Stop al consumo del territorio


Il Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia
ha aderito alla campagna nazionale
STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO

del Forum "Salviamo il Paesaggio, difendiamo il Territorio".

Il Forum  prende a modello il Forum creato per l’ acqua pubblica, con l’ unico obiettivo di salvare il paesaggio italiano dal continuo espandersi del cemento selvaggio. 

La prima campagna nazionale del Forum “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori” è la proposta di un censimento capillare, in ogni Comune italiano, per mettere in luce quante abitazioni e quanti edifici produttivi siano già costruiti ma non utilizzati, vuoti, sfitti: il modulo inviato tramite pec a 8056 Comuni, ha visto fino ad oggi la risposta di soli 350.

Negli ultimi 30 anni è stato cementificato un quinto del territorio italiano e si continua a costruire, sebbene nel nostro Paese ci siano 10 milioni di case vuote: il nostro territorio non è da meno a questo tipo di politica. Il nostro primo obiettivo è quello di sollecitare l'amministrazione di San Giorgio al censimento degli edifici sfitti o non utilizzati nel territorio comunale in modo da incidere sulla pianificazione urbanistica e la gestione del territorio con il contributo attivo dei cittadini. 

 Il Fuenti Barletta di Via Manzoni

Ampliamenti abusivi di mostruosi capannoni fatti passare per "pensiline"

 

 

Zona Asi a San Giorgio (Benevento):

troppe ombre si allungano

sull’area verde a vocazione rurale

www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2011/12/zona-asi-a-san-giorgio-benevento-troppe-ombre-che-si-allungano-sullarea-verde-a-vocazione-rurale/

 

ATTENZIONE ALLE CD. OPERE COMPENSATIVE
Che cos'è un'opera compensativa? Linguisticamente parlando è l'ennesimo trucco con il quale vestire a festa una schifezza. In pratica è il complesso di tutto ciò che il costruttore di un'opera (sia esso pubblico o privato) realizza (dopo lunghe contrattazioni con il sindaco e l'amministrazione del luogo dove l'opera dovrà sorgere) affinché gli sia dato il permesso di fare i lavori.
Esempi? Il costruttore che ti fa tre o quattro palazzi e poi "regala" una scuola al comune, o un parcheggio o un giardinetto con qualche piantina striminzita alta 30 centimetri, ti allaccia il collettore fognario al depuratore, ti asfalta una strada bianca, cose cosí.
Oppure ti vuole ampliare una clinica PRIVATA, presenta un progetto che sfora consapevolmente i limiti del piano regolatore (perchè neppure un cretino crede che non se ne siano accorti) e poi aspetta che l'amministrazione, con le pezze al culo per i tagli ai trasferimenti statali, vada la con il piattino in mano ad elemosinare "un'opera compensativa"
Al che uno dice "e che male c'è? La collettivitá ne ha tratto beneficio".
Questa è la formula di rito con la quale i pubblici amministratori:
ci fregano,
si sfregano le mani, perché porterà voti alle successive elezioni....
Ma c'è un ma, anzi, ce ne sono quanti ne vogliamo.
 
