Nota di commento all'intervento dei signori Santaniello e Casciello sui festeggiamenti per l'unità d'Italia a San Giorgio del Sannio

17.03.2011 08:28
L'intervento dei signori Elvira Santaniello e Pasquale Casciello lascia francamente basiti per la pochezza di intenti e la superficialità intellettuale.

Non comprendiamo di cosa ci si stupisca...e di quali fossero le aspettative in un Comune oscurantista che disconosce partecipazione e trasparenza e non va oltre i gretti tornaconti elettorali, clientelari ed autoreferenziali !

La sagra celebrativa d'altra parte ha coinvolto in modo farsesco e grottesco politica, cultura, mezzi di informazione. Tricolore e inno nazionale. Patria e identità. Garibaldi e i Mille.  

Dal nostro punto di vista, nel quadro di desolante squallore, deturpato dalla retorica e dalle verità nascoste che connota le celebrazioni comandate della mala unità d'Italia, basta e avanza lo stucchevole, sparuto, vacuo ed inutile manifesto del sindaco di San Giorgio del Sannio Giorgio Nardone, che evidentemente ha dell'unità e della verità storica lo stesso opinabile, epidermico, debole ed irriconoscibile concetto che ha in merito alla prassi della legalità.

Non comprendiamo cosa si intenda per "popolarità festosa" ma, come Comitato non possiamo esimerci dal chiedere  agli autori della nota in commento:"Ma quello di 150 anni fa fu un vero processo costituente ?" e dal far loro notare che meglio avrebbero fatto a riconoscere realisticamente che ciò che unisce l'Italia da nord a sud è la mafia, l'illegalità, il malaffare e che è davvero singolare pretendere che tutti i cittadini di una Repubblica  non solo celebrino ma addirittura festeggino (!) la monarchia sabauda, la guerra di annessione , un genocidio di inaudite proporzioni e l'instaurarsi della macchina statale italo-sabauda che ha fatto  da collante - sino all'attualità - tra mafia e massoneria.

Siamo dalla parte della verità e dell'onestà sempre e comunque e, pertanto, intendiamo celebrare senza opportunistiche o idiote amnesie la verità storica, non le menzogne ufficiali  e non possiamo tollerare la sterile, colpevole ed omertosa retorica che sta caratterizzando questo terzo giubileo dell'unità d'Italia, falcidiando ogni voce critica fuori dal coro.

Proponiamo pertanto di prendere atto senza infingimenti superficiali dell'Italia vera, quella che esiste e resiste e della necessità di edificare le ragioni profonde e virtuose dello stare insieme , di un nuovo patto di identità unitaria in cui tutti e ciascun cittadino facciano quotidianamente la loro parte nella lotta alla pervasività della mafia, dell'illegalità , del malaffare, nella difesa dei diritti e della Costituzionenell'esercizio di una cittadinanza attiva e pensanteche rifiuti con intransigenza la complice sudditanza alla patologia criminale del potere, a cominciare dall'ambito municipale sangiorgese.

La Coordinatrice del Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia

Rosanna Carpentieri 

https://www.ntr24.tv/it/news/10139

 

 

AMO LA MIA PATRIA, ma non come è stata fatta da una ristretta cerchia di intellettuali distanti dal popolo combattuta da potenze straniere ai danni di un sud depredato e violentato.

Nella prima metà dell' 800 l'Italia centro settentrionale era  divisa in una moltitudine di statarelli arretrati e in profondo  ritardo sulla rivoluzione industriale che, partendo dall'Inghilterra, 

stava cambiano il volto dell'Europa.

Nel sud d'Italia la situazione era molto diversa. Il meridione, dopo  essere stato faro di civiltà con la Magna Grecia prima e la Roma  Imperiale poi, attraversò un periodo di decadenza causato dalle  continue dominazioni straniere e le successive vessazioni dei vicerè  spagnoli.

