Sarà vero che manteniamo gli immigrati con le nostre tasse? E loro, gli immigrati, le pagano le tasse?

23.08.2011 16:13

Sarà vero che manteniamo gli immigrati con le nostre tasse? E loro, gli immigrati, le pagano le tasse? Ed infine, chi viene da noi può rappresentare realmente una risorsa economica per il nostro Paese? Sono queste le domande che Giorgio Macchietti fa e a cui, con l’ausilio di dati e statistiche, cerca di rispondere. Questa è la prima analisi dell’Economista

Di Giorgio Macchietti

Seguendo il percorso avviato dal mio precedente articolo (Immigrati: privilegiati nella guerra tra nuovi poveri) dove ho evidenziato le storture che derivano dall’applicazione dell’ISEE, storture che privilegiano di più l’immigrato rispetto al cittadino italiano nell’accedere ai servizi sociali di prima necessità (casa, scuola, e sussidi economici), è interessante adesso indagare un altro aspetto che parte da una frase che camminando per strada o andando al mercato, o viaggiando negli autobus, chiunque di noi ha sentito dire almeno una volta, declinata in ogni forma di dialetto, quale quella: “noi paghiamo le tasse per mantenere gli immigrati mentre loro vengono qua per sfruttarci”.

Ma sarà vero che manteniamo gli immigrati con le nostre tasse? E loro, gli immigrati, le pagano le tasse? Ed infine, chi viene da noi può rappresentare realmente una risorsa economica per il nostro Paese?

Prima di iniziare ad avviare una serie riflessione per dare risposta a questi quesiti è fondamentale premettere due aspetti, il primo che intorno all’immigrato ruotano fortissimi interessi che vanno dalle associazioni di assistenza religiosa e non, ai centri di assistenza fiscale specificatamente dedicati, fino ad arrivare anche all’attenzione che il sistema bancario pone nei confronti di chi viene da fuori dal nostro Paese con la creazione di prodotti specifici relativi al credito.

Il secondo aspetto è che le cifre riferibili agli immigrati possono essere fornite e spiegate solo per approssimazione dato che qualunque fonte di informazione  proveniente da banche dati riferibili al sistema pubblico che indaga le diversi componenti del reddito fanno riferimento solo a quei contribuenti nati all’estero e non riguardano esclusivamente i cittadini stranieri (cioè coloro che hanno cittadinanza non italiana). Questo perché tra le informazioni raccolte nei modelli appositi viene fatta richiesta solo dello Stato di nascita del dichiarante (ricavato attraverso il codice fiscale) e non della cittadinanza.

Fatta questa premessa pertanto, secondo me, il presupposto da dove far partire una serie riflessione sul rapporto fisco-immigrato  è innanzitutto indagare quale è la motivazione che spinge l’immigrato a venire in Italia e contestualmente analizzare il suo comportamento verso il risparmio, aspetto questo indissolubilmente legato al rapporto che ognuno di noi ha come contribuente verso lo Stato, attraverso l’assunto  del meno paghi tasse e più risparmi e conseguentemente più consumi.

Il Rapporto fornito dal Ministero dell’Interno: “Inclusione finanziaria e mercato del Migrant Bank” ci dice che,  nell’ambito del bilancio personale dell’immigrato le spese che pesano maggiormente sono quelle legate ai bisogni primari dell’alloggio e dell’alimentazione, oltre alle spese legate alla crescita dei figli (per coloro che vivono in Italia con la famiglia). Una volta assolti tali bisogni primari, l’altra esigenza fondamentale alla quale vengono destinate le risorse del bilancio personale, è quella dell’invio di denaro al paese di origine. Le rimesse, sono considerate da tutti i migranti un’esigenza primaria, e possono naturalmente variare sia nell’entità – in base alla capacità reddituale del migrante, oppure a seconda del fatto che i figli vivano in Italia piuttosto che nel paese di origine – sia nella destinazione – utilizzate per investire nel paese di origine, oppure per sostenere i consumi dei parenti rimasti all’estero. Quello che resta dopo aver assolto queste spese citate, viene destinato al risparmio (inteso come risparmio mantenuto in Italia).

Lo stesso Rapporto descrive che il giudizio diffuso dei migranti è che, una volta coperte le spese primarie e sottratte le risorse destinate all’invio del denaro nel paese di origine, i margini di risparmio siano piuttosto ridotti. L’esperienza comune è quella di una diffusa difficoltà nell’accumulare risparmio e, tale difficoltà sarebbe riconducibile a un ridotto livello di reddito, piuttosto che all’assenza di cultura del risparmio. Infatti, nonostante la capacità di risparmio sia spesso limitata dalla carenza di risorse, l’aspirazione generale sarebbe quella di riuscire a strutturare le risorse personali e familiari in modo da riuscire ad accumulare risparmio.

