Perchè esistono i rifiuti ?

 

 

E’ giorno, ormai, ma per lo Stato di diritto calano le tenebre. Tronchi d’alberi disseminati per terra, frigoriferi abbandonati, strade sbarrate. Stazioni della circumvesuviana delle zone limitrofe e binari occupati. Tra poco vi sarà un’altra notte di protesta, a Terzigno. Si spegneranno i lampioni e in contemporanea la democrazia. Probabilmente, come per incanto, la stessa sarà protagonista di altri scontri. Polizia di Stato contro civili. Lancio di molotov, sassaiole, feriti. Descrizione che distorce la realtà. Terra di nessuno, abbandonata a sé stessa, ad un destino che sa di amaro già ancor prima di poterla vivere. Così è apparsa Terzigno, in una giornata trascorsa tra la gente, a cercare di documentare il dolore, la paura, la sofferenza, la rabbia, la consapevolezza di circa diciottomila cittadine e cittadini. Impotenza. Chi non ne avrebbe, in un luogo dove è così radicato l’amore per il proprio territorio, i propri valori, le proprie origini culturali? Percorrendo i ventitré chilometri quadrati della cittadina, vi si scorge un passato antico, peculiare, che non può essere dimenticato. Terzigno sarà ricordata come “la città della discarica inaccettata ed imposta dall’alto”, ma voltando lo sguardo, ben oltre gli ultimi episodi di questi giorni, l’occhio scorge immensi spazi agricoli, come le viti della catalanesca, ed ad ognuno di essi è possibile ricollegare un elemento distintivo. Per una singolare coincidenza, il comune ha uno stemma recante le parole “Tir Ignis”, che letteralmente significa “tre volte il fuoco”, in quanto tre furono le eruzioni del Vesuvio che causarono la distruzione della città: ed oggi? Quante volte questa terra ha subito la stessa sorte? Quanti strati hanno ricoperto rifiuti tossici, scomparsi improvvisamente? Quante campagne di sensibilizzazione, di per contro, sono state fatte sulla prevenzione delle malattie? Quanti conoscono il rapporto medico-sanitario sull’incidenza dei tumori nelle zone limitrofe le discariche?

Accanto agli scontri, alle informazioni da prima pagina sul numero dei feriti, alla strumentalizzazione politica di un fatto di cronaca difficile da rappresentare così com’è, senz’alcuna forzatura, c’è tanto altro. Gli occhi dei Caschi Blu, schierati davanti alle due rotonde principali, come quella di Boscoreale; uomini, prima che militari: nei loro sguardi, c’è la stessa paura, seppure velata. Loro sanno che stanno semplicemente eseguendo degli ordini, di cui forse non se ne capiscono fino in fondo i motivi. Chi difendono? Cosa assicurano? Di chi tutelano gli interessi? S’arroventa  un clima di tensione generale, ma anche un’umanità struggente. Non un coordinamento organizzato, violento, facinoroso, ma un insieme di studenti, liberi professionisti, casalinghe, operai, che giorno e notte vigilano sul proprio stato di salute. C’è, inoltre, l’idea che, di trasparenza e legalità, non si possa parlare. La legge numero 123 del 14 luglio 2008 (“…emergenza rifiuti in Campania …”) è la dura testimonianza dell’assenza delle istituzioni.

Nonostante il burocratese è tutto chiaro: nell’articolo 3 sono compresi “i termovalorizzatori, le discariche di servizio, i siti di stoccaggio provvisorio”: i “termovalorizzatori” (ossia inceneritori) sono citati anche nell’articolo 5, in quanto “al fine di consentire il pieno rientro dall’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, in deroga al parere della Commissione di valutazione di impatto ambientale in data 9 febbraio 2005, fatte salve le indicazioni a tutela ambientale e quelle concernenti le implementazioni impiantistiche migliorative contenute nel medesimo parere e nel rispetto dei limiti di emissione ivi previsti, è autorizzato, presso il termovalorizzatore di Acerra, il conferimento ed il trattamento dei rifiuti aventi i seguenti codici CER:19.05.01; 19.05.03; 19.12.12; 19.12.10; 20.03.01; 23.0.03.99, per un quantitativo massimo complessivo annuo pari a 600.000 tonnellate”. Premesso che solo uno, sui tre richiesti dalla legge, è stato costruito e che lo stesso funziona solo parzialmente, un dubbio atroce suscita perplessità e sgomento. Questo inceneritore è adatto al trattamento dei rifiuti presenti in Campania? La popolazione locale teme a ragione per il proprio stato di salute. L’aria è irrespirabile, ma la presenza di tanti giovani delle Forze dell’Ordine, rappresentare l’assenza di uno Stato poco dedito all’ascolto, a differenza di quanto Fini o altri politici dichiarano.

