trasferimento d' ufficio di Boemi, invece, la pratica (così come per il procuratore capo Giuseppe Tuccio e per il giudice istruttore Franco Greco) è stata archiviata, "non sussistendo provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare".

Luigi Belvedere - Per lui, sostituto procuratore presso il tribunale di Paola, è già in corso un procedimento disciplinare e proprio ieri la sezione disciplinare del Csm ha accolto la richiesta del Pg della Cassazione di sospendere cautelativamente il magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. Belvedere è incolpato di "avere mancato ai propri doveri, così compromettendo il prestigio dell' ordine giudiziario". Sotto il profilo penale, è sotto inchiesta a Bari dove è accusato di abuso in atti d' ufficio "per essere intervenuto telefonicamente, con espressioni irriguardose, pretendendo che i carabinieri non procedessero all' arresto in flagranza di reato di truffa di Carlo Morrone"; di omissione in atti d' ufficio per aver emesso vari ordini di cattura solo dopo che "era ormai notorio che gli imputati si erano resi irreperibili"; di interesse privato in atti d' ufficio in favore di Luigi Muto; e di falso per aver apposto una data anticipata di oltre un mese agli ordini di cattura emessi contro Muto ed altri. - di FRANCO COPPOLA

 
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