Taranto: lavanderia ecomafiosa del Nord.Politica e mafia a braccetto. Intrecci perversi: usura, riciclaggio, traffico di droga e in fondo il piatto succulento delle bonifiche ambientali.

01.08.2010 23:25

 1 AGOSTO 2010Taranto: lavanderia ecomafiosa del Nord


Politica e mafia a braccetto. Intrecci perversi: usura, riciclaggio, traffico di droga e in fondo il piatto succulento delle bonifiche ambientali.

L’arresto a Milano di Giuseppe Grossi, amministratore delegato di Sadi, maggiore imprenditore italiano delle bonifiche ambientali di ex aree industriali, e di Rosanna Gariboldi, assessore all’Organizzazione Interna e Relazione Esterna della provincia di Pavia, moglie di Giancarlo Abelli, deputato del PdL, mette in scacco una rete criminale insospettabile.

Grossi, è indagato per appropriazione indebita e frode fiscale mentre la Gariboldi, secondo l’accusa, si occupava di porre in essere azioni di riciclaggio mediante flussi finanziari estero su estero.

La Gariboldi nel 2010 ha patteggiato la pena a due anni. Gli altri arrestati sono due collaboratori di Grossi e un membro del cda di Sadi: Cesarina Ferruzzi, Paolo Titta e Maria Ruggero.

Con questi ultimi, grazie a fatture false, Grossi, secondo la Procura, si è appropriato di disponibilità finanziarie della sua società all’estero per fini personali.

Ma Giuseppe Grossi è anche l’amministratore delegato della Smarin Spa, società costituita con atto del 14/11/1991, con sede a Taranto in via Umbria e avente come oggetto sociale la “progettazione, costruzione ed esercizio di piattaforme specializzate ed annessi centri di raccolta e di stoccaggio provvisorie correlati, servizi per tutte le fasi dello smaltimento dei rifiuti industriali e tossici nocivi da localizzarsi nella Regione Puglia, nonché servizi affidati in concessione nel settore ecologico sempre nell’ambito della Regione”.

Oltre a Grossi, nella Smarin spa, troviamo anche Paolo Titta, con la carica di consigliere, nominato con atto del 25/10/2007 fino al 31/12/2009.

Titta è stato anche il presidente di Ecoitalia, con sede a Segrate (Mi), ammiraglia della Green Holding spa, controllata al 100 per cento da Sadi.

Per la cronaca: Ecoitalia è stata insieme ad Imichimica la prima società di intermediazione per lo smaltimento dei rifiuti ad effettuare bonifica della Pertusola sud di Crotone, stabilmento Eni dove alla fine della produzione, il terreno era inquinato da ferriti di zinco. Invece di portarle nell’unico impianto in Sardegna dove le potevano smaltire, ben due inchieste giudiziarie hanno accertato che venivano usato i subappalti, e di subappalto in subappalto le scorie sono finite sotto scuole ed edifici pubblici di Crotone e della Sibaride.

La proprietà della Pertusola, Syndial srl società Eni, ha chiesto un risarcimento milionario a Sadi (proprietaria di Ecoitalia) e la Brusco&C.;

il Tribunale civile di Roma le ha dato ragione, dopo più di dieci anni. Quanto a Smarim spa, all’interno della società troviamo oltre a Giuseppe Grossi e Paolo Titta: Angelo Rusciano, ex dirigente della Provincia di Taranto (settore “Gabinetto e Segreteria Presidenza – Stampa Pubbliche Relazioni – Statistica – Raccolta ed Elaborazione Dati – U.R.P. Segreteria Generale – Affari Generali), che ricopre nella Smarim spa la carica di presidente del Consiglio di Amministrazione;

Vincenzo Cimini, consigliere, Cesare Semeraro, avvocato della Provincia di Taranto, anche lui consigliere della Smarim spa. Tuttavia il 22 giugno 2010 risulta depositata una quota nominale di 3.333,33 euro da parte di Tekna Srl, domiciliata a Segrate (Mi) e un’altra quota nominale dii 6.666,67 euro da parte proprio di Ecoitalia Srl, sempre domiciliata a Segrate (Mi).

“I soci suindicati – continua il documento – hanno sottoscritto, anche la parte spettante in opzione al socio Provincia di Taranto, la ricostituzione del capitale sociale deliberata con atto del 28 maggio 2010 (rep.36162 rac.5685 notaio T.M.P.), la sottoscrizione della parte spettante al rimanente socio è sottoposta alla condizione risolutiva dell’esercizio del diritto di opzione da parte dello stesso”.

