Se il padrone/imprenditore minaccia il licenziamento del lavoratore che chiede il giusto compenso o un regolare contratto è estorsione.

20.01.2011 21:21

 

Ottime notizie per tutti i lavoratori sfruttati con lavoro nero e con il non rispetto dei contratti collettivi nazionali.

La cassazione con la sentenza n. 36642 del 5 ottobre 2007 a stabilito che L’IMPRENDITORE 

CHE USA LA DIFFUSA  DISOCCUPAZIONE  (”condizioni del mercato del lavoro”) PER 

IMPORRE AI DIPENDENTI INGIUSTE CONDIZIONI CONTRATTUALI COMMETTE 

ESTORSIONE.

Grazie a questa sentenza tutti i lavoratori hanno un fortissimo strumento di difesa dagli imprenditori

disonesti che tentano di sfruttarli. Tutti i dipendenti in nero, sotto la minaccia del licenziamento, 

possono chiedere di avere un regolare contratto senza paura e minacciare LORO la denuncia contro 

lo sfruttatore recidivo. 

DENUNCIATE GLI SFRUTTATORI!!! Un lavoro regolare garantisce alle famiglie un miglior 

reddito, al dipendente una maggiore tutela e contribuisce a una maggior possibilità di controllo sul 

datore di lavoro. 

COMMETTE ESTORSIONE L’IMPRENDITORE CHE SI AVVALE DELLE 

CONDIZIONI DEL MERCATO DEL LAVORO PER IMPORRE AI DIPENDENTI 

INGIUSTE CONDIZIONI CONTRATTUALI – In base all’art. 629 cod. pen. (Cassazione 

Sezione Seconda Penale  n. 36642 del 5 ottobre 2007, Pres. Rizzo, Rel. Ambrosio).

                   In seguito ad accertamenti dell’Ispettorato del Lavoro, tre imprenditori sono stati

sottoposti a processo penale davanti al Tribunale di Nuoro con l’imputazione di estorsione (art 629 

cod. pen.) aggravata e continuata per avere posto in essere una serie di comportamenti estorsivi nei 

confronti di alcuni dipendenti, costringendoli ad accettare trattamenti retributivi deteriori e non 

corrispondenti alle prestazioni effettuate e, in genere, condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai 

contratti collettivi, approfittando della situazione di mercato in cui la domanda di occupazione  era 

di gran lunga superiore all’offerta e, quindi, ponendo le lavoratrici in una situazione di 

condizionamento morale, in cui ribellarsi alle condizioni vessative equivaleva a perdere il posto di 

lavoro. Il Tribunale ha assolto gli imputati in quanto ha ritenuto che difettasse il presupposto

della minaccia di licenziamento illegittimo, e che le ingiuste condizioni di lavoro avessero formato 

oggetto di un accordo iniziale fra gli imprenditori e le lavoratrici. In seguito ad appello proposto 

dal P.M., la Corte di Appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, ha ritenuto gli imputati 

responsabili di estorsione aggravata e continuata e, concesse le attenuanti generiche, 

prevalenti sulle aggravanti contestate, li ha condannati alla pena di tre anni e sei mesi di 

reclusione e di euro 800 di multa. La Corte di Cagliari ha rilevato che l’idoneità della condotta 

degli imputati a integrare l’elemento strutturale della minaccia emergeva da un complesso di 

elementi, quali l’ingiustizia della pretesa, la personalità sopraffattrice dei soggetti agenti, le 

circostanze ambientali quantomai favorevoli ai datori di lavoro. In particolare la Corte territoriale – 

sotto il profilo dell’ingiustizia della pretesa – ha escluso la rilevanza della circostanza, evidenziata 

dalla difesa, secondo cui le pretese delle lavoratrici erano tutelabili innanzi al Giudice del lavoro,

osservando che due di esse,  pur vincitrici nelle relative cause, non erano riuscite ad ottenere 

alcunché. Infine la Corte ha precisato che – quand’anche si ritenesse intervenuto tra i titolari 

dell’azienda e le lavoratrici un accordo contrattuale – non per questo andava esclusa la sussistenza dell’estorsione, dal momento che, al di là dell’aspetto formale dell’accordo contrattuale la condotta 

degli imputati risultava posta in essere nella sola prospettiva di conseguire un ingiusto profitto con

altrui danno, quest’ultimo inteso come contributo di energie lavorative impiegate dalle persone 

offese a vantaggio del titolare dell’azienda in cambio di una retribuzione inferiore a quella dovuta e

dichiarata nella busta-paga. I condannati hanno proposto ricorso per cassazione, censurando la 

decisione per vizi di motivazione e violazione di legge. 