Prima considerazione: gli interessi del privato e quelli della collettività sono quasi sempre in contrasto. Il privato mira al proprio interesse; se la collettività ne beneficia, è solo un puro effetto collaterale (a Casale Monferrato, quando aprì la eternit, che diede lavoro a più di 1500 persone, si festeggiò perchè, nonostante si sapesse che l'amianto era "leggermente" nocivo, si volle vedere solo l'utilità del momento, cioè nuovi posti di lavoro; l'intento della proprietà, invece, era fare soldi, anche a spese della salute dei lavoratori, che venivano addolciti con paghe più alte della media e "indennità di polvere", cioè so che la polvere di amianto non ti farà bene (già dal 1962 è noto in tutto il mondo che le fibre di amianto provocano una forma di cancro, il mesotelioma pleurico, oltre che alla classica asbestosi), eccoti qua qualche soldino, ora torna al lavoro e non rompere). Il pubblico amministratore è pagato - e pure bene - per fare l'interesse della collettività; questo vuol dire che deve ragionare con un lungo orizzonte temporale e non guardare solo al breve termine ed alle prossime elezioni.
Seconda considerazione: siccome non siamo nel migliore dei mondi possibili, il principio causa effetto per il quale il risarcimento segue l'opera può venire (e non è detto che non avvenga) facilmente invertito. Io, costruttore, vengo da te e ti chiedo cosa vuoi per farmi fare nel tuo territorio quello che voglio. Esempio: per il piano regolatore quello è terreno agricolo; io ci voglio costruire, che cosa vuoi per far modificare il piano regolatore? Questo però dovrebbe essere regolamentato informando la cittadinanza della proposta precedentemente alla discussione affinchè ogni cittadino interessato ad intervenire possa documentarsi e proporre soluzioni alternative per la tutela degli interessi della comunità. Vi sono casi (vedi rai3 report) in cui pubblici amministratori hanno chiesto modifiche di tracciato per opere infrastrutturali; scopo: farle passare sul territorio da loro amministrato per ottenere "opere compensative". Le opere compensative rappresentano oggi giorno, una sponsorizzazione politica per le successive elezioni ed un guadagno per imprenditori troppo spesso disonesti che pagano il disagio o le malattie che scaricano sulla collettività. Dunque c'è n'è già abbastanza per dire che le opere di risarcimento innescano un corto circuito perverso, rendendo i pubblici amministratori, notoriamente affamati di soldi per far quadrare i bilanci, particolarmente vulnerabili al meccanismo delle compensazioni
Terza considerazione (allacciare le cinture) quando il pubblico amministratore cede una parte del territorio di tutti, sia in via definitiva, cioè lo vende, sia in via concessionaria (di trenta in trenta anni), priva la collettività, che siamo TUTTI noi di qualche cosa che le appartiene diciamo pure per sempre, nel senso che quella cosa potrebbe ridiventare pubblica oltre la nostra vita, quindi è per sempre "per noi" a fronte di un beneficio istantaneo e individualistico. Mi dai una crosta di pane e per i prossimi molti decenni, e fai quel che vuoi anche uccidere i miei parenti e le prossime generazioni.
Cosa sta succedendo? Succede che l'amministratore pubblico diventa suddito del privato con disponibilità di capitali; diventa solo una questione di prezzo e la collettività è in vendita al brigante di turno. Cosa che esisteva nel medioevo quando i cittadini non avevano una conoscenza/cultura adeguata e delle leggi per potersi difendere dinnanzi ai potenti dell'epoca.
Ma chi è la collettività? NOI, dunque noi siamo in vendita, anzi, siamo già esposti con un bel cartellino del prezzo e: nessuno ci ha chiesto se volevamo venderci o ne avessimo avuto necessità in caso affermativo, nessuno ci ha chiesto "a quanto"? E chiedo ad ognuno di voi se conosce il valore della propria vita e dei propri cari o della collettività.
Le opere compensative sono: "noi che scriviamo siamo in vendita, tu che leggi sei in vendita, lo sono i nostri discendenti non ancora nati ed i tuoi parenti, e non possiamo farci nulla".
Questo sistema di cose non deve continuare, a meno che non ci stia bene la situazione. 
Fino a che penseremo "ma sì, dai, facciamo una deroga, concediamogli quello che vogliono e chiediamo qualche cosa per noi", saremo sempre in vendita !
 
Disegno di legge sul consumo di suolo: questa volta un decreto serviva davvero (il DDL CATANIA)
L'urgenza è ovviamente sempre quella di far cassa su di noi e i nostri pochi diritti residui...tutto il resto, come il paradiso, può attendere...
 

(di Paolo Berdini)

Il disegno di legge sullo «Stop al consumo del territorio» che il ministro per le politiche agricole Mario Catania ha portato all’approvazione del Consiglio dei ministri è un provvedimento di straordinaria importanza che segnerà il dibattito sulle città nei prossimi decenni.

Non è azzardato affermare che il ministro ha segnato una data storica e gliene va dato merito.

Nel periodo del secondo governo Prodi (2006-2008) la sinistra (Rifondazione e Verdi) avevano tentato di far approvare un provvedimento simile, ma il predominio culturale del Pd lo impedì.

Erano i tempi del “modello Roma”, e cioè della convinzione che sul mattone e sul cemento si potesse basare il futuro di un paese.

Bastava guardare la realtà dei fatti, e cioè alla grande quantità di alloggi invenduti o di uffici vuoti che già allora caratterizzavano le nostre città. Oppure essere meno provinciali e guardare ad esempio alla Germania che da tempo aveva approvato una legge che poneva progressivamente fine all’espansione urbana.

Ma i meriti del governo dei banchieri finiscono qui.

Il cipiglio decisionista sfoderato attraverso la decretazione d’urgenza quando c’è stato da colpire i diritti dei lavoratori, quando c’è stato da rinviare di anni l’età pensionabile o quando c’è stato da aumentare oltre misura il carico fiscale, ha sobriamente lasciato il posto a un disegno di legge.

Ora non ci vuole l’intelligenza dei professori per comprendere che non se ne farà nulla. La decretazione d’urgenza era invece indispensabile per lo stato delle nostre città.

Agli inizi di quest’anno il supplemento settimanale del Sole 24 Ore dedicava un preoccupato articolo a una ricerca svolta dall’università di Milano da cui emergeva che se tutte le previsioni edificatorie conquistate con tutte le deroghe imposte dall’economia liberista si concretizzassero, città come Brescia o Bergamo avrebbero al 2020 una quantità di case invendute pari alla popolazione residente. Città fantasma che nessuno abiterà mai!

Rispetto a questi segnali altro che disegno di legge: ci voleva il coraggio di concludere una fase speculativa che dura da venti anni.

Ma qui arriva la vera natura del governo Monti che non è certo rappresentata dal ministro Catania quanto dall’affiatato tandem Passera-Ciaccia. Coppia inseparabile dai tempi della Banca Intesa che sul mattone qualche cosa conosce.

