RIFORMIAMO IL REFERENDUM !

14.06.2011 17:12

Sembra quasi paradossale che alcune forze politiche invitino gli elettori a non votare sui quesiti referendari. Ma è un effetto del modo in cui la legge sul referendum è disegnata. Basterebbe adottare il sistema tedesco per eliminare l'anomalia italiana. Vincerebbe sempre l'opzione desiderata dalla maggioranza degli aventi diritto al voto. E avremmo un dibattito e un'informazione più ricchi oltre a una partecipazione ampia dei cittadini al processo decisionale: tutti sintomi di vitalità di una democrazia.  Uno dei principi più vecchi della democrazia è che i cittadini e i politici che li rappresentano debbano confrontare le proprie posizioni in modo aperto e affrontare la scelta dopo aver discusso e difeso pubblicamente le proprie ragioni. Questa scelta in un sistema democratico si estrinseca nel voto. Dal principio discende l’idea che una elevata partecipazione dei cittadini alle scelte sia un bene in sé perché favorisce una miglior rappresentazione della “volontà generale” cara a Rousseau: la partecipazione al voto è così diventata una manifestazione del grado di civismo della comunità con cui infatti viene talvolta misurato.    IL NODO DEL QUORUM Sotto questo aspetto è paradossale che possano esistere partiti o forze politiche che di fronte a un quesito referendario invitino l’elettorato a non votare. Ma è quanto accade oggi con i referendum sul nucleare, la privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento e quanto è accaduto ripetutamente in passato, con inviti talvolta da destra, talaltra da sinistra, a seconda dell’argomento. Si assiste al fatto che una parte consistente, non dei cittadini ma del corpo politico, fugge dal confronto e invita al non voto. La speranza è che non si raggiunga il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto e la decisione penda quindi da una parte – lo status quo, il mantenimento della legge esistente. Nel nostro ordinamento, infatti, con i referendum si possono abolire ma non approvare le leggi. L’esistenza di un quorum offre a chi fosse contrario alla abrogazione la possibilità del non-confronto e dell’invito al non voto: l'arma non è disponibile a chi propugna l’abrogazione.  Ma il ricorso a questa strategia è il riflesso del modo in cui la legge sul referendum è disegnata ed è pertanto correggibile. Esiste un modo per eliminare questo incentivo e indurre invece i partiti a fare effettivamente quello che conclamano a parole – invitare sempre i cittadini ad andare a votare? Qui avanziamo una proposta di riforma del quorum che raggiunge questo obiettivo.    REFERENDUM ALLA TEDESCA L'anomalia italiana è dovuta alla forma del particolare tipo di quorum scelto dal legislatore. Verrebbe automaticamente eliminata se l'Italia adottasse le regole di voto ai referendum della Germania.  Il sistema italiano richiede affinché il referendum sia valido che almeno il cinquanta per cento degli aventi diritto vadano a votare; una volta accertato il requisito di validità, le norme sottoposte a referendum vengono abrogate se la maggioranza dei votanti si esprime a favore dell’abrogazione.  In Germania la regola di validità di un referendum abrogativo è che almeno il 25 per cento degli aventi diritto al voto si esprimano a favore dell’abrogazione e, una volta accertata questa condizione, il numero di “sì” deve essere comunque più alto del numero di “no” per ottenere l'abrogazione della norma. La ragione per cui le regole tedesche scoraggiano la strategia del non-voto è semplice: se si sospetta che più di un quarto degli aventi diritto possano essere favorevoli alla abrogazione (e gli altri contrari, indecisi o disinformati), in un sistema alla tedesca perseguire la strategia del non voto significa assicurare la vittoria degli “abrogazionisti”. Chi si oppone alla abrogazione di una norma non ha dunque nessuna convenienza a chiedere ai contrari di astenersi non andando alle urne. Deve invece indurli ad andare a votare e deve palesare le proprie argomentazioni per convincere gli indecisi e magari anche far cambiare opinione ai favorevoli alla abrogazione. Ne risulterebbero confronti referendari ricchi di informazione, molto competitivi e agguerriti: un po’ come successe in Italia ai tempi del referendum sul divorzio. L’intensità del dibattito, la ricchezza dell’informazione, la partecipazione ampia al processo decisionale dei cittadini sono tutti sintomi di vitalità di una democrazia. Il meccanismo avrebbe l’effetto di dissuadere partiti e gruppi di pressione dall’adozione di pratiche che alla lunga diseducano i cittadini.   Ne segue che se si adottasse il sistema tedesco l'alternativa vincente sarebbe sempre quella desiderata dalla maggioranza degli aventi diritto al voto. Al contrario, nel nostro sistema attuale può succedere che lo status quo prevalga nonostante la maggioranza sia a favore dell’abrogazione di una norma, e può persino succedere che passi l’abrogazione di una norma che invece godrebbe del supporto della maggioranza dei cittadini. Paradossalmente, il quorum approvativo alla tedesca ottiene anche la massima partecipazione, che è l'obiettivo dichiarato, ma strategicamente disatteso, delle regole vigenti.  La questione che stiamo sollevando non riguarda l'opportunità di cambiare gli incentivi a votare nel referendum alle porte, ma riguarda invece le nostre possibilità future di usare i referendum in modo giusto e non distorto, sia quando i referendum saranno richiesti per l'abrogazione di norme scelte da governi di destra sia quando le parti saranno invertite.    