Questa società, comunque, è stata chiusa in data  9 luglio 2010 e trasferita a Segrate (Mi) anche se attualmente non svolge l’attività.

Nel 2002 Smarin spa era stata acquistata da Enel, quando quest’ultima ha dismesso le attività legate ai rifiuti, mettendo sul mercato anche altre società tra cui Airneri spa, La Riccia Srl e anche la Tekna Srl, tutte partecipare da Camuzzi (Seduta della Camera n. 243 del 19/12/2002). Smarin Spa, Tekna Srl e Aimeri Spa sono state acquisite dal Gruppo Grossi. Aimeri invece è stata poi ceduta nella maggioranza delle quote al Gruppo Biancamano.

Nero 18, Cippone, Mercurio, Shylock. 

Nel 2010 la Direzione investigativa antimafia di Lecce ha confiscato beni ad Aldo Vuto (secondo gli inquirenti un membro della nuova camorra pugliese), Lucio Bimbola (ragioniere del clan Modeo) e Giuseppe Florio, coinvolto nel processo “Cahors”.

La Guardia di Finanza continua a sequestrare beni immobili e denaro sul conto di prestanomi ma gli “intrecci” sono molto più consistenti ed è per questo motivo che “non ha più senso sostenere il segreto bancario”, dice Nino De Paolo, comandante della Guardia di Finanza di Milano.

Le operazioni illecite più ricorrenti, secondo De Paolo, sono quelle fittizie per trasferire redditi all’estero, utilizzando prestanomi o società di comodo ubicate in paradisi fiscali, oppure capitale illecito che si trasforma in “servizi di pubblica utilità”.

Infatti, a Lucio Bimbola sono stati sequestrati quote di partecipazione societaria nel supermercato “Italmarket srl” e nella società “Pbc (ristorante Al Rugantino Srl) per un valore complessivo di 700 mila euro.

Al quarantacinquenne, Giuseppe Florio, invece, quote di due società; conti corrente bancari, un appartamento, autoveicoli e moto, un bar nel rione Salinella e una pizzeria in corso Italia, per un valore di un milione e mezzo di euro.

Nel blitz “Nero 18” sono stati posti i sigilli a negozi calzaturieri del marchio Nero 18. Del marchio era titolare la società Forza Tre Srl di Taranto riconducibile ad Antonio Diodato.

Lo stesso, il 6 luglio 2010, è stato protagonista di un altro sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Taranto: un fuoristrada BMW X6 e il pacchetto della società Fioran Srl. Dall’analisi dei documenti e dalle interrogazioni telematiche alle banche dati, le fiamme gialle hanno accertato che il Diodato, unitamente ad altre tre persone, aveva attribuito fittiziamente ad un prestanome, amministratore unico della Fioran Srl, la proprietà dei beni sequestrati, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale.

Infatti, è stata scoperta l’esistenza di un trasporto di calzature dal magazzino di Taranto a un indirizzo di Goteborg (Svezia) destinato alla stessa Fioran Srl, per sottrarre la merce al patrimonio societario in odore di sequestro.  Domanda di rito: ci sarà pur qualcuno che apre, chiude e sposta queste società?

Ma a Taranto di colletti bianchi iscritti nel registro degli indagati non se ne parla.

Secondo Nicola Altiero, colonnello della Guardia di Finanza di Taranto, “Nell’ambito della criminalità organizzata, nella quale si ricomprende sia quella di stampo mafioso, sia quella di carattere economico, nonché quella di tipo eversivo – terroristico a livello transnazionale – l’importanza della componente patrimoniale finanziaria e la forza portante che questa rappresenta per le finalità dell’associazionismo delinquenziale rappresentano un dato incontroversibile ed universalmente riconosciuto non solo in sede operativa dai competenti Organismi investigativi, ma comprovato, dalle stesse risultanze processuali.

I consistenti proventi derivanti dalle attività delittuose – continua Altiero – poste in essere dai finanziamenti ottenuti sotto diversificate forme, e per le più varie finalità sottostanti, da fiancheggiatori e/o compiacenti sovvenzionatori, rappresentano la base essenziale per l’affermazione ed il consolidamento delle strutture criminali, poiché da un lato, forniscono alle stesse le fonti di alimentazioni per allargare il campo dell’illecito, dall’altro consentono una massiccia infiltrazione nei “mercati” legali, attraverso una serie di attività commerciali e finanziarie formalmente lecite, che generano gravi contraccolpi sull’intera economia nazionale mondiale”.