La rinascita del sud avvenne nel 1816 con la costituzione del Regno  delle Due Sicilie, uno Stato italiano del tutto indipendente retto da sovrani italiani che riprese il cammino di modernizzazione e di progresso culturale avviato da Federico II, il più grande imperatore 

che l'Italia abbia mai avuto dai tempi di Roma.

Sotto la dinastia dei Borboni (a tutti gli effetti napoletani) fu avviata la riorganizzazione delle amministrazioni locali cui fu data ampia autonomia (antesignana del federalismo municipale con cui oggi si baloccano i leghisti), fu dato grande impulso all'industria sia metallurgica che cantieristica, all'agricoltura, alla pesca ed anche al turismo, segno di un diffuso benessere.

Le ferrovie, inventate nel 1820, ignote in Italia, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839). Nel 1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico.

La riforma agraria pose fine alle leggi feudali e permise di bonificare paludi e di incrementare l'agricoltura.

Grande impulso fu dato alla cultura, all'arte e alle scienze: il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in meno di un anno. In quegli anni sorsero il Museo archeologico, l'Orto Botanico, 

l?Osservatorio Astronomico, l'Osservatorio Sismologico Vesuviano, la Biblioteca Nazionale, l'Accademia delle Belle Arti, l'Accademia Militare la Nunziatella. Scuole pubbliche e conservatori musicali erano presenti in ogni città.

L'Università di Napoli, divenne al pari della Sorbona di Parigi, il più grande polo culturale dell'Europa.

Lo sviluppo industriale fu travolgente con 1 milione e 600mila addetti contro il milione e 100 del resto d'Italia. I primi ponti in ferro in Italia, opere d'alta ingegneria, videro qui la luce.

Le navi Mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua modernissima flotta, costruita interamente nei cantieri navali meridionali, era seconda solo a quella Inglese. Nel 1860 contava oltre 9.000 bastimenti e nel 1818 era stata varata la 

prima nave a vapore italiana.

Le industrie tessili e metallurgiche si svilupparono in tutto il Regno (solo quella di Pietrarsa dava lavoro ad oltre mille operai a cui si aggiungevano i settemila dell'indotto).

Nel Regno delle Due Sicilie la disoccupazione era praticamente inesistente e così l'emigrazione (per tornare a questa situazione bisognerà attendere gli anni trenta del '900). Gli sportelli 

bancari, altro segno di sviluppo economico, erano diffusi in ogni paese. E' qui che videro la luce i primi assegni.

La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici etruschi, greci e romani che affiancati da musei e biblioteche diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori. Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane.

Carlo III di Borbone fondò l'Accademia di Ercolano che diede l'avvio agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Oggi Pompei è una delle città più visitate al mondo.

La sanità non era da meno con oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d'Italia.

Le strade erano sicure e la mafia, che soprattutto oggi affligge il sud e non solo, non esisteva neppure come parola.

Dal punto di vista amministrativo il Regno del Sud godeva ottima salute, non a caso la Borsa di Parigi, allora la più grande al mondo, quotava il Regno al 120 per cento, ossia la più alta di tutti i Paesi.

Nella conferenza internazionale di Parigi nel 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale.

Come mai allora Garibaldi con soli mille uomini riuscì ad abbattere un Regno così ben organizzato e sostenuto dal suo popolo?

Per dare risposta a questa domanda dobbiamo prima capire chi fece realmente L'Unità d'Italia.

A partire dai fratelli Bandiera, che sbarcati a Cosenza il 16 giugno 1844 per organizzare la sollevazione popolare furono invece accolti dai forconi dei contadini, tutti i tentativi di insurrezione popolare, dalla Repubblica romana del 1849 di Mazzini ai moti carbonari, ebbero risultati effimeri perchè il popolo era del tutto assente e disinteressato (a parte qualche malessere che sfociava in deboli 

rivolte).

Al nord, dominato dagli austriaci, l'insofferenza era invece marcata, ma per motivi economici e non certo per idealismo patriottico.

Di Italia Unita si parlava solo nei ristretti circoli intellettuali liberali e nei palazzi della politica piemontese. Il minuscolo regno dei Savoia era infatti smanioso di allargare i suoi confini e di contare sullo scacchiere europeo.

