Riflessioni sulle intercettazioni "preventive" ex art.226 d.a. del c.p.p. difese da Ghedini. Quello che non ci dicono...e le intimidazioni al giornalismo di inchiesta

16.08.2010 10:50

"La legge è uguale per tutti ed è amministrata in nome del popolo", "la giustizia è il potere dei senza potere".

Bruno Tinti è stato Procuratore aggiunto presso la Procura di Torino si occupava di reati finanziari: falsi in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale e bancarotta. Dal dicembre 2008 ha lasciato la Magistratura. Ora, come dice lui, fa il cantastorie: scrive e racconta quello che ha imparato riguardo a leggi, politica, giustizia. Nel 2007 ha pubblicato con successo il libro Toghe rotte (ChiareLettere, 85mila copie), che è anche il titolo del suo fortunato blog sulla giustizia.

Bruno Tinti Fans Club

“Se oggi c'è un problema della democrazia in Italia, è più un problema di principi che di istituzioni... Dobbiamo essere democratici sempre in allarme."
Norberto Bobbio, “Risorgimento”, 1958
 
 
La Stampa pubblica un commento di Bruno Tinti sul problema delle intercettazioni intitolato ''A colpi di cimice''.
Lo riportiamo di seguito:
 
''Quasi nessuno sa che i cittadini possono essere intercettati senza controllo del giudice.
 
Lo dice l’articolo 226 delle disposizioni di attuazione al Codice di procedura penale secondo cui servizi segreti, polizia, carabinieri e guardia di finanza possono intercettare telefonate e conversazioni ambientali (con le famose cimici e perfino in casa propria) con una semplice autorizzazione del procuratore della Repubblica. Questo tipo di intercettazioni è chiamato preventivo perché si possono fare anche se non c’è un reato: bastano «esigenze di prevenzione». 
 
Sarebbe come se i servizi o la polizia dicessero al procuratore della Repubblica che una fonte confidenziale degna di fede ha riferito di un complotto e che per sventarlo occorre intercettare Tizio e Caio. Il procuratore non lo sa se tutto ciò è vero, però autorizza, perché non sia mai, ma se lo fosse?
 
Insomma un’attività tipica di uno Stato di polizia, a garanzie zero; efficace se servizi e polizia agiscono in buona fede, ma micidiale per la libertà e la riservatezza dei cittadini se piegata a scopi non istituzionali (vi ricordate i dossier del Sifar? E, più recentemente, le strutture parallele del Sismi?).
 
Al momento queste intercettazioni disinvolte sono possibili solo per prevenire reati di terrorismo, mafia e droga. Il che spiega perché gli abituali responsabili di corruzione, abuso in atti d’ufficio, falso in bilancio, frode fiscale e reati tipici della classe dirigente italiana non hanno avuto stimolo alcuno per tuonare contro la loro pericolosità e antidemocraticità.
E poi si tratta comunque di intercettazioni poco pericolose, dal loro punto di vista, perché non possono essere utilizzate nel processo penale; e se ne deve (dovrebbe) immediatamente distruggere la registrazione e il verbale riassuntivo; con il che il rischio di finire sui giornali è eliminato. Che è quello che conta. Bene,  il 19 settembre c’è stato in commissione Giustizia un dibattito per pochi intimi cui hanno partecipato l’onorevole non ancora avvocato Carolina Lussana e l’onorevole avvocato Niccolò Ghedini. E si è scoperto che un buon sistema per evitare che le intercettazioni finiscano sui giornali consiste nel non farle; e, se proprio non si può, almeno farle solo, come pudicamente si esprime l’avvocato Ghedini, per «i reati estremamente gravi»; tra i quali ovviamente i reati tipici della classe dirigente (e tantissimi altri) non sono destinati a essere compresi.
 