Quindi, il comportamento dell’immigrato verso  il risparmio conferma due aspetti essenziali: che l’orientamento dell’immigrato è rivolto essenzialmente a non consumare in Italia la ricchezza prodotta,  e accumulare maggiore risparmio attraverso l’utilizzo dei servizi del welfare e di sussistenza alimentare per far fronte ai propri bisogni primari (casa, alloggio e scuola).

Ma andando oltre e analizzando quale può essere il contributo che fornisce  l’immigrato  alla ricchezza del nostro Paese i fattori che entrano in gioco sono diversi e contraddittori. Se è vero, proprio per la difficoltà nell’interrogare le banche dati sulle componenti del reddito come già ho premesso, il Dossier elaborato dalla Caritas nel 2010 ci dice che gli immigrati assicurano un gettito fiscale pari 2,2 miliardi di tasse, 1 miliardo di Iva, 100 milioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per le pratiche di cittadinanza e 7,5 miliardi per contributi previdenziali.

Ovviamente nessuno obietta le cifre indicate dalla Caritas, però di contro la Fondazione Leone Moressa ci fornisce ulteriori aspetti che sono interessanti da analizzare e che forniscono un quadro più esaustivo delle dinamiche del rapporto immigrati e fisco.

A livello generale coloro che sono nati all’estero ma che dichiarano redditi nel nostro Paese sono il 7,8% dei contribuenti totali e certificano il 5,2% dell’intera ricchezza prodotta. Mediamente gli stranieri hanno dichiarato nel corso dell’anno d’imposta 2008 12.639€, quasi 6.755€ in meno dei contribuenti nati in Italia.

Ma gli aspetti più interessanti che vengono evidenziati  e che pongono una seria riflessione sono le differenze tra italiani e immigrati e che non possono essere solo giustificate dal fatto che gli immigrati in media guadagnano di meno, anche perché il calo medio del contributo previdenziale sarebbe fermo ai livelli più bassi, invece questo non risulta.

Per quasi tutte le tipologie di reddito dichiarato, l’importo medio è più basso tra i contribuenti stranieri rispetto a quelli italiani: in particolare il gap nel reddito da lavoro dipendente è di 5.171 €, mentre quello da lavoro autonomo addirittura di 11.666 € e quello da impresa di 3.803 €.

La metà dei contribuenti nati all’estero hanno dichiarato nel 2008 meno di 10.000 €, mentre se si tratta di soggetti nati in Italia la percentuale scende al 33,1%. Il 17,2% degli stranieri dichiara dai 10 mila ai 15 mila €, mentre un quarto tra i 15 mila e i 25 mila €. Appena l’8% dei contribuenti stranieri produce reddito per oltre 25 mila €, quando per gli italiani la quota di attesta al 20%. Se si osservano le percentuali cumulate, si osserva come il punto mediano della distribuzione dei redditi degli stranieri (il punto in cui la distribuzione di divide esattamente a metà) per l’immigrato si posiziona nella classe da 0 a 10.000 €, mentre per gli italiani tra i 15.000 e i 25.000 €.

Se poi vogliamo confrontare il numero dei contribuenti stranieri che nel 2008 hanno dichiarato un reddito questi erano 3.242.304 rispetto al numero di stranieri residenti nello stesso anno nel nostro Paese, al netto delle persone in età minore, che risultavano essere 3.891.295, risulta chiaro che esiste un gap di quasi 600.000 persone che non hanno presentato nessun reddito.

In sintesi percentuali, prendendo in considerazione i dati sopra enunciati è possibile osservare che il 50% dei contribuenti stranieri denuncia meno di 10mila euro, e appena il 25% raggiunge un reddito tra i 15mila e i 25mila euro. Dati cui vanno aggiunti i lavoratori che, dichiarando un reddito inferiore a 8mila euro all’anno, rientrano – come previsto dalla normativa nazionale – nella cosiddetta “No tax area”, ovvero non devono presentare obbligatoriamente una dichiarazione dei redditi, e con la prudenza del caso si può definire che in questa quota, va aggiunta  anche una componente pari ad un terzo che per approssimazione rappresenta il gruppo di persone sconosciute al fisco. In sintesi tornando alle domande iniziali il quadro che si ricava non è molto distante da quello che è il comune sentire degli italiani, e cioè, almeno quelli che sono regolari la maggior parte di loro, non denuncia tutto al fisco e tendono a dichiarare la soglia minima di reddito per poi potere accedere alle tante diverse agevolazioni che il nostro welfare mette a disposizione, il tutto finalizzato a poter risparmiare e inviare il più possibile soldi all’estero, il tutto agevolato da una mancanza di controlli e verifiche del loro status patrimoniale del paese di origine, aiutati di certo anche dall’assenza di un eventuale sistema impositivo che può essere ipotizzato per le rimesse all’estero vista anche la grandezza delle cifre in circolo.

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