Taranto: rifiuti nucleari e chimici a portata di narice, tumori alle stelle

02.04.2011 10:38

Mi chiamo Anna Carrieri, ho cinquantadue anni, abito da quando sono nata al quartiere Tamburi (ndr il quartiere Tamburi è a Taranto). Il 16 maggio 2004 nel giro di 5 minuti perdo l’uso delle gambe”. Il destinatario della missiva è il potente pluripregiudicato Emilio Riva, fondatore del Gruppo Riva a cui l’Ilva fa capo. Ma Annaha inviato la lettera anche al Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola.
L’Ilva mi ha condannata per tutta la vita sulla sedia a rotelleLa mia paralisi è stata provocata dall’inquinamento da metalli pesanti. Il mio organismo è pieno di minerali che tra i vari danni colpiscono il sistema nervoso centrale, attaccano la mielina con conseguente paralisi” prosegue la lettera di Anna.
Secondo i dati dell’Ines (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) «il 92 per cento della diossina fuoriesce dall’Ilva»: le ciminiere dell’impianto siderurgico -‘graziato’ a più riprese dal Governatore della Puglia con accordi segreti in violazione della Convenzione di Aarhus (Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale) ratificata dall’Italia con la legge 108/2001sputano nell’atmosfera perfino veleni radioattivi, in assenza di controlli specifici dell’Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente).
Con la compiacente disattenzione dello Stato italiano e della Regione Puglia, a Taranto e provincia i veleni chimici e radioattivi devastano ariaacquacibo e terra. La vita, soprattutto dei bambini che succhiano latte materno già contaminato, qui è segnata per sempre. E l’inquinamento ambientale, che miete vittime a migliaia, alletta il business sanitario dei privatispecialmente se l’investimento iniziale è a carico delle casse regionali: è il caso dell’ospedale  privato della Fondazione San Raffaele del Mediterraneo che sarà costruito a Taranto con 120 milioni di euro deliberati (e per metà già erogati) dalla Regione Puglia alla Fondazione.
Da noi la salute è un mercato”, taglia corto Saverio De Florio, portavoce dell’Associazione malati cronici e immunitari di Taranto “invece di intervenire sulle cause di questa situazione si specula”. Insomma, ‘Puglia infelix’, vedi Brindisi (Enel), Margherita di Savoia (Saibi-Montedison) e Manfredonia (Enichem) e poi muori!

In loco la mortalità generale oltrepassa del 17 per cento la media regionale, già elevata. I casi di cancro registrano un aumento vertiginoso senza distinzioni d’età. Anche nel Salento i tumori aumentano a dismisura. “Qui ormai si è perso il conto delle vittime” racconta Fabio Matacchiera, ecologista duro e puro, che, insieme al Fondo Antidiossina di Taranto ha organizzato per domani, 2 aprile,una manifestazione di protesta popolare a Taranto per salvare i bambini dai fumi delle ciminiere”.
«Città ad alto rischio ambientale» ha decretato il 23 aprile 1998 un decreto del Presidente della Repubblica. Rimedi concreti? Zero. Il Governatore Vendola ha pubblicamente affermato che “a Taranto non c’è emergenza”, e lo stesso ha fatto il suo Assessore all’Ambiente. Mentre patron Riva ha finanziato le campagne elettorali di Bersani e di Berlusconinonché dei politici locali, tutti sul ‘libro paga’ dapprima che l’Iri di Prodi, vale a dire lo Stato, senza risanare svendesse per poche lire, pur di togliersi dal’impiccio.

SCORIE NUCLEARI

Lo stato di abbandono è inquietante. Il portone scricchiola e si spalanca sotto le folate del maestrale in riva allo Ionio. Alla Cemerad di Statte, ad un tiro di schioppo da Taranto, proprio ad un soffio da un ospedale, il contatore Geiger segnala pericolo.