Resta l’obiezione che in questo modo diventa impossibile perseguire quasi tutti i reati.
E qui il colpo di genio: estendiamo l’ambito di applicazione delle intercettazioni preventive, quelle che nel processo non valgono niente e di cui si deve distruggere subito verbali e registrazioni; che si facciano per tutti (beh, non proprio ma comunque tanti) i reati.
Tanto non ci dobbiamo preoccupare del «rischio di propalazione, dal momento che non è prevista la relativa trascrizione né alcuna forma di deposito» e così avremo uno «strumento particolarmente agile ed efficace per orientare le indagini» (Ghedini dixit).
 
Ora che proprio l’avvocato Ghedini faccia mostra di ignorare che le intercettazioni telefoniche non sono solo (non lo sono quasi mai) uno «strumento per orientare le indagini», ma costituiscono esse stesse incontrovertibile prova dei reati per cui si procede, è stupefacente.
In un processo per corruzione i soldi non si trovano quasi mai; e testimonianze che accusino il corrotto in genere non ci sono; e, se ci sono, gli avvocati le fanno a pezzi (è bugiardo, vuole vendicarsi, calunnia perché è comunista oppure perché è di destra, oppure perché il presunto corrotto è tanto onesto e non si è prestato alle sue richieste etc. etc.).
Ma una bella conversazione in cui il corrotto chiede soldi promettendo un succoso appalto e il corruttore tira sul prezzo e poi tutti e due si accordano per scambiarsi la busta, ecco questa sì che è difficile da smontare.
Dunque, a che serve «orientare le indagini» con un’intercettazione che non si potrà mai usare, se poi le prove del reato su cui ci si è «orientati» non si trovano?
 
Ma la cosa più preoccupante di questa bella trovata sta nella possibilità per servizi e polizia e quindi per governo e relativo partito di maggioranza di costruirsi un immenso archivio riservato da utilizzare quando e se opportuno.
 
Ma vi immaginate il mare di informazioni che queste intercettazioni preventive possono raccogliere? Tanto più che saranno numerosissime visto che si possono fare in base al semplice sospetto che forse, chissà, si sta preparando un reato, nemmeno tanto grave secondo l’ipotesi Ghedini. E vi immaginate come diventerà utile, al momento opportuno, ricordare a Tizio che è bene che faccia quella cosa o non faccia quell’altra cosa perché, se no, potrebbe venir fuori che tre anni prima lui ha parlato con... e gli ha detto che...? Vi immaginate insomma che potente arma di ricatto viene messa in mano ad apparati di polizia e alle maggioranze di riferimento?
 
Tutto questo con l’alibi della privacy da tutelare. Quale? Quella di una classe dirigente sempre più coinvolta in episodi di malaffare? Perché una cosa è certa: i cittadini qualunque non si sono mai accorti di essere... indebitamente esposti sui giornali''. 
 
Come si sa, da quando De Feo e Fittipaldi dell'Espresso hanno iniziato a pubblicare servizi documentati sulle collusioni fra camorra e pezzi di istituzioni sul tema dei rifiuti più o meno tossici, ricevono tutte le settimane perquisizioni e sequestri di PG, mentre la magistratura non si è ancora sognata di rendere una visitina ai politici ed amministratori pubblici citati nei servizi.(sic!)
Abbiamo quindi deciso di firmare una petizione indirizzata al Presidente Napolitano, affinchè eserciti la sua "moral suasion" per far terminare questa sporca faccenda.
 
 
Testo della petizione al Presidente della Repubblica per il ripristino della libertà di stampa, e la cessazione immediata delle intimidazioni ai giornalisti , alla libera stampa in generale, e dell'Espresso in particolare.
 