Soprattutto conoscono che molti istituti di credito sono esposti per cifre importanti in folli proposte urbanistiche che sarebbero saltate se si fosse percorsa la strada della decretazione d’urgenza.

Alcuni esempi: i 30 milioni di metri cubi decisi prima di Pisapia a Milano o i quaranta milioni che devono ancora essere costruiti a Roma grazie al piano regolatore di Veltroni. O, ancora, le cinque ignobili città “tematiche” decise dalla Regione Veneto che cancelleranno centinaia di ettari di territorio agricolo.

Dietro a queste speculazioni ci sono gli istituti bancari e Passera-Ciaccia sono lì per vigilare.

Del provvedimento sul consumo di suolo se ne parlerà negli anni prossimi. Fin d’ora, però, è indispensabile che la sinistra elaborasse una sua proposta per il recupero e la riqualificazione delle periferie.

L’associazione dei costruttori ha da tempo calato le carte: libertà di demolire e ricostruire senza limiti di aumento delle volumetrie: deve decidere solo la convenienza economica. Il primo tentativo in atto è quello in corso a Roma guidato da Abete per trasformare Cinecittà da luogo di produzione a luogo di speculazione edilizia.

Chi è convinto che bisogna costruire l’alternativa alla nefasta fase dell’economia liberista deve urgentemente manifestare un differente progetto.

E tuttavia, sul DDL Catania  segnalo questi articoli che offrono un punto di vista diverso.

 

 

DDL SULL’AGRICOLTURA,  PAESAGGIO IN PERICOLO
SALVATORE SETTIS
VENERDÌ, 26 OTTOBRE 2012 LA REPUBBLICA - COMMENTI


La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Questo viene in mente leggendo il disegno di legge del ministro Catania sulle aree agricole. Le buone intenzioni dichiarate all’inizio sono state accolte con approvazione da Carlo Petrini e da altri (fra cui anch’io); ma il ddl, nella forma in cui è stato varato dal Consiglio dei ministri, porta dritto all’inferno.

Due gli intenti dichiarati: arginare il consumo dei suoli agricoli e abolire la norma che consente ai Comuni di dirottare sulla spesa corrente gli oneri di urbanizzazione anziché usarli per opere infrastrutturali, com’era invece nella legge Bucalossi.
Belle idee, buoni principi.
Ma il dispositivo della legge va in tutt’altra direzione.

Proclamando di voler «contenere il consumo di suolo» e «tutelare i terreni agricoli», inciampa sin dall’art. 1 nell’infortunio di definire come terreni agricoli «quelli che sono qualificati tali in base a strumenti urbanistici vigenti».
Si consacrano in tal modo piani regolatori comunali spesso revisionati al ribasso per rendere edificabili le aree agricole, anzi si invitano i Comuni a intensificare l’urbanizzazione. La norma identifica la causa del guasto ma anziché sgominarla la consolida assecondando le decisioni di ogni Comune, come se non sapessimo che il maggior nemico del paesaggio non è più l’abusivismo, bensì una forma più cinica di devastazione, che segmenta all’infinito le norme subdelegando ai Comuni decisioni essenziali, e in tal modo rende “legittima” ogni nefandezza, anche contro la Costituzione.

Ancor più preoccupante è l’art. 2 del ddl, dove si prevede un meccanismo “a cascata” per cui il ministro dell’Agricoltura «determina l’estensione massima di superficie agricola edificabile sul territorio nazionale», che poi viene «ripartita tra le diverse Regioni», che a loro volta ripartiscono le quote fra i Comuni. In tal modo, anche un Comune dove nessuno avesse l’intenzione di edificare su suoli agricoli si vedrà recapitare il boccone avvelenato di un tot di suolo, con l’invito a renderlo edificabile anche se così non è nel piano regolatore né nelle intenzioni; anche una Regione virtuosa (se ce ne sono) si troverà sul piatto il dubbio regalo di una “quota” di terreni agricoli da edificare. La distribuzione di ulteriori quote di suolo edificabile verrà accolta dai peggiori Comuni come un dono impensato, ma creerà difficolt à e susciterà cupidigie anche nei Comuni più virtuosi. L’esito finale non fa dubbio: meno tutela dei suoli, più cementificazione.

Il «minor consumo di suolo» è già previsto dal Codice dei beni culturali (art. 135), che lo lega strettamente alla «salvaguardia delle caratteristiche paesaggistiche ».
Il nuovo ddl invece, pur citando questo articolo, perverte la pianificazione paesaggistica, non più intesa come rilevazione tecnica delle vocazioni dei territori e loro difesa, ma come obiettivo politico-economico di redistribuzione dei suoli agricoli per uso edilizio, la cui preminenza è considerata quasi una legge di natura. Lo conferma l’art. 4, che concede aiuti e privilegi ai Comuni che vogliano procedere alla «ristrutturazione» dei fabbricati rurali, evidentemente considerati in blocco non meritevoli di
tutela: poiché ristrutturare può comportare demolizioni e ricostruzioni a parità d’ingombro, questo è un durissimo colpo alla conservazione del patrimonio edilizio rurale minore in mattoni o pietra a vista che ancora (per poco?) punteggia il nostro paesaggio agricolo.