La prima e unica guerra risorgimentale condotta in prima persona dai piemontesi contro l'Austria - comunque affiancati da regolari e volontari di altri stati italiani, tra i quali ben 16 mila napoletani guidati da Guglielmo Pepe - si trasformò in un disastro per le truppe sabaude.

La seconda guerra d'indipendenza che portò all'annessione della Lombardia fu vinta grazie all'apporto della Francia di Napoleone III che a Magenta il 4 giugno 1859 sconfisse gli austriaci costringendoli alla resa. Al generale francese Patrice De Mac Mahon, artefice della 

vittoria, a Magenta è stato dedicato un monumento.

La terza guerra per la conquista del Veneto fu vinta grazia agli accordi con la Prussia di Bismarck. La condotta delle truppe sabaude fu deludente e ancor di più quella della marina sonoramente battuta dagli austriaci nella battaglia di Lissa.

Anche la tanto mitizzata presa di Roma avvenne grazie agli stranieri e non certo per il valore dei soldati piemontesi. I bersaglieri del generale La Marmora poterono infatti attraversare trionfanti la Breccia di Porta Pia e sconfiggere i pochi soldati svizzeri posti a protezione del Papa solo perchè seppero approfittare dei rovesci militari della Francia contro la Germania che costrinsero Napoleone III nel 1870 ritirare le sue truppe a difesa dello Stato Pontificio.

Le Guerre d'Indipendenza furono pertanto vinte più dall'abile diplomazia di Cavour che dal sangue italiano e, cosa ancor più deprimente, senza alcun coinvolgimento popolare. A Parte le gloriose cinque giornate di Milano, fatto rimasto sostanzialmente isolato.

Riunito sotto la corona Sabauda quasi tutto il nord, i Savoia volsero lo sguardo al ricco e prospero Regno del Sud contro il quale attivarono, ancor una volta, la loro spregiudicata diplomazia per ottenere il sostegno dell'Inghilterra.

L'Inghilterra, che vedeva del Regno delle Due Sicilie un pericolosissimo concorrente marittimo, fu ben felice di assecondare le mire espansionistiche piemontesi.

Si attivarono sopratutto i circoli massonici inglesi, a cui erano affiliati i padri del risorgimento da Mazzini a Garibaldi e lo stesso Cavour, per fornire quegli enormi finanziamenti necessari per corrompere generali e ammiragli borbonici e spingerli al tradimento. 

Una cifra enorme fu stanziata a tal scopo da Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, e da Lord Palmerson Primo Ministro della Regina Vittoria.

Ma erano veramente mille i garibaldini? Certamente! Ma ogni giorno sbarcavano sulle coste siciliane migliaia di soldati piemontesi congedati il giorno prima e protetti dalla flotta Inglese 

dell'ammiraglio Mundy, a questi si unirono i soldati borbonici passati al nemico per denaro insieme ai loro generali Landi e Anguissola.

Da mille che erano i garibaldini divennero in pochissimi giorni oltre 20.000, una vera e propria armata d'invasione sotto mentite spoglie. 

Infatti non vi fu alcuna dichiarazione di guerra.

Il 13 febbraio 1861 cadeva la fortezza di Gaeta, ultimo baluardo borbonico. Per tre mesi, tanto durò l'assedio dell'isola, la città fu martoriata dai bombardamenti navali. Eroico fu Francesco II, 

il giovane Re napoletano, ed eroica fu la sua consorte Regina Sofia e l'intera popolazione che si strinse attorno ai loro sovrani nella strenua difesa della loro libertà.

Ignobile fu invece il comportamento del generale piemontese Cialdini che non esitò un istante a scagliare oltre 160 mila bombe per massacrare l'intera popolazione su ordine di Cavour.

Con la capitolazione di Gaeta finì il glorioso Regno che aveva fatto dell'Italia meridionale uno Stato autonomo ed indipendente, prospero e moderno. E da qual giorno iniziò l'inesorabile declino del sud reso possibile dalla incapacità e disinteresse dello Stato unitario prima e post fascista poi.