Ecco un dato inquietante: il ritrovamento di scorie radioattive nei rifiuti solidi urbani. Infatti, si legge nelle carte ufficiali: «Si comunica che il giorno 18/09/2010 è stato posto in fermo cautelativo, con il consenso della ditta proprietaria, presso la discarica “Cava Sari” in Terzigno, l’autocompattatore targato DL 253 ME della ditta A.S.I.A. Napoli S.p.a. , adibito al trasporto di rifiuti urbani indifferenziati (CER 200301) prodotti dal comune di Napoli, per la presenza a bordo di rifiuti radioattivi. In allegato si rimette copia del verbale, con i relativi provvedimenti, prodotto dall’Esperto Qualificato».

Dietro l’emergenza fabbricata a tavolino l’affare: ciò spiega perché, nella legge, siano indicati come controllori della raccolta differenziata gli stessi Sindaci dei Comuni ai quali, sempre per legge,  viene garantito un contributo a seconda della percentuale realizzata. Un incentivo? Se tali percentuali sono pari al 60 per cento, da dove proviene questa spazzatura tossica? Perché realizzare una discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio? Da un lato, si legifera – con “Misure di salvaguardia del Parco nazionale del Vesuvio”, emanate con il decreto di Istituzione dell’Ente Parco, il DPR del 5 giugno 1995 – G.U. n. 181 del 4/8/1995, quale lo scopo principale di “ripristinare la qualità delle aree marginali mediante la ricostituzione e la difesa degli equilibri ecologici”(art. 3, comma 2, lettera a) -   dall’altra, si ritiene di dover costruire una seconda discarica.

Appare evidente la motivazione per la quale nessun finanziamento europeo potrà essere concesso all’Italia: il mancato rispetto delle condizioni richieste dalla legge stessa. Infine, nello stesso Comune di San Sebastiano al Vesuvio, prima di iniziare uno dei vari percorsi previsti, accanto a cartelli sulle specie faunistiche e floreali in via di estinzione, si notano cumuli di rifiuti presenti lì da anni. L’articolo 2 del decreto reca: “L’Ente Parco ha sede legale ed amministrativa provvisoria nel Comune di San Sebastiano al Vesuvio; nel territorio del Parco possono essere istituiti, con deliberazione del Consiglio Direttivo, uffici distaccati”.

La scelta politica a cui Terzigno si oppone  è dettata da una reale e ragionata difesa di un diritto alla vita e al futuro per le giovani generazioni.  Emanuele Leone Emblema non ha dubbi: «Nonostante si tacciano i dati pubblicati sulle maggiori riviste mediche, questa discarica e i suoi rifiuti, la cui natura non è mai stata completamente appurata, uccide la popolazione. E quando non la uccide la fa ammalare e la consuma progressivamente. Ed a morire ed a consumarsi sono sopratutto quei giovani e quei bambini senza i quali un museo  a vocazione didattica e territoriale, come il nostro, non ha ragione d’esistere. Lo stesso Salvatore Emblema è morto nel 2006 per una leucemia. Ed è stato nei giorni della sua morte che abbiamo conosciuto il dolore che tante altre famiglie della nostra zona hanno conosciuto. Quando si andava nei reparti oncologici degli ospedali napoletani, sembrava di stare nella piazza del paese, perché riconoscevi quell’amico o quel parente, o qualche vicino di casa». È per tale museo, per la storia, per il brigantaggio, per l’onestà intellettuale di chi, a Terzigno, vuole ancora un futuro, che sarebbe giusto ricordarla.

Il destino è segnato in Campania: terra di nessuno, dove lo Stato mina l’esistenza e cancella il futuro.

di Lidia Ianuario (Italia Terra Nostra)

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