Sinossi di un colpo di Stato. 1992, Annus Horribilis.

31.07.2010 15:19

Alcuni giorni fa, il presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu nel corso di una relazione sulle “Comunicazioni sui grandi delitti e le stragi di mafia degli anni 1992-1993”, presentata all’organismo bilaterale di inchiesta riunito a palazzo San Macuto, a Roma, ha affermato che “la spaventosa sequenza delle stragi di quel periodo ubbidì a una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti: se da un lato determinò uno tale smarrimento politico e istituzionale da far temere al presidente del Consiglio in carica l’imminenza di un colpo di Stato, dall’altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via, finora senza ritorno, dell’inabissamento”.

A ben vedere invece, il ’92, fu l’anno della destabilizzazione politico-economica dell’Italia, l’anno del “cambio della guardia” della classe dirigente, l’anno in cui presero vita le indagini di tangentopoli, vessillo di quel Di Pietro che, allora pm, già vedeva concretizzarsi un suo ruolo nella futura scena politica italiana, che prenderà il nome di Seconda Repubblica.

Ma andiamo per ordine.

Il 17 febbraio 1992 uno sconosciuto magistrato chiede ed ottiene un mandato d’arresto nei confronti dell’ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano con l’ambizione di diventare sindaco di Milano.

Ha appena intascato una “mazzetta” di sette milioni di lire (sic), la metà di quanto pattuito con il proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, deve versare la sua tangente, il 10 per cento della spesa dell’appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni, che messi a confronto con i volumi di affari delle corruzioni odierne, appaiono quasi come gli emolumenti indebiti di un “ruba galline”.

Poi però si scoprì che i soldi intascati erano molti di più. Dieci anni dopo Chiesa fu di nuovo arrestato con l’accusa di essere stato il collegamento delle tangenti nella gestione del traffico illecito di rifiuti nella Regione Lombardia.
E ancora. Era il ‘92 quando, Giovanni Falcone prima (23 maggio) e Paolo Borsellino poi (19 luglio), furono trucidati da Cosa Nostra insieme agli uomini della scorta, senza che i governi di allora (Andreotti e Amato) né i servizi segreti, muovessero un dito per prevenire quelle morti annunciate.

Facciamo ora un piccolo passo indietro rispetto a quei tragici giorni.

Prima della scadenza del mandato di governo di Giulio Andreotti (28 giugno), a Palermo viene ucciso – sempre dalla Mafia - Salvo Lima (12 marzo), uomo vicino al senatore a vita da quasi vent’anni.
Nel 1974 infatti, Andreotti che era ministro per il Bilancio, nominò come sottosegretario Salvo Lima, che già all’epoca era comparso varie volte nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia ed era stato oggetto di quattro richieste di autorizzazioni a procedere nei suoi confronti.

L’assassinio di Lima e le accuse di “concorso in associazione mafiosa esterna” mosse a Giulio Andreotti, che poi fluiranno nei successivi processi, preclusero al senatore a vita, la possibilità di terminare la sua carriera politica da presidente della Repubblica.

Dopo un trentennio ininterrotto di attività politica così, finiva l’era andreottiana e con lei quella di tutta la Dc.

Nel frattempo, la carriera del giovane pm Di Pietro invece, prosegue indisturbata - con l’enfasi che lo caratterizzerà anche in quella politica - e supportata da quel fascino giustizialista mediatico e un po’ voyeur,  che fino ad allora non aveva mai mostrato un così vivo interesse per gli intrighi e gli scandali di Palazzo.
Così arriviamo al 15 dicembre 1992 quando Bettino Craxi, segretario del Psi, riceve il primo avviso di garanzia della Procura di Milano. La stampa embedded (nessuna “legge bavaglio” allora avrebbe fermato quella vomica di ostracismo) lo mise alla gogna, così come l’opinione pubblica.
Il sentimento anticraxiano esplose subito: fu un autentico contagio mediatico, mai registrato verso altri politici che si erano macchiati di reati ben più gravi, un meccanismo accusatorio nel quale non passava giorno senza che Craxi incontrasse per strada giovani che gli davano del “Ladro!” mostrandogli i polsi incrociati.
Fu una sorta di ritualità, un pubblico ludibrio indotto.
Il 23 marzo 1993 gli avvisi di garanzia - tutti per episodi circostanziati di corruzione e finanziamento illecito di partito - erano diventati undici, tantoché Craxi si vide costretto a dimettersi dalla segreteria del Psi.

Poi il suo esilio ad Hammamet… e il resto è storia che tutti conoscono.

Contemporaneamente a quei fatti di sangue e a quei processi giudiziari successe qualcos’altro in Italia nel ‘92, qualcosa che sotto certi aspetti è da considerarsi molto più grave.
Qualcosa che in quel momento passò inosservata all’opinione pubblica,
impegnata com’era nella visione delle varie puntate di quelle fiction processuali che ebbero come interprete principale, tra gli altri, lo stesso Antonio Di Pietro che sarà chiamato da Romano Prodi (uomo della Goldman Sachs) a ricoprire l’incarico di ministro dei Lavori pubblici del suo governo: insieme allo smembramento politico e sociale dell’Italia, era in atto quello economico.

Il 2 giugno 1992 grazie agli scellerati accordi presi sul panfilo Britannia a largo di Civitavecchia, presenti l’allora direttore generale del ministero del Tesoro, Mario Draghi, il magnate speculatore Georges Soros, il governatore della Banca d’Inghilterra, Andreatta e un centinaio di esponenti della finanza anglo-statunitense (Barclays, Warburg, azionista della Federal Riserve, PricewaterhouseCoopers – ex Coopers & Lybrand – Barings – oltre alla Goldman ecc.) e di altri ambienti industriali e politici italiani, verranno vendute numerose aziende strategiche.

Tutto ciò che era di “interesse nazionale”, principali banche comprese, viene ceduto agli speculatori privati, così persino la Banca d’Italia diventa al 95 per cento di proprietà delle stesse banche e finanziarie che proprio l’Istituto dovrebbe controllare.

Il “Grande Sacco” d’Italia verrà chiamato “privatizzazione” e per ufficializzare il tutto, nel 1993, verrà istituito un “Comitato delle privatizzazioni”, la cui presidenza sarà affidata all’ormai onnipresente Mario Draghi.

Alla luce dei fatti qui analizzati quindi e a differenza di quanto dichiarato da Pisanu giorni addietro, nel 1992 l’Italia subì un vero e proprio colpo di Stato, fatto passare per un “cambio di rotta”, da chi in quegli anni, mentendo, già plaudiva alla fine della Dc, della corruzione, della criminalità organizzata e di quel socialismo craxiano che oggi, forse o chissà, avrebbe potuto garantire un minimo di opposizione ai “regimi dell’alternanza bipolare” di stampo statunitense susseguitisi fino ad oggi e che hanno obbedito incondizionatamente all’imperativo di Washington e di Londra: svendere l’Italia al miglior offerente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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