Nel 1860 - e qui arriviamo al vero motivo che spinse lo statarello piemontese a inventarsi l'Unità d'Italia - il debito pubblico del Piemonte ammontava alla somma di oltre un miliardo di lire di 

allora, una voragine spaventosa che il piccolo Stato Sabaudo con i suoi 4 milioni di abitanti mai e poi mai sarebbe riuscito a colmare per l'arretratezza della sua economia montana.

Nel 1861, quando avvenne l'unificazione del Nord con il sud, il Patrimonio aureo dell'Italia Unita era di 668 milioni di lire oro. 

Ebbene di questi ben 443 proveniva da Regno delle Due Sicilie e solo 8 alla Lombardia (il resto dagli altri stati annessi). Questa enorme massa di denaro proveniente dal sud permise di rimpinguare le disastrate casse del Regno di Savoia e a dare vigore alla sua asfittica economia.

Appena sbarcato in Sicilia il primo obiettivo di Garibaldi fu la zecca di Palermo per impossessarsi dei 5 milioni di ducati in oro depositati.

Nei dieci anni successivi i piemontesi effettuarono un vera e propria opera di spogliazione. Svuotarono le casse comunali, quelle delle banche, saccheggiarono le Chiese e smontarono i macchinari delle fabbriche per rimontarli al nord. Agevolati in questo dai molti notabili meridionali subito accasati, per denaro e potere, alla corte del nuovo sovrano.

Nelle casse piemontesi finirono inoltre gli enormi proventi dalla vendita dei beni ecclesiastici confiscati e del demanio borbonico.

Lasciando per sempre il suo Regno Francesco II disse profeticamente: 

"il nord non lascerà ai meridionali nemmeno gli occhi per piangere".

Quello che il giovane Re napoletano non poteva prevedere era l'ondata repressiva, i massacri di contadini, la fucilazione dei renitenti alla leva, i villaggi bruciati, le brutali violenze con tanto di 

esposizione di teste mozzate ad opera della soldataglia piemontese che per dieci anni avrebbero martoriato il suo ex-Regno. Spiace evidenziarlo, ma a macchiarsi le mani di sangue innocente furono in gran parte i bersaglieri.

Alcuni giornali stranieri (la censura del governo al riguardo era rigorosa) pubblicarono delle cifre terrificanti nonostante fossero sottostimate: nel solo primo anno di occupazione vi furono 8.968 fucilati, 13.529 arrestati in gran parte deportati nei campi di concentramento e "rieducazione" al nord, 6 paesi dati alle fiamme, 12 chiese saccheggiate. Complessivamente si parla di un milione di contadini uccisi e decine di villaggi rasi al suolo. La chiusura per 

decreto di un numero imprecisato di scuole e di Chiese. (Vittorio Gleijeses: La Storia di Napoli, Napoli 1981 - Isala Sales: Leghisti e sudisti, Laterza Editore 1993 - Antonio Ciano: I Savoia ed il massacro del sud, ed. Granmelo, Roma 1996).

Antonio Gramsci, nato in Sardegna ma originario di Gaeta, parlando della questione meridionale ebbe a dire"...lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori compiacenti tentarono di infamare con il marchio di briganti".

I briganti per l'appunto tutti i figli maschi erano obbligati, pena la fucilazione, a prestare il servizio militare per sparare ai loro fratelli del sud. Per chi si rifiutava non restava altra via che quella dei monti, braccati con l'infamante etichetta di "briganti".

Tanta ignominia ai danni del sud ha provocato delle profonde ferite che ancora oggi stentato a rimarginarsi, alimentate in questo dalle posizioni di supponenza etnica e di antimeridionalismo del partito di Bossi.

Per tentare di unire veramente l'Italia, per superare i contrasti con la Chiesa e per sradicare il fenomeno mafioso bisognerà attendere l'avvento del Fascismo.