                   La Suprema Corte (Sezione Seconda Penale n. 36642 depositata il 5 ottobre 2007, 

Pres. Rizzo, Rel. Ambrosio) ha rigettato il ricorso.  

Anche lo strumentale uso di mezzi leciti e di azioni astrattamente consentite – ha affermato la 

Corte – può assumere un significato ricattatorio e genericamente estorsivo, quando lo scopo 

mediato sia quello di coartare l’altrui volontà; in tal caso l’ingiustizia del proposito rende 

necessariamente ingiusta la minaccia di danno rivolta alla vittima e il male minacciato, giusto 

obiettivamente, diventa ingiusto per il fine cui è diretto; si spiega così perché la “minaccia”, da 

cui consegue la coazione della persona offesa, possa presentarsi in molteplici forme ed essere 

esplicita o larvata, scritta o orale, determinata o indeterminata, e finanche assumere la forma di 

esortazioni e di consigli. Ciò che rileva, al di là delle forme esteriori della condotta, è, infatti, il 

proposito perseguito dal soggetto agente, inteso a perseguire un ingiusto profitto con altrui 

danno, nonché l’idoneità del mezzo adoperato alla coartazione della capacità di 

autodeterminazione del soggetto agente.

                   Un accordo contrattuale tra datore di lavoro e dipendente, nel senso dell’accettazione 

da parte quest’ultimo di percepire una paga inferiore ai minimi retributivi o non parametrata alle 

effettive ore lavorative – ha osservato la Suprema Corte – non esclude, di per sé, la sussistenza dei 

presupposti dell’estorsione mediante minaccia, in quanto anche uno strumento teoricamente 

legittimo può essere usato per scopi diversi da quelli per cui è apprestato e può integrare, al di là 

della mera apparenza, una minaccia, ingiusta, perché è ingiusto il fine a cui tende, e idonea a 

condizionare la volontà del soggetto passivo, interessato ad assicurarsi comunque una possibilità 

di lavoro, altrimenti esclusa per le generali condizioni ambientali o per le specifiche 

caratteristiche di un particolare settore di impiego della manodopera. E’ questione, poi, riservata 

al Giudice del merito – ha affermato la Corte – valutare se la condotta dell’imputato sia stata 

posta in essere nella sola prospettiva di conseguire un ingiusto profitto con altrui danno, 

attraverso un comportamento che, al di là dell’aspetto formale dell’accordo contrattuale, ponga 

concretamente la vittima in uno stato di soggezione, ravvisabile nella alternativa di accedere 

all’ingiusta richiesta dell’agente o di subire un più grave pregiudizio, anche se non 

esplicitamente prospettato, quale l’assenza di altre possibilità occupazionali. In questa vicenda – 

ha osservato la Corte – i Giudici di merito hanno elencato tali e tanti comportamenti 

prevaricatori dei datori di lavoro in costante spregio dei diritti delle lavoratrici (si pensi non 

solo all’erogazione di retribuzioni inferiori ai minimi sindacali e alla correlativa pretesa di far 

firmare prospetti-paga per importi superiori a quelli corrisposti, ma anche all’assenza di copertura 

assicurativa, alla mancata concessione delle ferie, alla prestazione di lavoro straordinario non 

retribuito ecc.) da rendere evidente, con la stessa eloquenza dei fatti, da un lato, che gli 

imputati, al di là del ricorso ad esplicite minacce, si sono costantemente avvalsi della 

situazione del mercato del lavoro ad essi particolarmente favorevole e, dall’altro che il potere 

di autodeterminazione delle lavoratrici è stato compromesso dalla minaccia larvata, ma non 

per questo meno grave e immanente, di avvalersi di siffatta situazione. In tale contesto – ha

concluso la Corte –  si rivelano infondate le deduzioni dei ricorrenti in ordine all’esistenza di 

un accordo contrattuale: invero ciò che rileva agli effetti dell’art. 629 c.p. è che 

l’“accordo”non fu raggiunto liberamente, ma (nella descritta situazione) estorto. 

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