Eppure, nella relazione parlamentare datata anno 2008, si legge che “Nella provincia di Taranto il quadro della criminalità mafiosa si presenta disomogeneo, pur a fronte di residuali presenze sul territorio di esponenti dei gruppi storici. Attualmente non si rilevano segnali tipici dell’esistenza di associazioni criminali dedite all’estorsioni ed usura”.

Il quadro descritto dagli onorevoli  non corrisponde alla realtà. Infatti, già nel 1992, la DIA conta 123 finanziarie, nel territorio tarantino: un numero sproporzionato, dicono gli inquirenti, dato “l’assetto” economico di allora.

Nel 1990, presso l’ippodromo di Taranto, a Paolo VI, si truccano le corse dei cavalli per conto di alcuni clan locali legati ad alcune ‘ndrine calabresi. Dalle testimonianze di un collaboratore di giustizia, si evince che la “famiglia” Cianciaruso possiede anche una scuderia.

Questo genere di “attività” assicura un perfetto riciclaggio del denaro accumulato col traffico di droga. Nel 1994, Taranto è sconvolta dal famoso blitz “Cahors”: 70 imputati alla sbarra, di cui in appello, 25 hanno ottenuto lo sconto di pena ed altri 17 hanno beneficiato del decreto di non luogo a procedere per avvenuta prescrizione del reato ma ha retto l’accusa principale: associazione a delinquere finalizzata all’usura.

Nel 2003, è stata eseguita l’operazione “GoldBok”. “Vendeva enciclopedie e libri all’ingrosso e al dettaglio in diversi centri della Puglia per riciclare il denaro proveniente dai giri dell’usura, estorsioni e rapine”. Michele Lopalco viene arrestato, insieme a 4 collaboratori dalla Guardia di Finanza.

Secondo la GdF, assicurava al clan, capeggiato dal boss Francesco Di Bari, diventato poi collaboratore di giustizia, il reimpiego del denaro tramite investimenti in società di vario genere. Nel 2005, furono sequestrati dodici appartamenti tra Taranto e Talsano per un valore complessivo di un milione di euro ai coniugi Leonardo Guerra e Antonia Casucci, coinvolti in vicende d’usura.

I sequestri sono stati notificati dalla Direzione investigativa antimafia di Lecce, su disposizione del Tribunale di Taranto.

Nel 2009, il sostituto procuratore Maurizio Carbone coordina l’operazione “Re Mida”, condotta dalla Guardia di Finanza e chiede il rinvio a giudizio per i lizzanesi Antonio Caniglia, e Cosimo Damiano Surgo. I due avrebbero imposto prestiti a strozzo a commercianti ma anche ad avvocati.

I tassi di interesse variano da 100 al 250 per cento. Il 16 marzo 2009, Taranto viene “gemellata”: venti persone, tutte indagate a vario titolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sono arrestate dai carabinieri di Monza nelle province di Milano, Taranto, Crotone e Catanzaro, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

L’indagine, denominata “Isola”, è stata avviata nel 2007, dai carabinieri di Sesto San Giovanni nei confronti di un gruppo criminale radicato sul territorio di Cologno Monzese. Tutto è nato a seguito di un attentato intimidatorio compiuto nella notte tra il 3 e 4 ottobre 2004 contro un esponente di una storica famiglia della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, contrapposta a un altro clan della stessa area calabrese.

Le indagini hanno permesso di identificare la presenza a Cologno Monzese di clan criminali legati alle famiglie Nicoscia e Arena, impegnate in attività di riciclaggio di capitali di illecita provenienza, favoreggiamento di latitanti e sfruttamento dell’immigrazione clandestina nell’hinterland milanese.

Le attività investigative hanno individuato anche i sistemi mafiosi con i quali l’organizzazione esercitava il controllo sul territorio inserendosi nelle procedure di assegnazione di appalti di importanti società impegnate nella realizzazione di opere pubbliche, tra le quali alcune tratte dell’Alta velocità delle ferrovie italiane.

L’azione dei carabinieri ha portato al sequestro di immobili, conti correnti bancari e postali, polizze assicurative e società riconducibili agli indagati per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro.

Ma non è la prima volta che l’asse Taranto-Milano viene combattuto a suon di sirene, grazie ad Armando Spataro e Alberto Nobili che, chiudendo i processi “Wall Street” e “Nord Sud” hanno tratto in scacco 282 imputati, giudicati per trentuno omicidi e 10 sequestri di persona, mettendo fine alla cosiddetta “Federazione delle mafie”.

 

 

 

 

 

 

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