Il Concordato del '27 pose fine al contenzioso con la Chiesa di Roma, il grande programma di opere pubbliche e di bonifica diede lavoro ai giovani meridionali e la politica repressiva del Regime, con il Prefetto Mori, costrinse la mafia ad emigrare in America (per poi tornare al seguito delle truppe di liberazione).

Oggi festeggiamo il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. Brindiamo pure, caro Presidente della Repubblica, ma non dimentichiamoci della Storia, se vogliamo guardare al futuro.

 

Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur - Varese

 

ECCO LE MIRABILI GESTA DELLA PIEMONTIZZAZIONE D'ITALIA CHE SIAMO CHIAMATI A CELEBRARE.

 Briganti, renitenti e malfattori ai margini della Patria

  Fatta l'Italia (lor signori) si fecero gli italiani Viva l’Italia! Malgrado lo strame di etica e diritto della satrapia imperante, malgrado sia ridotta da stivale a stringa umoristica nel mondo, malgrado s’arranchi in coda al gruppo che s’inerpica sui tornanti del futuro, il grido si leva (certo, pure in reazione del feroce e volgare egoismo padano che siede fin nel governo) dal “Colle” al piano della programmazione televisiva. E un vago sentimento patriottardo s’insinua oltre l’agone della pugna sportiva, ove mai aveva fatto difetto. C’è un filo d’imbarazzo nei molti, nei tanti che, malgrado l’imprinting della quinta elementare gentiliana, malgrado la dose equina di nazionalismo del ventennio, han da sempre sentito semplice conoscente e non parente il “Colle”, la Patria e il tricolore. E se questa è l’impronta italica che a differenza degli altri paesi contraddistingue l’espressione geografica che fa da marchio ad un famoso prodotto caseario, le ragioni non hanno cause biologiche, ma sono ben ancorate ai fatti. Quel che si celebra - Stato e tricolore – nulla ha a che fare con la storia trimillenaria di penisola e isole comprese. Si celebra che cosa? La Roma dei Cesari e il diritto?  L'alfabeto latino ed il Rinascimento? Francesco e Giulio II? Dante e la lingua della musica? La Commedia dell'Arte e l'arte? No, si celebra il tradimento della rivoluzione di Pisacane, si celebra la resa di Garibaldi a Venafro, con l'esercito piemontese schierato alla battaglia e le cannoniere sabaude pronte alla bombarda su Napoli. Non è l'Italia che nasce quel fatal 17 marzo 1861: è il Regno di Sardegna che s'ingrassa. Col sovrano puttaniere (patrie tradizioni) che non s'incomoda neppure d'azzerare l'ordinale. Regno d'Italia si chiama, ma scuola, uffici, fisco, esercito e leggi son quelle piemontesi. Va bene, si dirà, non a tutti è dato d'avere fausti natali e se dal fluido seminale del coito risorgimentale c'è toccato in sorte la camilliana paternità sabauda, non di meno siamo pur sempre i figli di più antichi padri: noi discendiamo da quella stirpe d'eroi, santi, navigatori... Ma a giudicar dai frutti dagli ultimi quindici decenni della storia patria, le mogli di cotanti padri hanno da essersi impegnate altrove in meno eclatanti ma altrettanto gratificanti industrie. Pur spulciando diligentemente gli annali non si rintraccia, in centocinquant'anni, un solo fatto, se non solitario o d'un'eroica minoranza (che comunque, a posteriori, diviene gloria patria per gli ignavi) che giustifichi il gonfiare dei petti nel garrire dei tricolori. Non v'è dubbio: questa è l'Italia di Cavour, percristo, non quella di Garibaldi! E il Regno d'Italia, l'Italia di Cavour, nasce con sangue, col ferro e col balzello. L'Italia del 1861 è un paese di miserabili... nel senso di derelitti, ma in buona parte anche nel senso dell'Hugo. L'8% delle famiglie (oltre 394 mila con oltre 2 milioni e trecentomila uomini, donne e bambini) non arriva ad un reddito annuo di 1.000 lire e “Se potessi avere mille lire al mese” sarebbe ancora un sogno da signori. In