Quanto alla destinazione degli oneri di urbanizzazione, è da temere che il ddl resti lettera morta o abbia effetti opposti a quelli voluti. Infatti, se i Comuni stanno svendendo il proprio territorio pur di incassare gli oneri di urbanizzazione non è solo per questa norma, ma anche per la cronica mancanza di liquidità, dovuta al drastico taglio dei finanziamenti statali. Venendo a mancare gli oneri di urbanizzazione senza alcuna compensazione, a che cosa ricorreranno i Comuni? Sapranno resistere alla tentazione di utilizzare le “quote edificabili” di terreni agricoli ricevute in dono per spremerne qualche nuovo introito?

Per giunta, intervenendo a gamba tesa sul territorio, il ministro dell’Agricoltura avoca a sé funzioni che la Costituzione (art. 117) assegna alle Regioni. Il ddl accresce così il caos terminologico che risulta, per sommatoria delle norme, dal sovrapporsi di tre parole-chiave: “paesaggio”, “territorio”, “ambiente”. Nel nostro ordinamento, la tutela del “paesaggio” è affidata alla tutela dello Stato (art. 9 Cost.), e in particolare al ministero dei Beni culturali, mentre la gestione del “territorio” spetta alle Regioni e l’“ambiente” è di competenza mista, e comunque a livello dello Stato centrale se ne occupa il ministero dell’Ambiente. È come se l’Italia si fosse moltiplicata per tre, generando conflitti di competenza e un’incertezza della norma che contribuisce al degrado dei paesaggi e della cultura giuridica. A queste “ tre Italie” il nuovo ddl ne aggiunge una quarta, quella dei suoli agricoli: un ulteriore moltiplicatore dei conflitti. Ma al di là di questa giungla di parole, può mai esistere un territorio senza paesaggio, senza agricoltura e senza ambiente? O un ambiente senza territorio, senza agricoltura e senza paesaggio? Un paesaggio senza territorio, senza agricoltura e senza ambiente? Un’agricoltura senza ambiente, senza paesaggio e senza territorio?

Nel nostro paese, terreno di caccia per gli speculatori e per gli investimenti in edilizia delle mafie (ne ha scritto in queste pagine Roberto Saviano), non serve moltiplicare le istanze e i conflitti, ma ricomporre in unità una normativa stratificata, dispersiva, incoerente. Nulla difende il paesaggio e l’ambiente quanto un’agricoltura di qualità.

Una porzione vastissima del territorio nazionale è paesaggio agrario, segnato da una millenaria civiltà contadina, che si intreccia in modo inestricabile con la cultura delle élite: il paesaggio plasmato dalla vanga è lo stesso che fu rappresentato dai pittori ed esaltato nel Grand Tour. L’intima fusione di paesaggio e patrimonio storico-artistico ha proprio nell’uso agrario dei suoli il suo specifico punto di sutura, in un equilibrio armonico che fece dell’Italia il giardino d’Europa. Come ha scritto Andrea Zanzotto, «dopo i campi di sterminio stiamo assistendo allo sterminio dei campi». Non è questo che gli italiani si aspettano da chi ci governa.

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=99698

 

I FALSI DIFENSORI DEL PAESAGGIO CHE VIOLANO LA COSTITUZIONE
SALVATORE SETTIS
DOMENICA, 21 OTTOBRE 2012 LA REPUBBLICA - COMMENTI


IL DISEGNO di legge sulle semplificazioni appena approvato dal Consiglio dei ministri si scontra con un piccolo intoppo: la Costituzione.

Il ddl modifica la normativa sui permessi di costruire nelle zone con vincolo paesaggistico.

Ma insiste nella “dottrina Confindustria” secondo cui la tutela del paesaggio è un inutile freno all’edilizia, considerata contro ogni evidenza come il principale motore dell’economia del Paese.
Tre sono gli strumenti escogitati negli ultimi anni per
vanificare la tutela del paesaggio in barba alla Costituzione: la devoluzione di fatto ai Comuni delle procedure autorizzative, la diluizione dei pareri tecnici dei Soprintendenti in “conferenze dei servizi” dominate dalle istanze della politica localistica, e infine varie forme di silenzio-assenso (“chi tace acconsente”). È su quest’ultimo punto che interviene il ddl in discussione.

Il silenzio-assenso, nato per tutelare il cittadino dall’inerzia della pubblica amministrazione, non può applicarsi in qualsiasi ambito, e infatti la legge 537/1993 ne escludeva beni culturali e paesaggio. Tuttavia si tentò con ripetuti colpi di mano di rovesciare le carte, in un idillio bipartisan in cui il ddl Baccini del 2005 (governo Berlusconi) e il ddl Nicolais del 2006 (governo Prodi) si somigliano come due gocce d’acqua. In ambo i casi, lo scempio fu denunciato da questo giornale e da altri, bloccando l’iter dei provvedimenti. Ma il governo Berlusconi, già in avanzato stato di decomposizione, portò a segno nel maggio 2011 un colpo di coda, il D. L. 70 (poi L. 106): il silenzio-assenso veniva introdotto modificando il testo unico sull’edilizia e il Codice dei beni culturali.

