Calabria: un miliardo di euro gettati nei rifiuti

01.07.2011 16:24

Tredici anni di commissariamento, una valanga di soldi e nessuno degli obiettivi previsti dai piani regionali per i rifiuti è stato raggiunto. Politici corrotti, scatole cinesi, consulenze a valanga: le relazioni dei carabinieri e il morso della ‘ndrangheta. A Reggio solo 12 imprese su 171 che lavorano nel settore hanno il certificato antimafia, 115 sono sconosciute al sistema

Napoli docet? Evidentemente no. Lo scorso 23 giugno la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti guidata da Gaetano Pecorella si è riunita votando all’unanimità la relazione conclusiva dei lavori: un dossier di più di duecento pagine descrive con dovizia di particolari il modo in cui è stata condotta per 13 anni la gestione commissariale del sistema rifiuti in Calabria. Tredici anni trascorsi dall’istituzione del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti calabrese, il cui risultato è stato scritto nero su bianco. Ed è un disastro. A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, diceva Andreotti. Anche se, in questo caso, carta canta.

UN FIUME DI DENARO
Dal 1998 ad oggi la Commissione parlamentare ha certificato una spesa pari a circa un miliardo di euro. Il primo dato rilevabile è che il denaro non è mancato, il denaro per intraprendere delle vie risolutive, a fronte di una serie di anomalie nel settore e nel modo di operare degli addetti ai lavori.  In sede dibattimentale, infatti, sono stati evidenziati alcuni dei punti salienti riportati nella relazione del Comando dei Carabinieri per la tutela dell’ambiente, dove emerge una gestione del commissariamento svolta come fosse un affare privato. La Corte dei Conti di Catanzaro ha definito “fallimentare un’esperienza che invece di produrre scelte rapide e definitive, ha introdotto conflitti istituzionali devastanti e incomprensibili, tanto più che si è riscontrata la totale assenza di pubblicità, correttezza e trasparenza nell’attribuzione degli incarichi esterni”.

Gaetano Pecorella

Nel corso del commissariamento si sono alternati governatori, cinque, e commissari delegati, sei. Eppure non è stato raggiunto alcun virtuoso ciclo integrato dei rifiuti. La documentazione certifica che la Calabria, a fronte di una popolazione di circa due milioni di abitanti, produce ogni anno poco più di 915 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani. Rifiuti che, tra l’altro, prima e dopo essere trattati, percorrono in lungo e in largo la superficie regionale, poiché le discariche di servizio sono collocate in zone molto distanti rispetto agli impianti di trattamento.

L’INFILTRAZIONE DELLA ‘NDRANGHETA
Sullo stato dei controlli nulla quaestio. Poco si sa e ancor meno è stato certificato. A completare il quadro vi sono poi le numerose inefficienze del sistema che hanno favorito l’insinuarsi della criminalità organizzata locale nel ciclo dei rifiuti. Quest’ultima si presenta attiva soprattutto nella provincia di Reggio Calabria, dove, dinanzi ad un giro d’affari che ammonta a 150 milioni di euro all’anno, solo 12 imprese su 171 che lavorano nell’ambito dei rifiuti hanno ottenuto una certificazione antimafia negativa, mentre 115 imprese risultano del tutto sconosciute al sistema. Come da dichiarazione rilasciata alla Commissione dall’attuale Prefetto di Genova Francesco Musolino.
Si può facilmente immaginare l’ampio margine di azione, libera, di cui le stesse, pur senza certificazioni adeguate, dispongono. Il meccanismo delle scatole cinesi attivo nel mondo degli appalti gestiti da affaristi e criminali, con presupposti del genere, diventa un gioco da mafiosi dilettanti che dà alle imprese distorte la possibilità di prosperare in modo anonimo con subappalti e  prestazione di manodopera selezionata a proprio piacimento.

UNA GESTIONE “ALLEGRA”
Nessuno stop finora. Solo cifre da capogiro per consulenti e professionalità varie, se tali le si può definire, che hanno dato man forte, con il proprio disimpegno, alla criminalità organizzata e a quella cerchia di politici corrotti e società deteriore che con la stessa banchetta e fa convegni.
Una gestione allegra delle spese ha consentito che nell’arco temporale compreso tra gennaio 2006 e agosto 2009 i costi della struttura commissariale arrivassero a 13.838.659, 64 milioni di euro, cifre attestate dalla relazione della Corte dei conti – sezione regionale di controllo per la Calabria.
Leggendo le varie voci di bilancio vanno evidenziati: i «compensi al personale amministrativo», che nel 2007 hanno raggiunto 3,44 milioni a fronte di una media negli altri anni di 1.500.000 euro ed i «compensi per collaborazioni», che nel 2007 hanno raggiunto la somma di 979 mila euro, mentre nel 2008 si sono fermati a 717 mila.
In via generale, si tratta di costi molto elevati, che non trovano alcun riscontro nel servizio reso – spiega la relazione della Commissione parlamentare – e in particolare, la voce «compensi per collaborazioni» appare del tutto ingiustificata.
Rilevanti sono, poi, le spese «per la gestione di discariche, impianti e stazioni» che, nel decennio, sono state complessivamente pari a euro 249,1 milioni con un crescendo costante”.

I DOPPIONI MANGIASOLDI
Un accenno va fatto anche in merito ai doppioni che fanno lievitare la spesa: a Reggio Calabria, Crotone, Catanzaro e in altre grosse realtà regionali accanto alle società miste – addette alla raccolta differenziata – continuano ad operare le vecchie società aventi ad oggetto la raccolta indifferenziata. Si tratta di società che avrebbero dovuto essere poste in liquidazione.
La conclusione di un tale scenario, come ha spiegato il Presidente della Commissione, è che: «L’unica evidente finalità di tale gestione sembra essere quella di garantire posti di lavoro, piuttosto che un servizio ai cittadini e di dare cittadinanza anche nel settore della gestione dei rifiuti a gruppi con evidenti connotazioni mafiose, così come è accaduto per la società “Leonia” di Reggio Calabria, preposta alla raccolta differenziata, per la “Appennino Paolano” operante nel Medio Tirreno Cosentino e, con differenti livelli di intensità criminosa, per l’altra società mista “Alto Tirreno Cosentino».

A qualcuno l’emergenza conviene. Questo si può desumere agevolmente dalle carte presentate. Ma in una terra dove ogni forma di illegalità è identificata con la ‘ndrangheta, davvero tutto è ‘ndrangheta?

 
Tosca Pizzi
 

 

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