compenso solo lo 0,03% delle famiglie (neanche 1.500) ha un reddito annuo che supera le 50.000 lire. L'Italia del 1861 è fatta di terra, di terra amara, di terra altrui... per chi la lavora. L'agricoltura è poverissima e coinvolge in condizioni di vita spesso miserabili quando non subumane quasi il 70% della popolazione (quasi 15 milioni e mezzo di uomini, donne, vecchi e bambini). E l'industria? Coinvolge meno del 20% della popolazione e per un vero processo di industrializzazione bisognerà attendete il secolo venturo. L'analfabetismo è al 78% e tra le donne sale all'84%.   Lu pani ndj strapparu di li mani lu pani nostru o patri e mo languimu simu trattati peju di li cani pagamu supra l'acqua chi mbivimu la curpa eni ca fummo liberali l'Italia fatta ndi portau sti mali (da una canzone popolare del sud Italia)   Questo è il Paese di cui ci parla la storia patria tronfiando dalla toponomastica delle nostre strade e dai bronzi nelle nostre piazze dei Sella, dei Minghetti e dei Ricasoli. dei Depetris, dei Crispi e dei Nicotera. La storia della nostra toponomastica e dei nostri bronzi, la storia del pattume agiografico in concorrenza col pattume padano, ha un suo cuore... meglio sarà parlare di “centro”... ha il suo centro in quel Parlamento e in quei governi, figli liberali dello Statuto Albertino. Ha un centro e ha un margine, ha i margini slabbrati e sfilacciati di chi la storia per ventura l'intraversa solo nel computo dei caduti. Di liberali e liberalità s’ammanta la storia di questa Patria sabauda. E il centro, per sé, liberale lo è davvero. Con la destra e la storica sinistra che democraticamente si battono sugli scranni torinesi, fiorentini e infine romani. Sino al “trasformismo” del Depretis e a quella prima balena bianca che tra scandali, pruriti coloniali e regno dei furbetti condurrà all’era giolittiana. Liberale era il centro. E il margine dolente? Ma quanta parte dell’espressione geografica era entro le mura della cittadella liberale e quanta, di contro, ne era ai margini, all’esterno? Alla democratica elezione del primo Parlamento erano ammessi al voto poco più di 400.000 maschi possidenti, cioè coloro che, per censo, dovevano pagare non meno di 40 lire di imposta. Di questi ne votarono meno di 240.000, l’1,08% della popolazione che aveva la ventura di tirare a campare sui territori del regno (oltre 22 milioni). E’ quell’1,08% che si stringe a coorte, sono quelli i fratelli d’Italia. E gli altri? Gli altri son figli della “serva Italia, di dolore ostello”. Sono l’oggetto della celebre frase di Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio, quella dell'“Abbiamo fatto l'Italia ora dobbiamo fare gli italiani” e che pronostica per almeno due generazioni degli “altri” null’altro che il ruolo del concime. E i liberali democratici albertini ci s’industriarono con scrupolo per dare corpo all’illustre vaticinio. Già tra il settembre del ’60 e l’agosto del ’61 i 120.000 soldati regi che nel sud del paese a Venafro s’erano sostituti alle camice rosse (il Nino Bixio di Bronte ne era stato precursore), fucilano 8.964 distratti che non s’erano accorti d’essere stati liberati, ne feriscono 10.604, ne fanno prigionieri 6.112, ne arrestano 13.529. Non  solo, dopo un anno di stato d’assedio proclamato nelle province definite “infette”, con la legge Pica, la 1409 del 1863, istituiti i tribunali militari, s'aggirava l'impiccio della precedente abolizione della pena di morte per i reati politici, s'autorizzavano le milizie volontarie per la caccia ai briganti, con premi in danaro per ogni brigante arrestato o ucciso. C'era la deportazione per chiunque si fosse unito, anche momentaneamente, alle “bande brigantesche”. C'era il domicilio coatto per i vagabondi e le persone senza occupazione fissa. E in sovrapprezzo nelle