A San Giorgio del Sannio pratiche vessatorie per molti lavoratori

08.07.2012 07:44

 

Un provvedimento quasi rivoluzionario, quello voluto dal ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione Riccardi e approvato oggi dal Consiglio dei Ministri. Una nuova legge stabilisce infatti che il migrante clandestino che denuncia il suo sfruttatore acquisisce il diritto ad ottenere il permesso di soggiorno.
 
La norma recepisce una direttiva dell’Unione Europea e transitoriamente consente gli sfruttatori di mano d’opera in nero di diventare datori di lavoro, stipulando contratti regolari (con i quali poi il migrante clandestino potrà ottenere il permesso di soggiorno per lavoro) senza avere sanzioni di sorta.
 
Cosa ottiene il lavoratore italiano che denuncia il suo datore di lavoro per estorsione ?

 

Buste-paga “gonfiate”: è perseguibile penalmente per “estorsione” il datore di lavoro che le impone. La Caserma di San Giorgio del Sannio non dorma nell’isola che non c’è
 

san giorgio del sannioDura e secca nota da parte di Rosanna Carpentieri, coordinatrice del Comitato Sangiorgese “Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia”. La cittadina di San Giorgio del Sannio prende a spunto una recente sentenza della Corte di Cassazione che qualifica come reato di estorsione chi paga i dipendenti con i così detti assegni “gonfiati”. Commentando questa notizia, Carpentieri si rivolge duramente all’amministrazione comunale di San Giorgio ed al locale comando dei carabinieri affinchè non “dormano nell’isola che non c’è”.

“È un fenomeno tristemente noto e diffuso – scrive Rosanna Carpentieri – a livello nazionale e locale (soprattutto sangiorgese), anche se nessuno sente il dovere di parlarne, quello dei datori di lavoro che obbligano i propri dipendenti a sottoscrivere buste paga ‘gonfiate’ oppure che ovviano a tale espediente ricorrendo all’altro, ancora più deleterio e socialmente inaccettabile, di pagare la prestazione lavorativa con assegni ‘gonfiati’ di cui circa la metà dell’importo va restituita in contante e al nero al datore di lavoro, mediante un pactum sceleris imposto al dipendente”.

“Da oggi -prosegue la nota – con la sentenza n. 1284/11 della seconda sezione penale della Cassazione i datori che si comportano in tal modo sono passibili di condanna per il reato di estorsione di cui all’articolo 629 del codice penale, se minacciando il licenziamento, impongono la firma di buste-paga superiori alla prestazione lavorativa effettivamente espletata. I giudici hanno precisato che integra tale fattispecie delittuosa anche il caso in cui i lavoratori non si siano fatti intimidire e si siano rivolti ai sindacati e al giudice del lavoro, purché la condotta del datore tenda a coartare la volontà altrui mediante la paura”.

“Sulla scorta del consolidato principio giurisprudenziale (Cass. 36642/07, 16656/10, 656/09, 48868/09) secondo il quale: ‘integra il reato di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato di lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringa i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, e più in generale condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi’ – spiega nel dettaglio la coordinatrice del comitato – i giudici di piazza Cavour hanno ribadito quanto sostenuto dalla Corte d’Appello di Catanzaro che nel confermare la sentenza di condanna di un datore di lavoro da parte del Tribunale di Castrovillari aveva ritenuto che ‘per configurarsi il reato di estorsione è sufficiente che la minaccia sia tale da incutere una coercizione dell’altrui volontà ed a nulla rileva che si verifichi un’effettiva intimidazione del soggetto passivo’, escludendosi che manchi l’elemento materiale della minaccia e lo stato di soggezione del lavoratore laddove di fronte alla condotta datoriale i lavoratori si siano comunque rivolti alle organizzazioni sindacali e al giudice del lavoro”.

“Nella dormiente San Giorgio, isola che non c’è – scrive ancora Carpentieri – il primo cittadino Giorgio Nardone, che da vincitore crede di fare la storia, ed il Pubblico Ufficiale D’Alì della locale stazione Carabinieri abbiano almeno il buon gusto di dare l’esempio, di boicottare i prodotti delle grandi realtà imprenditoriali locali di negrieri senza scrupoli, avvezzi a pratiche vessatorie e criminali avverso i propri dipendenti e, più in generale, ad escamotages fortemente antisociali ed in frode alla legge, a quella legge – conclude la nota – che deve essere uguale per tutti. O no?”

 

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