Rifiuti radioattivi alla Cemerad (foto di Gianni Lannes)

L’azienda di Giovanni Pluchino, da Mottola. era dedita al trasporto e stoccaggio di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi, tutti provenienti dall’Italia centro-settentrionale, da un ventennio, sulla base di una mera autorizzazione dell’Ufficio del medico provinciale di Taranto (nulla osta del 28 luglio 1984, protocollo n. 12478) e, in seguito della giunta provinciale (n. 1889 dell’11 ottobre 1989).
Malgrado il sequestro preventivo disposto il 19 giugno 2000 dal Gip, Ciro Fiore, effettuato dal Nas Carabinieri il 4 luglio successivo, «dell’intera area comprensiva di locali, impianti, depositi e terreni pertinenziali recintati» attesta il procedimento penale n. 5662/2000 G.I.P., ben «30 mila fusti metallici arrugginiti», segnala il verbale di sequestro dell’Arma, «60 containers e 42 silos» risultano ancora dimenticati in un’area di 4 mila metri quadrati. Contengono scorie a media radioattività con tempi di dimezzamento ultratrentennali.
Non è tutto. «All’interno di un capannone abusivo di 5 mila metri quadrati»,  dichiarano i carabinieri «vengono stoccati circa 18.000 fusti di rifiuti radioattivi». Un altro verbale del Nas, datato 9 agosto 2000 certifica alla presenza dell’impiegato Colao Francesco, la sparizione di «documenti dai faldoni 50-55». Epilogo intermedio il 10 giugno 2003 il Tribunale di Taranto ha condannato Giovanni Pluchino a «1 anno di reclusione e al pagamento di una sanzione pecuniaria di 12 mila euro». L’autorità giudiziaria ha disposto anche il dissequestro del deposito e la bonifica del sito entro sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, oltre alla restituzione dell’immobile al proprietario Mario Soprano. Ed ecco le motivazioni. Il titolare della Cemerad, secondo l’impianto accusatorio della magistratura, «realizzava una discarica di rifiuti pericolosi e senza la prescritta autorizzazione e gestiva un impianto di raccolta di rifiuti radioattivi senza rispettare le specifiche norme di buona tecnica al fine evitare rischi di esposizione alle persone del pubblico». La sentenza, passata in giudicato, non ha avuto seguito. In Italia il sistema giudiziario non consente di imprigionare nessuno per reati ambientali che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone e l’ecosistema naturale? Tutto tranquillo? Il pericolo permane: l’ordigno a orologeria, infatti non è stato ancora disattivato. Il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco e l’Azienda sanitaria locale Taranto/1 avevano denunciato «gravissimi rischi per la salute e l’incolumità pubblica e privata, gravissimi rischi di inquinamento e contaminazione ambientale a causa delle notevoli quantità di rifiuti radioattivi, speciali e tossico-nocivi stoccati nella struttura Cemerad».

Container radioattivo della Cemerad (foto di Gianni Lannes)

Per metà della Puglia e un pezzo di Basilicata, nel deposito nucleare, in località “masseria Vocchiaro-Grottafornara”, a ridosso della statale 172 per Martina Franca, a un sputo dal centro abitato stattese di 15 mila anime, il peggio sarebbe lo scoppio di un incendio provocato da un malintenzionato, o, peggio ancora, da un terrorista. Oltretutto, a poche decine di chilometri, proprio in Lucania (Trisaia di Rotondella), in riva allo Jonio, lo Stato al termine degli anni ’60 ha realizzato un cimitero nucleare, inaugurato dall’Onorevole Furio Colombo, camuffato da centro ricerche Enea. Comunque, nell’ex feudo del clan Modeo si accumulano ritardi e silenzi istituzionali. L’Enea è da tempo al corrente della situazione, come documenta una propria nota epistolare risalente al 29 novembre 1990. E lo è il Ministero dell’Industria, addirittura dal 28 luglio 1984. Idem la Presidenza del Consiglio dei Ministri di cinque governi. L’ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente), addirittura, non dispone un accertamento in loco e in una comunicazione del 20 luglio 2000, siglata dal dirigente Mario Paganini Fioratto, prende per buona l’autocertificazione sulla sicurezza, redatta dall’ingegner Luigi Severini per conto della stessa Cemerad: «Non si sono riscontrate inosservanze alla normativa vigente». Eppure l’8 luglio 2000, il sostituto procuratore Filomena Di Tursi e l’allora procuratore aggiunto della Repubblica, Franco Sebastio (oggi capo) scrivono al Ministero dell’Ambiente, al Presidente della regione Puglia, nonché al Prefetto e al Presidente della Giunta provinciale: «La normativa vigente prevede il potere-dovere di intervento dei competenti organi amministrativi al fine di far realizzare, o di realizzare direttamente la messa in sicurezza e la successiva bonifica delle aree inquinate e degli impianti dai quali deriva pericolo di inquinamento. Si prega di far conoscere con la massima urgenza le misure precauzionali adottate per assumere la messa in sicurezza dell’impianto Cemerad, specialmente per quanto concerne il pericolo di incendi».