Ora, che cosa fa il ddl Monti? In apparenza migliora la situazione, togliendo dal Codice lo smaccato invito alle procedure di silenzio-assenso. Ma gli apparenti miglioramenti, su cui l’ignaro Ornaghi si auto-elogia a vuoto, non cambiano in nulla la sostanza anzi la confermano fingendo di volerla sanare.

Il dispositivo che risulta dal nuovo ddl, in un labirinto di commi e codicilli, è confuso e farraginoso, ma qualche punto è chiaro. I permessi di costruire nelle aree vincolate vanno richiesti a uno “sportello unico” presso ciascun Comune. Le Soprintendenze, organo a cui la legge affida la tutela del paesaggio, vengono interpellate insieme con le altre ammini-strazioni, e possono essere convocate in conferenze di servizi dove sono ovviamente in posi zione minoritaria.

Per giunta, il parere dev’essere reso “in conformità al piano paesaggistico” locale, cioè può non tener conto dei vincoli ministeriali, a volte non inclusi nel piano paesaggistico, a volte successivi ad esso. In ogni caso, il parere delle Soprintendenze dev’essere espresso entro 45 giorni; se no, il Comune può decidere quel che gli pare. Con la pistola alla tempia, i Soprintendenti o decidono o perdono ogni potere: di fronte a questo dato di fatto, la dichiarazione del Ministero secondo cui «la nuova norma rafforza la tutela» è irresponsabile. Perché la tutela si rafforzi &egra ve; indispensabile che vi sia chi la fa: ma le Soprintendenze sono delegittimate dall’incompetenza e dall’inerzia degli ultimi tre ministri, e al 40% coperte per reggenza; i loro funzionari sono in costante calo numerico per carenza di turn-over, hanno un’età media di 55 anni, e sono stati borseggiati da cinici tagli di bilancio, tanto che mancano i soldi per pagare il telefono e per ispezionare il territorio. In queste condizioni, ridurre da 90 a 45 giorni i tempi di risposta è uno sberleffo ai funzionari che provano eroicamente a fare il proprio lavoro.

Fingendo di dar risalto al parere delle Soprintendenze, il ddl Monti le mette in condizioni di minorità, introducendo una nuova versione del famigerato silenzio-assenso: il silenzio-abdicazione. Si demanda di fatto ogni decisione ai Comuni che dappertutto, con un sottobosco di deleghe e subdeleghe, gestiscono il territorio in funzione di manovre elettorali e degli interessi dei costruttori. Ma il silenzio-assenso in tema di paesaggio è contrario all’art. 9 della Costituzione, come ha dichiarato la Corte Costituzional e in almeno cinque sentenze: in questa materia «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso» (sentenza 404/1997). Il silenzio non ha di per sé alcun significato giuridico: è il legislatore che sceglie se attribuirgli un significato, e quale. Se il legislatore privilegia l’interesse pubblico a tutelare il paesaggio, attribuirà al silenzio dell’amministrazione il valore di un diniego; se (come nel ddl Monti) gli dà invece valore di assenso o, che è lo stesso, di abdicazione in favore dei Comuni, privilegia l’interesse privato di chi intende devastare boschi, coste, zone archeologiche.

Questo disegno di legge impegna la credibilità del governo e il rispetto della Carta fondamentale dello Stato. Ma l’assalto al paesaggio italiano è, a quel che pare, irrinunciabile: basti pensare alle dichiarazioni (Passera, Ciaccia) sulla cementificazione del territorio con grandi opere da finanziarsi con denaro pubblico, cioè accentuando i tagli alla spesa sociale.

Anche il ddl Catania sui suoli agricoli, partito bene, sta intanto cambiando pelle, tanto che secondo l’assessore all’urbanistica della Toscana, Anna Marson, «il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti rischia di produrre nuovo consumo di suolo, anziché ridurlo». La debole risposta del ministro dei Beni culturali non fa notizia: Ornaghi, si sa, ha la genuflessione facile. Con accanimento suicida, si invocano le ragioni dell’economia, le stesse che da trent’anni a questa parte legittimano condoni, sanatorie e piani casa in nome di uno sviluppo che non c’è stato. Come ha scritto l’antichista David Sedley, la passività dei governi rispetto alle pretese leggi dei mercati, sempre più simile a una superstizione, ha la funzione che nell’impero romano ebbe l’astrologia (anche imperatori assai pragmatici non muovevano un dito senza consultare gli astrologi di corte).