province "infette" erano istituiti i Consigli col compito di stendere le liste dei sospetti briganti, sospetti che potevano essere arrestati o, in caso di resistenza, uccisi, dato che l'iscrizione, cioè il sospetto, di per sé era prova d'accusa. La legge, ad onta della patria del diritto, aveva pure effetto retroattivo. Briganti, lealisti, ma spesso semplici renitenti, ch'erano un cruccio del governo. I rigori della legge Pica s'applicavano infatti ai renitenti alla leva militare, ai loro parenti e, persino, ai loro concittadini. Ottant'anni prima della Wehrmacht, le provincie ai margini del Regno conobbero la punizione collettiva per le colpe del singolo e il diritto di rappresaglia contro i paesi chiamati ad espiare la "responsabilità collettiva". La legge Pica, fra fucilazioni, morti in combattimento ed arresti, eliminò da paesi e campagne circa 14.000 briganti o presunti tali. Fino a tutto il dicembre 1865, si ebbero 12.000 tra arrestati e deportati, mentre furono 2.218 i condannati. Brutalità dei tempi, si dirà, qualificando ingeneroso lo sguardo moderno, figlio d'un'altra concezione dei diritti in capo alla persona. Ma il senatore Ubaldino Peruzzi de' Medici già in fase di discussione notò come il provvedimento fosse «la negazione di ogni libertà politica», mentre il senatore Luigi Federico Menabrea, inascoltato, proponeva, in alternativa al ferro e al piombo, come soluzione al malcontento popolare e alle insurrezioni, di stanziare 20 milioni di lire per la realizzazione di opere pubbliche al Sud. E ancora, Giuseppe Ferrari, deputato del Regno affermava  nella seduta del 29 aprile 1862:   «Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.»   Mentre nel 1864, Vincenzo Padula scriveva:   « Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l'immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. »   E se questo era il conio degli unificatori sulle “sicilie”, non meno gravoso era il basto per tutti i domiciliati ai margini. Due furono le primizie con cui il Regno d’Italia si rappresentò. La leva obbligatoria che la legge La Marmora, nel 1854 aveva introdotto nel Regno di Sardegna, fu estesa, a partire dal 1862 a tutti i nati nel 1842, con  la conseguenza di privare le famiglie dell’unica ricchezza che potessero vantare: le braccia. Quindi, per risanare il disavanzo dello Stato albertino, il conte Federico Luigi Manabrea, lo stesso  che, per il sud, al piombo avrebbe preferito un metallo da conio, promosse la tristemente nota tassa sul macinato. Dall'1 gennaio 1869 al 1884, prima coi signori della destra e poi con quelli della sinistra storica, i mugnai divennero esattori. All'interno d'ogni mulino era applicato un contatore meccanico dei giri dalla macinatrice. La tassa era dovuta in base al numero di giri e al cereale macinato: due lire per un quintale di grano, una lira per il granturco, la segala e l'avena, cinquanta centesimi per la castagna. Se l'imposta che si paga sul consumo e non sul censo ha già venature intrinseche d'iniquità, l'incidere sì pesantemente, come fece quella sul macinato, sui prezzi del pane e dei cereali, ovvero sulla principale se non unica fonte di nutrimento dei fratellastri d'Italia, significò accanirsi su plebi che d'abbondante non avevano altro che la fame. Spontanei, forti e prevalentemente femminili, furono i tumulti,  le rivolte, gli assalti ai forni, ai depositi di grano. Dalla Romagna, all'Emilia, dalla Toscana alla Campania la repressione fu dura e violenta con arresti di massa e morti ammazzati, con i provvedimenti d'urgenza del 1876 di Giovanni Nicotera, garibadino un tempo e ora feroce ministro di polizia, che qualificano “malfattore” e pari al maffioso e al camorrista  chi le ragioni della plebe sostiene. Nel centocinquantennale non c'è memoria di chi, dolente, ha popolato i margini, di chi attonito ha subito una Patria. E ancora non c'è memoria vera e non c'è giustizia per Pisacane, Mameli, Ricciotti, per i Bandiera, e per tutti i ragazzi che la vita se la sono giocata per un sogno, un'idea, o una follia, ma non per l'italietta feroce della banca romana. Non c'é memoria e non c'é giustizia, perché è ai margini della storia e della patria, anche se campeggia al centro della piazza di ogni cittadina, anche se ha dormito in ogni casa del paese, chi quel fatal 17 marzo 1861 il risorgimento lo ha perduto.   