Parole al vento, come le interrogazioni del parlamentare Giovanni Battafarano. Nel novembre 2001 il sindaco Giuseppe Mastromarino (esponente di una giunta di centro-destra) chiede al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «un intervento concreto che favorisca la bonifica». L’istanza del primo cittadino, a tutt’oggi, non ha ottenuto alcun risultato concreto.

Rifiuti radioattivi alla Cemerad (foto di Gianni Lannes)

In Parlamento giace ancora senza riscontri un’interrogazione del 16 novembre 1995, a firma diFranco Carella, indirizzata ai Ministri dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente. Il senatore dei Verdi segnalava che «è constatabile l’assoluta inidoneità delle strutture del capannone della ditta Cemerad a contenere un deposito di materiali nucleari; inoltre non viene documentata la idoneità dei contenitori utilizzati per lo stoccaggio delle sostanze contaminate sia liquide che solide; ed infine notevole quantità di sostanze, anche infiammabili, sono stoccate in containers, riconosciuti dal competente ministero al trasporto delle sostanze e non per essere utilizzati all’aperto e per lunghi periodi di tempo». L’ex Presidente della Commissione Igiene e Sanità voleva sapere dai Ministri competenti quali iniziative sarebbero state messe in atto per «rimuovere le gravi irregolarità riscontrate dal Comando provinciale dei Vigili del Fuoco presso il deposito di materiale radioattivo della ditta Cemerad e i reali rischi di contaminazione ambientale e di danni alla salute pubblica». A tutt’oggi nessuna autorità statale o regionale e nemmeno scientifica, ha  identificato le componenti, stimato gli effetti o valutato gli impatti epidemiologici o svelato gli interrogativi su origine, provenienza e occultamento delle scorie radioattive.
Le ecomafie ringraziano.
Anche l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) tace. La giornalista Dolores Palantoni vibra di indignazione: “A Statte muoiono o si ammalano di patologie tumorali cittadini dai 15 ai 50 anni”. Vi è correlazione tra le radiazioni nucleari e le malattie della popolazione, come leucemie, malformazioni neonatali e alterazioni genetiche? Un dato è certo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato la vasta area di Taranto a «elevato rischio ambientale», già nei primi anni ’90.

ECOMAFIE DI STATI

Colline di rifiuti radioattivi in attesa di uno smaltimento definitivo. Altri che vengono abbandonati e dispersi nell’ambiente, lontano dai centri abitati, ma soprattutto da occhi indiscreti. Altri ancora che viaggiano indisturbati attraverso le frontiere. E’ questo lo scenario odierno. Tra i protagonisti dei traffici di materiali radioattivi, in particolare uranio e plutonio arricchito, materie, materie prime per la produzione di ordigni nucleari, figura la criminalità organizzata (italiana e non), ma soprattutto multinazionali del crimine e governi occidentali. E’ solo un caso, ma Taranto ospita unità navali a propulsione ed armamento nucleare battente bandiera Nato, ossia Usa, ma l’obsoleto piano di sicurezza e di evacuazione della cittadinanza non è noto all’opinione pubblica

Gianni Lannes  

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