Ma la tutela del paesaggio è vitale nel sistema di diritti della Costituzione: è espressione dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art.2), indirizzata al «pieno sviluppo della personalità umana» (art.3), collegata alla libertà di pensiero e di parola (art.21), alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art.33), al diritto allo studio (art.34), alla tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art.32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata d eve essere «assicurata la funzione sociale» (art.42), la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» (art.41).

Mettiamo dunque sul tappeto questa domanda: l’alto orizzonte di diritti che la nostra Costituzione consegna ai cittadini è compatibile con le (vere o false) costrizioni dell’economia?

E se non lo è, come si risolve il contrasto, archiviando la Costituzione o agendo sull’economia e sulla politica?

Quale è, su questo punto, la favoleggiata “agenda Monti”?

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Continuano le osservazioni sul DDL Catania 

 

IL SUOLO È UN BENE COMUNE E COME TALE DEVE ESSERE TUTELATO

Il forum nazionale “Salviamo il Paesaggio” scrive al ministro: bene il disegno di legge salvasuoli, ma occorre un forte ripensamento di scelte già fatte che incombono sui suoli agricoli.

Dal Parlamento ci aspettiamo un segnale di buona volontà: mai più gli oneri di urbanizzazione come cassa corrente dei comuni.

Il ‘consumo di suolo’ non può restare un principio, né un enunciato: servono misure concrete”. Così afferma Alessandro Mortarino, coordinatore del Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio e della campagna “Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”, annunciando l’invio di una lettera di osservazioni e di proposte al ministro delle Politiche agricole Mario Catania, primo firmatario del disegno di legge per la valorizzazione dei terreni agricoli e contro la loro cementificazione approvato il 14 settembre 2012 dal Consiglio dei ministri.

Secondo il Forum, “il disegno di legge coglie nel segno: il consumo di suolo, agricolo e forestale, rappresenta la sottrazione di una risorsa fondamentale per il benessere della comunità nazionale. La prassi amministrativa e di pianificazione territoriale deve oggi iniziare a confrontarsi con la finitezza delle risorse e dei beni comuni”.

Tuttavia, “è fondamentale che la norma acquisisca al suolo il senso e il riconoscimento di bene comune – commenta Damiano Di Simine, coordinatore del Gruppo tecnico che ha redatto le osservazioni al ddl -. I tempi sono maturi perché valori quali la sicurezza e l’autonomia alimentare, il paesaggio, i servizi ambientali e le funzioni ecosistemiche vengano resi prevalenti rispetto al diritto di proprietà, che non porta con sé il diritto di consumare e cementificare un bene comune qual è il suolo”.

Anche nell’attuale legislatura, rileva il Forum, continuiamo ad assistere alla proposizione di programmi infrastrutturali ridondanti (ad esempio in materia di grande viabilità) e non mirati al superamento di reali e prioritarie carenze del Paese. In particolare, la legge in discussione in questi giorni, che dispone regimi urbanistici derogatori straordinari motivati dalla realizzazione di stadi appartiene alla peggior tradizione di deregulation urbanistica e, se approvata, determinerà ferite profonde nel paesaggio rurale del nostro Paese.

Il documento, elaborato dal Gruppo tecnico del Forum ed inviato al ministro Catania contiene “osservazioni” alla bozza di ddl e proposte integrative tese al perfetto raggiungimento degli obiettivi dichiarati dagli intenti del provvedimento, ovvero la salvaguardia concreta dei suoli agricoli.

Tra i punti evidenziati nel documento (che potete scaricare in formato pdf), segnaliamo in particolare:

- la necessità di far sì che la norma definisca il “suolo” come un “bene comune”;

- una più stretta definizione di “aree agricole” in funzione del loro stato di fatto (ovvero che si considerino come “terreni agricoli” tutte le superfici interessate dalla presenza di suoli produttivi vegetati, coltivati, incolti o forestali, attualmente non interessate da edificazioni e infrastrutture e non i soli terreni così indicati dagli strumenti urbanistici comunali);

- la soppressione della soglia massima di superficie agricola “edificabile” prevista dal ddl, anteponendo -per ognuno dei Comuni italiani- un prioritario censimento del patrimonio edilizio esistente e le sue potenzialità residue;

- il prolungamento ad almeno 20 anni del divieto di mutamento di destinazione per i terreni che hanno beneficiato di aiuti di Stato e Comunitari (molti dei quali prevedono interventi, ad esempio agropaesistici e forestali, la cui maturità interviene oltre i 10 anni dall’impianto).

“Il DdL coglie nel segno quando propone di bloccare la distrazione di risorse provenienti da oneri di urbanizzazione per coprire le spese correnti dei comuni: è inaccettabile che i comuni svendano il territorio per esigenze di cassa. Ma su questo ci aspettiamo un segnale chiaro da parte del Parlamento, che invece negli ultimi anni ha sistematicamente riproposto questa possibilità attraverso le Leggi finanziarie”.