Chiediamo al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di voler intervenire, usando TUTTI gli strumenti che gli sono consentiti dalla Costituzione, affinchè cessino 
immediatamente i continui atti intimidatori esercitati contro la testata, e contro i giornalisti Gianluca De Feo ed Emiliano Fittipaldi, rei di aver fatto, e di voler continuare a fare, un giornalismo d'inchiesta professionalmente e moralmente encomiabili, che finora ha portato a conoscenza dell'opinione pubblica l'esistenza di sconce collusioni fra pezzi di istituzioni, politici non limpidissimi, e criminalità organizzata.
Chiediamo al Presidente della Repubblica, come Capo dello Stato, come Presidente dell'organo di autogoverno della Magistratura, e come galantuomo, di operare una forte "moral suasion" nei confronti di tutti quei magistrati che pensano di occuparsi più del dito che indica la luna, che non della luna stessa.
Il problema che ci toglie il sonno non è COME De Feo e Fittipaldi siano entrati in possesso di queste informazioni, che configurano ipotesi di reato gravissime a carico di importanti politici del partito di Governo e di maggoranza relativa, ma capire se queste ipotesi siano fondate o meno.
Il problema è di capire PERCHE' i magistrati competenti per territorio, in regime di azione penale obbligatoria, abbiano ritenuto di accertare come i giornalisti abbiano SAPUTO, e non si siano minimamente interessati al fatto se i crimini denunciati dai giornalisti stessi abbiano un fondamento di realtà.
Non vogliamo più vivere in un paese nel quale l'eterna lotta fra guardie e ladri si risolve, sempre più spesso, con la persecuzione e l'intimidazione delle guardie.
Presidente, ci aiuti a ridiventare un paese normale. Con rispetto ,
(firma)
 
Sempre che pensiate sia opportuno,  chiediamo di firmare la petizione, ed eventualmente di diffonderne l'URL :
 
 
Per completezza di informazione, ricordiamo che l’articolo incriminato del quale si parla è qui (www.gennarocarotenuto.it/3423-cos-ho-avvelenato-napoli/) mentre Annalisa Melandri ci ricorda qui (www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=655 ) chi è Nicola Cosentino, Forza Italia e la Camorra, patto per un disastro ambientale
 
La Guardia di finanza di Napoli ha immediatamente perquisito le abitazioni e il luogo di lavoro dei giornalisti dell’Espresso Gianluca De Feo ed Emiliano Fittipaldi. I redattori del settimanale si sono occupati dello smaltimento dei rifiuti in Campania.
"Esprimiamo perplessità rispetto alle perquisizioni avvenute nella sede de L’Espresso e nelle abitazioni dei colleghi che hanno effettuato le inchieste sui rifiuti a Napoli. " Ad affermarlo è l’Associazione Articolo 21 attraverso il suo portavoce Giuseppe Giulietti .
"Noi siamo vicini e solidali con i giornalisti che esercitano nel migliore dei modi la loro professione che è quella di informare i cittadini su quel che accade.
Senza negare alle forze investigative il loro ruolo, siamo convinti che si debbano individuare gli interpreti di quello scandalo e comprendere fino in fondo quel che è successo, senza però rischiare di indebolire il lavoro della libera stampa che, sebbene con compiti diversi, lavora con lo stesso obiettivo: quello di scoprire quel che è accaduto e raccontarlo all’opinione pubblica."
 
"La perquisizione e i sequestri conseguenti di documenti e computer dei giornalisti,  – afferma L’Espresso – e’ stata ordinata dopo la pubblicazione dell’inchiesta di copertina del settimanale  ‘Cosi’ ho avvelenato Napoli’”.
 
“Nell’inchiesta sono riportate -conclude ‘L’Espresso’- le confessioni dell’imprenditore Gaetano Vassallo, sullo smaltimento dei rifiuti tossici in Campania per conto della Camorra. Nelle sue confessioni Vassallo chiama in causa politici e funzionari: in particolare il sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, oltre a una nutrita schiera di sindaci e manager degli enti locali campani”.
 
‘La direzione  esprime la piena e totale solidarieta’ ai colleghi Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipladi, autori dell’inchiesta pubblicata ‘Cosi’ ho avvelenato Napoli’, su 20 anni di traffici in Campania di rifiuti tossici che vede coinvolti politici e amministratori locali, tra i quali il sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino. La direzione dell’Espresso – si legge in una nota – vuole assicurare i lettori che il settimanale continuerà nel proprio impegno ad informarli ed esprime forte preoccupazione per la gravita’ dei reati contestati ai giornalisti tali da configurare una minaccia alla liberta’ di stampa e una violazione palese della recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che sancisce la tutela del diritto di cronaca e di critica’.
 