Non accorpare i referendum alle elezioni amministrative ci è costato circa 70 milioni. Non proprio pochissimo in tempo di risorse scarse. Ma al governo è sembrato conveniente evitare l'effetto di trascinamento delle amministrative e sperare così di far fallire i quesiti per mancanza di quorum. Le conseguenze sono negative non solo sul piano finanziario, ma anche su quello della maturità democratica del paese. La soluzione è abbassare il quorum, collegandolo al tasso di partecipazione alle ultime elezioni politiche.    Non accorpare i referendum al primo turno delle amministrative ci è costato senz’altro dei bei soldini. Quanto di preciso è difficile dire. Ma se si pensa che il costo diretto del referendum (senza cioè contare i costi indiretti, quali il tempo perso per andare alla cabina elettorale) viene valutato attorno ai 300 milioni e che il primo turno delle amministrative ha interessato circa un quarto della popolazione, avremmo potuto probabilmente risparmiare attorno ai 70 milioni di euro. Nulla in confronto ai 700 miliardi di spesa pubblica complessiva, per carità, ma neanche noccioline. Per dire, con i soldi risparmiati avremmo potuto rimettere facilmente a posto Pompei, dragare un po’ d’acqua in Veneto, sistemare qualche casa nel centro dell’Aquila.   SCELTE COSTOSE Ancora più deprimente è che questa scelta sia stata fatta dal governo, contrario ai referendum, per evitare l'effetto di trascinamento delle amministrative e sperare così di far fallire i quesiti per mancanza di quorum. Scelta che, specularmente, ha spinto tutta l’opposizione a coalizzarsi, evitando distinguo che invece avrebbero dovuto esserci per un minimo di coerenza interna, per ottenere l’obiettivo contrario e dare una spallata al governo.  L'obiettivo dell'esecutivo è semplice; siccome già di per sé un buon 20-25 per cento degli elettori non vota mai, basta che il governo convinca il 25-30 per cento ad andare al mare e il gioco è fatto. Con effetti perversi, non solo sul piano finanziario, ma anche su quello della maturità democratica del paese, perché non è mai un bel segnale vedere governanti che chiedono ai propri cittadini di non esprimersi su questioni importanti.   Come evitare questi incentivi perversi? È evidente che l’unica soluzione è abbassare il quorum per la validità del referendum. Abolirlo è assurdo, perché permetterebbe a minoranze sufficientemente numerose e organizzate di tenere perennemente sotto scacco l’azione di governo, a detrimento della maggioranza dei cittadini. Fissare una qualunque soglia sotto al 50 per cento degli elettori, appare arbitrario: perché il 25 per cento e non il 35 per cento? Una proposta più ragionevole è collegare il quorum al tasso di partecipazione alle ultime elezioni politiche. Per esempio, si potrebbe dire che il referendum è valido se vota almeno l’x per cento di quelli che hanno votato alle ultime politiche, dove X è qualche valore attorno a uno. La proposta pare sensata. Tra coloro che non votano mai, neppure alle politiche, ci sono senz'altro anche elettori informati e consapevoli che non vanno ai seggi solo perché insoddisfatti dell'attuale offerta politica. Ma molti sono anche i disinteressati, gli indifferenti, quelli convinti che comunque partecipare al voto è uno spreco di tempo. Liberissimi di pensarla così, ma allora bisognerebbe evitare che la loro astensione strutturale condizioni il risultato delle consultazioni popolari. Legare il quorum alla partecipazione alle politiche precedenti è un modo per riuscirci. In più, fissare la soglia in percentuale, invece di un valore assoluto, eviterebbe di doverci mettere continuamente le mani, se come è possibile il tasso di partecipazione delle politiche dovesse abbassarsi in futuro anche da noi, come è successo in altre democrazie mature.
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