Documento pdf con le osservazioni al disegno di legge 

 

ANCORA SUL DDL CATANIA: CONTENIMENTO DEL CONSUMO DEI TERRENI AGRICOLI

 

Gli emendamenti della conferenza Stato-Regioni trasformano il ddl Catania sul "contenimento del consumo" dei terreni agricoli: prevista una moratoria di 3 anni sulle nuove costruzioni. Resta un neo, quello delle opere pubbliche o riconosciute di pubblica utilità, come le autostrade

“Ho letto del progetto del Passante Nord e anche di quello del centro tecnico del Bologna Calcio che si mangerebbe diverse decine di ettari agricoli: non entro nel merito per rispetto delle autorità locali ma noi tutti, sia in Emilia che fuori, dovremo pensarci dieci volte prima di autorizzare ulteriore consumo del terreno agricolo in un Paese che ha già bruciato 5 milioni di ettari negli ultimi 40 anni”. Il ministro dell'Agricoltura Mario Catania fa sul serio, e intervenendo all'inaugurazione Esposizione internazionale di macchine per l'agricoltura e il giardinaggio, ieri a Bologna, ha ribadito il proprio impegno contro il consumo di suolo bacchettando l'amministrazione regionale dell'Emilia-Romagna, la Provincia di Bologna e il Comune di Granarolo, dove dovrebbe sorgere il nuovo centro sportivo del Bologna, su un'area di 22 ettari, finora agricoli.


Danno concretezza, le parole di Catania, all'articolato dello “Schema di disegno di legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo”, che il 30 ottobre scorso è stato approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, con alcuni emendamenti che rendono ancora più cogente il testo approvato a metà settembre dal consiglio dei ministri (lo trovato in allegato).

Il nuovo testo, che dovrà ora “affrontare” i due rami del Parlamento, riconosce che il suolo è un bene comune (come spiega Salvatore Settis intervistato da Pietro Raitano nel libro "Lo speculatore inconsapevole") e una risorsa non rinnovabile (“La presente legge in coerenza con gli articoli 44, 117 della Cost. e gli articoli 11 e 191 del Trattato di Lisbona detta principi fondamentali per la valorizzazione e la tutela dei terreni agricoli, al fine di promuovere e tutelare l’attività agricola, il paesaggio e l’ambiente, é di contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile che esplica funzioni e produce servizi ecosistemici”).


Più avanti si definisce un nuovo regime per l'utilizzo degli oneri di urbanizzazione, e con un atto che è possibile definire rivoluzionario si fa “divieto agli enti locali di utilizzare i proventi derivanti dal rilascio dei titoli abilitativi e delle sanzioni previste nel DPR 380/2001 per spese correnti e per scopi diversi dalla loro finalità”.

La possibilità di drogare i bilanci sfruttando gli oneri di urbanizzazione (fino al 75%) per coprire la spesa corrente è uno dei motivi principali del dilagare dell'edilizia residenziale e commerciale nei primi dieci anni del Duemila.


La ciliegina sulla torta è contenuta nelle disposizioni transitorie e finali, che prevedono che “per 3 anni dalla data di entrata in vigore della presente legge al fine di consentire l’attuazione di quanto previsto all’art 3 non è consentito il consumo di superficie agricola”.


“La legge, a differenza della versione iniziale, tutela TUTTI i suoli, definendoli 'agricoli' in rapporto allo stato di fatto: non, cioè, in rapporto alle destinazioni urbanistiche dei piani vigenti, e questa è senz'altro la più grande innovazione, che recepisce anche le osservazioni fatte pervenire al ministro dal Forum nazionale 'Salviamo il paesaggio'. Un suolo è tutelato, dunque, per il fatto di essere attualmente interessato da una copertura agricola o forestale, a prescindere da cosa indichi il piano urbanistico del comune” spiega Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia e tra gli estensori delle osservazioni che il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio aveva indirizzato al ministro Catania dopo l'approvazione in consiglio dei ministri della prima bozza del disegno di legge, è molto soddisf atto dal nuovo testo del disegno di legge: “Si tratta di un salto culturale e giuridico rilevantissimo, e non privo di ricadute dirette e immediate anche per comitati e associazioni ambientaliste (basti pensare alla legittimazione a ricorrere in giudizio contro scelte urbanistiche, spesso messa in discussione dai tribunali amministrativi)”. Ovviamente, continua Di Simine, “si tratta solo di un disegno di legge, non ancora di un provvedimento efficace, anche se esso è un disegno di legge voluto e approvato dalle Regioni e dal Governo. Ora la competenza, di emendare e approvare o bocciare la legge, passa al Parlamento, e sarà interessante valutare il comportamento dei gruppi parlamentari”.

 

Di nei, a voler guardare con attenzione, ce n'è un altro, ed è grossolano.

Due righe, che rischiano di rendere (parzialmente) inutile la moratoria triennale: “Sono fatte salve le opere pubbliche e di pubblica utilità”. Caratteristiche che vengono comunemente riconosciute alle nuove autostrade (utili davvero?), alle linee ferroviarie ad Alta velocità e a tutte le grandi, medie e piccole infrastrutture che sono state via via gettate nel calderone della legge Obiettivo del 2001, un libro “dei sogni” per le imprese di costruzioni che contiene oltre 300 opere (spesso ancora ferme) per un valore di oltre 300 miliardi di euro.