Anche il Comitato di redazione di Repubblica esprime la sua piena solidarieta’. “Ancora una volta – si legge in un comunicato – viene messa sotto inchiesta la stampa che racconta i fatti e le verita’ che da questi fatti emergono, come e’ stato per il servizio giornalistico sui rifiuti di Napoli e sui rapporti tra camorra e mondo politico. E’ ormai una certezza: se si portano a conoscenza dei lettori le notizie, i retroscena che ci sono dietro situazioni cosi’ forti come la vicenda dei rifiuti di Napoli, immediatamente scatta un’inchiesta della magistratura che sembra concentrarsi piu’ sull’individuazione delle fonti e dei rapporti tra queste e i giornalisti, piuttosto che sui fatti denunciati. Una sorta di sostanziale bavaglio all’informazione, quindi, che da piu’ parti viene auspicata ed anche voluta e che, negli effetti – e spesso anche nelle intenzioni – vuole impedire che si raccontino le verita’ raccolte, che i lettori possano farsi una loro opinione autonoma e consapevole su quanto accade in Italia. A questo bavaglio – conclude la nota del Cdr – i giornalisti hanno gia’ detto di no e continueranno a farlo sempre, per difendere la liberta’ d’informazione”.
 
‘E’ davvero inaccettabile che  decine di guardie della finanza abbiano fatto irruzione nella redazione de L’Espresso a Roma e in casa di due colleghi, Giuliano Di Feo e Emiliano Fittipaldi, per un servizio di copertina sull’immondizia a Napoli dal titolo: ‘Cosi’ ho avvelenato Napoli”- afferma il segretario nazionale della Federazione nazionale della stampa Franco Siddi – ‘ Comprendiamo – aggiunge – che l’attivita’ della magistratura sia in questa fase in una situazione delicata ma non possiamo accettare che l’attivita’ giornalistica di inchiesta venga trattata come fosse illegale e sotto tutela.
Ci pare che sia fin troppo chiaro il tentativo di affievolire la capacita’ di ricerca della verita’ da parte dei giornalisti. Sono ormai, infatti, troppi in questi mesi gli interventi sui colleghi e sulle redazioni. Abbiamo immediatamente chiamato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per esprimergli tutto il nostro disappunto sull’accaduto e per chiedergli un incontro urgente’.
 
Una perquisizione in redazione e nella casa dei colleghi giornalisti “prima ancora che al limite dell’intimidazione, e’ un atto poco rispettoso del lavoro di chi si impegna a informare”.
Lo sottolinea l’Ordine dei giornalisti, la cui “solidarieta’” al settimanale ‘L’Espresso’ “e’ scontata e doverosa”.
In piu’, secondo il presidente Lorenzo Del Boca, “e’ necessario esprimere le congratulazioni e i complimenti per un servizio efficace, documentato, completo che apre scenari di luce e di verita’ in questioni rimaste, per troppo tempo, ovattate. Raccontare come e’ stata inquinata Napoli con i rifiuti tossici e’ servizio non solo indispensabile ma, addirittura, meritorio.
La cosiddetta societa’ civile che ci sta intorno e che acquisisce notizie attraverso il nostro lavoro – continua Del Boca – deve rispondere a una domanda: che informazione vuole?
Se le basta qualche fotocopia annacquata di luoghi comuni possiamo continuare cosi’. Se pero’ desidera conoscere tutto, anche la polvere che di solito si nasconde sotto i tappeti, deve trovare il modo di aiutare i giornalisti piu’ coraggiosi che hanno necessita’ di essere apprezzati ma anche protetti da atteggiamenti aggressivi di chi vorrebbe togliere loro la penna per armarli di bavaglio”.
 
 

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