Procurate di farvi forte perché credo che sia tempo di lavorar molto per la causa della giustizia, di cui siete una colonna. E' questo un periodo di risveglio per l'umanità. Il cammello popolare è stracarico e si scuote, per gettar via il peso con cui il privilegio lo ha affastellato … e assomato. Caprera, 23 settembre 1871   Questo è quello che Giuseppe Garibaldi scriveva a Michele Bakunin, al russo visionario che aveva eletto l'Italia a sede per il riscatto dell'umanità. Era in quegli anni, infatti, che i cuori nobili e gli spiriti generosi si dovevano spingere al limite dei margini per puro amore di giustizia.   Noi viviamo in una società di tiranni e di vittime. Sdegnando di essere i primi, non acconciandoci ad essere le seconde, abbiamo scelto un posto di combattimento e siamo dei ribelli. (Errico Malatesta)   Ed è in nome della giustizia che gli internazionalisti conoscevano il carcere, la deportazione, il manicomio, l'insulto e la calunnia.   Nel nome di malfattori io e i miei compagni non ci occupiamo. Teniamo peraltro conto di questo: quegli stessi borghesi che un secolo fa erano chiamati dalla nobiltà straccioni e senza braghe, oggi, saliti al potere, per mezzo dei loro rappresentanti ci chiamano malfattori e peggio che malfattori.  Ebbene: questo titolo lo accettiamo come fece un giorno la borghesia, e chi sa che, un giorno, come la croce da strumento d'infamia divenne simbolo di redenzione, questo nome di malfattori dato a noi e da noi accettato, non indichi i precursori di una rigenerazione novella. (Andrea Costa dal banco degli imputati nel processo di Bologna del 1876)   La storia degli anniversari, come vediamo, non ha fatto giustizia e i tiranni grondanti le lacrime, il sudore e il sangue delle italiche genti restano i padri di quella patria matrigna. E qualcuno si sgomenta che i servi non siano mai divenuti cittadini! Ma comunque, ai margini, quel canto di rivolta, fecondo controcanto, col proprio sangue ha scritto un'altra storia.   Salutiamo il nostro compagno di scuola. Fu qui nella sua prima gioventù, biondo e roseo. Non aveva avuto danaro assai per fare i suoi studi regolari: non poteva essere iscritto. Era solo un uditore: ma udiva Giosuè Carducci. Sacro uditorio era questo.  Vi si preparavano i militanti e i confessori, gli eroi e i martiri. Roma era da poco nostra. Nostra per che? Per che, se non bandire al mondo la parola della libertà? E si cominciava così, col dichiarare sospetti di malaffare e addirittura malfattori quelli che a Roma risorta chiedevano le tavole della nuova legge, la luce dei nuovi diritti, il morem pacis, da insegnare ai popoli. Quel giovane sospetto continuò la sua vita. Se la meta non raggiunse, egli poté vedere, a grandi bagliori, l'aurora di tempi novelli. Considerate la condizione d'ora degli operai e paragonatela a quella d'allora; vedete quanto industriarsi e affannarsi insolito di legislatori intorno al lavoro! Quanto diritti riconosciuti al popolo! Quanto doveri assunti o almeno confessati dallo Stato! Tutto questo progresso si deve, per gran parte, a quel nostro compagno di scuola.  Benedetto!  (Giovanni Pascoli, commemorando Andrea Costa all'Università di Bologna nel 1910)     
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