 

12 giugno 2013

UN APPELLO AL PARLAMENTO: SUBITO UNA LEGGE SCRITTA ASSIEME AI CITTADINI PER FERMARE IL CONSUMO DI SUOLO

Comunicato Stampa del 12 giugno 2013

Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio
Campagna nazionale “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori

Una Legge per arrestare il consumo di suolo in Italia: che si faccia ma insieme ai cittadini anziché commettere errori gravi, come nel caso della proroga dell’utilizzo da parte dei Comuni degli oneri di urbanizzazione per finanziare le spese correnti.

La rete delle 911 organizzazioni che compongono il Forum nazionale Salviamo il Paesaggio (tra cui il Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia di San Giorgio del Sannio), esprime la propria soddisfazione nel registrare il vivace fermento con cui i componenti della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati stanno preparandosi ad avviare la discussione di una possibile nuova norma contro il consumo di suolo.

Nelle scorse settimane ci risultano essere stati depositati diversi disegni di legge che testimoniano come, finalmente, il delicato tema del consumo di suolo sia entrato a far parte delle priorità dell’agenda politica nazionale e non soltanto delle attese dei cittadini. Siamo lieti di ritrovare in ognuno dei testi proposti molte delle indicazioni da noi suggerite nel corso degli anni e attendiamo di poter visionare gli altri testi già annunciati da ulteriori forze politiche.

La copiosa produzione di ddl presentati dovrà portare a un testo unificato che sarà alla base della discussione parlamentare cui il nostro Forum nazionale ritiene di dover essere considerato parte integrante e per la quale si rende sin d’ora pienamente disponibile.

In particolare, il nostro gruppo tecnico sta provvedendo ad analizzare dettagliatamente tutti i testi presentati per i quali, come nostro costume, presenterà le proprie puntuali “osservazioni” e di cui si avrà anticipazione durante l’incontro pubblico organizzato a Roma il prossimo 18 giugno da numerose Reti, Associazioni e Comitati.

Ribadendo nel contempo la nostra assoluta priorità: “Fermare il consumo di suolo e di territorio”.

Ricordiamo che il nostro Forum aveva partecipato lo scorso anno, in un processo aperto e inclusivo, all’integrazione del Disegno di legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo (“DDL “Salvasuoli”): tale DDL, nuovamente presentato a firma dell’onorevole Catania ed altri, crediamo debba prioritariamente essere posto in discussione nelle commissioni competenti e giungere alla sua rapida approvazione (all’attuale stesura, approvata dal Consiglio dei Ministri del governo Monti, il Forum ha proposto alcuni suggerimenti migliorativi che sono a disposizione di tutti i parlamentari).

Il momento economico, sociale e ambientale che stiamo vivendo è caratterizzato da una difficile interpretazione delle scelte migliori per il nostro futuro: attorno alla corretta definizione di un quadro urbanistico nazionale crediamo sia possibile disegnare i contorni netti di una visione di società davvero sostenibile e solidale.

Per questo invitiamo tutti i parlamentari a non compiere scelte affrettate e all’ascolto – attento – delle istanze che provengono dai cittadini e dalle loro aggregazioni.

Tale invito lo formuliamo anche alla luce dell’approvazione – alla Camera e al Senato – del decreto sblocca debiti P.A. (Dl n. 35/2013) che contiene la proroga – per due anni – della possibilità per tutti i Comuni italiani di continuare ad utilizzare le entrate derivanti dagli oneri di urbanizzazione anche per far fronte alle spese correnti indifferenziate (fino al 50 %).

Per i Comuni meno virtuosi convertire il suolo libero in moneta sonante, attraverso nuove edificazioni, rimane così ancora una (nefasta) possibilità.

Tale decisione va in netto contrasto con uno degli articoli dell’indicato “DDL “Salvasuoli” (articolo 7) che ridefinisce i cosiddetti oneri di urbanizzazione destinandoli “esclusivamente alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico”, riprendendo pressoché in toto una precisa proposta fatta dal nostro Forum nazionale.

E’ infatti questo che i cittadini richiedono, da anni, alla Politica nazionale ! Non certamente continuare a tagliare i finanziamenti agli Enti Locali per indurli a sacrificare suoli e territori.

Ancora una volta chiediamo a Governo e Parlamento di voler comprendere i danni causati dalla frettolosa cancellazione del principio previsto dalla legge Bucalossi (L. 10/1977, art. 12), che stabiliva che i proventi da oneri di urbanizzazione dovevano essere obbligatoriamente utilizzati dai Comuni per “le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, il risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, le spese di manutenzione ordinaria del patrimonio comunale”.

E invitiamo la Commissione Ambiente a voler considerare prioritariamente nella definizione del disegno di legge che scaturirà dal dibattito dei testi presentati, l’abrogazione di questa grave ed errata proroga approvata con troppa leggerezza dai parlamentari di tutte le forze politiche.

 

 
 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...