Ambientalismo napoletano. Da signori del no a maggiordomi del si.

18.09.2011 18:11

A Napoli i signori del «no» sono diventati i maggiordomi del «sì». Gli ambientalisti intransigenti, i fanatici del «qui non si tocca niente o saranno guai» sono andati tutti in ferie. Ieri avevano i fucili puntati, firmavano appelli e mobilitavano coscienze, oggi o guardano da un’altra parte o collaborano ai progetti che hanno sempre avversato. Bagnoli doveva diventare un grande parco, il più grande parco urbano d’Europa, l’esempio memorabile del più significativo bene comune della modernità, una sorta di paradiso terrestre chiuso a ogni eccesso consumistico, a ogni disegno proprietario. In un contesto di capitalismo dominante, Bagnoli, sfregiata da un centro siderurgico sbullonato e delocalizzato, doveva rappresentare la rivincita dell’essere sull’avere: noi e la natura, punto; niente strade asfaltate, niente parcheggi, neanche un muretto a corrompere la riverginazione del luogo. Magari un roseto: ecco, il più grande, profumato, variopinto roseto del mondo, come in effetti è stato previsto. Insomma, se il discrimine è la sacralità della terra, se Gaia non può essere trasformata in merce, Bagnoli non poteva che essere riprogettata da un pensiero olistico, innocente e assoluto. E così è stato. Solo che per anni, per quasi due decenni, questo pensiero tale è rimato: un pensiero.

L’ambientalismo napoletano è nato e cresciuto inseguendo chimere. E più sognava l’Eden più vedeva inferni.

Infernale non era la Napoli delle macerie belliche, ma quella su cui Lauro voleva mettere le mani. Infernale non era la Napoli devastata dalla speculazione postlaurina, ma quella che Enzo Giustino voleva trasformare in un Regno del Possibile. Infernale non era la Napoli di Soccavo e Pianura, dell’abusivismo intensivo cresciuto all’ombra delle prime giunte rosse, ma quella delle rare ville abbattute per compiacere la stampa.

Infernale era la tangenziale voluta da democristiani, laici e socialisti, non il centro direzionale senza servizi e senza vita permesso negli anni successivi dai comunisti. Un ambientalismo strabico, il nostro. Quasi mai autonomo rispetto alle logiche politiche o alle appartenenze ideologiche. Eppure, nella sua faziosa dipendenza, questo ambientalismo, riparatosi dietro l’ingegno di molte personalità di indubbio valore, ha dettato legge, ha prodotto egemonia culturale, ha condizionato il contraddittorio sviluppo di Napoli.

L’effetto di tale contraddizione è in quel che accade oggi. Ancora una volta si salta dal fanatismo all’opportunismo. La colmata a mare di Bagnoli, simbolo della devastazione industriale, doveva essere smantellata, cascasse il mondo, per ripristinare la linea di costa, per dare spazio al parco, per affermare il principio del bene comune.

Se ne riparlerà, invece, dopo la Coppa America. E va bene così.

Nel passare da un eccesso all’altro, però, l’ambientalismo napoletano ha bruciato se stesso e la propria autorevolezza e non a caso si ritrova oggi senza leader e senza idee. 

(di Marco Demarco da il Corriere del Mezzogiorno)

Commento:

In effetti non ci vuole poi tanto a correggere il tiro, a fare passi indietro, persino a rinnegare quello che si è detto e fatto il giorno prima.
Ma non è un caso, caro direttore.

Basta guardare nomi (e soprattutto cognomi) incasellati nei nuovi luoghi del sottopotere comunale, negli staff, nei nuovi comitati, persino nella rediviva Commissione Edilizia ri-nominata dal Sindaco l’altra notte, senza nemmeno sentire gli ordini professionali come vorrebbe lo statuto comunale.
L’ambientalismo napoletano non è morto, si è semplicemente prestato a fare altro, ha cambiato un po’ prospettiva, si è reso possibilista di fronte a rinnovate opportunità… Insomma: si è venduto ad un buon offerente.

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