Rifiuti in Campania. "La peste" di Tommaso Sodano

10.11.2010 18:53

 E' appena uscito “la Peste” di Tommaso Sodano, che da 15 anni denuncia inefficienze e infiltrazioni della camorra nel ciclo dei rifiuti in Campania. Regione che da quindici anni non è mai uscita dall’emergenza

E' appena stato pubblicato La Peste, il libro su una classe dirigente che ha lucrato sullo scandalo rifiuti in Campania scritto da Tommaso Sodano, che per primo da politico ha denunciato l’affarismo collusivo e ha fatto partire le inchieste su Antonio Bassolino e l’Impregilo. Sodano e il giornalista Nello Trocchia raccontano 15 anni di scandali, sprechi, ritorni in sella, i collegamenti tra P2 e P3. Una denuncia puntuale che è costata a Sodano minacce e intimidazioni, finendo nel periodo pre-elettorale sotto scorta. Il libro si chiude con un’intervista al magistrato anticamorra Raffaele Cantone. Eccone un estratto.

 
La Peste
La peste è una catena di montaggio del malaffare dove ogni anello viene assemblato senza possibilità di rivalsa, scatto, pulsione. Una peste orizzontale. E l’emergenza rifiuti in Campania è stata lo spazio vitale dove la peste ha trovato compimento. La peste ha contagiato camorristi, carabinieri, poliziotti, politici, faccendieri, uomini nuovi e salvatori della patria. La stampa e la tv hanno addossato colpe e responsabilità ai comitati locali, ai cittadini protestatari, ad una banda di scalmanati e alla camorra che li foraggiava. Ma in realtà il crimine organizzato si sedeva direttamente al  tavolo, già pronto per la spartizione: il tavolo del peggior consociativismo politico-affaristico. “La camorra, in qualche caso, - racconta il magistrato Cantone - è diventata persino un alibi per poter dire che questioni aperte non potevano essere risolte. Il crimine organizzato è stato spesso evocato per evitare di affrontare i problemi che emergevano. Non penso che quando si sono riempiti i consorzi di Lsu, lavoratori socialmente utili, c’entri la camorra. Ribadisco: i clan di certo hanno lucrato, ma non me la sentirei di affermare che hanno fatto la parte del leone”.
 
P2 e P3
La questione rifiuti in Campania è stato un affare nazionale. Dietro l’ombra della massoneria, dell’affarismo e della malavita. Si inizia negli anni ’90 con le prime inchieste, fino agli scandali dei giorni nostri. Da Cipriano Chianese, faccendiere e in rapporto con i Casalesi, a Nicola Cosentino. Dal venerabile Licio Gelli alla nuova cricca scoperta dalla procura di Roma: Pasquale Lombardi (che ritorna anche nel consorzio Ce4, creatura di Cosentino) Flavio Carboni e Arcangelo Martino, accusati di aver costituito un’associazione segreta. Nomi che la storia italiana, tra scandali e misteri, già aveva fatto incontrare, come quelli di Carboni e Gelli. Nel 1994 Chianese, avvocato e imprenditore, mentre creava il sistema rifiuti, lo smaltimento illegale, si candidava alla Camera con Forza Italia, non eletto, si collegava in videoconferenza con Silvio Berlusconi per presentare il suo programma. Una nuova indagine nel 2006 accerta rapporti e contatti  tra gli uomini del clan e Licio Gelli. Sulla scena spunta l’homo novus Nicola Cosentino, accusato di far parte della P3, e sotto indagine per i suoi rapporti con la camorra. Un’inchiesta estesa anche i componenti della nuova loggia. Gli imprenditori da Chianese a Vassallo. Sullo sfondo la partita dei rifiuti, tra consorzi, pattume tossico, impianti e affari di famiglia.
 
Controllati e controllori
Si sono sovrapposti: l’impresa del Nord, l’“Impregilo”, che doveva gestire i rifiuti e il commissariato, che avrebbe dovuto evitare infiltrazioni della malavita, con l’obbligo di controllare. è finita che si sono appiattiti, contribuendo al disastro. Quello che molti non hanno compreso è che la Campania e la sua emergenza sono state luogo di sperimentazione del modello di democrazia sospesa, pienamente realizzatosi con la logica dei grandi eventi. Tornano le stesse facce, dagli altri prelati, agli eroi di stato come Guido Bertolaso, dai funzionari “amici” come Claudio De Biasio, mani in pasta nel commissariato di governo, fino alla nomina rifiutata al G8 della Maddalena, alle imprese della cricca. Lo Stato e la democrazia, intesa come partecipazione e governo del popolo, hanno ammainato ogni bandiera e si sono trasformati in un governo di pochi che, con decretazioni di urgenza e accordi a tavolino, ha deciso sulla testa di molti, con l’uso spregiudicato di militari e forze dell’ordine. Prima del «popolo delle carriole» dell’Aquila c’è stato quello dei sacchetti di Napoli, bollato come colluso e camorrista. Nel rinvio giudizio che ha mandato a processo Antonio Bassolino e gli ex vertici di Impregilo e delle controllate in Campania prende corpo la mia denuncia presentata nel febbraio 2003. In sintesi gli impianti di Cdr (sette previsti) dovevano produrre le balle che gli inceneritori (due previsti) dovevano bruciare. Il contratto prevedeva anche la raccolta differenziata e la produzione di compost, con il completamento del ciclo dei rifiuti. Nessuno di questi passaggi veniva rispettato dalla Impregilo, in combutta con i tecnici e gli uomini del Commissariato. Questo l’impianto accusatorio della procura di Napoli, oggetto di dibattimento. L’impresa del Nord, gli «eroi», come li chiama Berlusconi, violavano sistematicamente la legge, falsificavano, omettevano, costruivano impianti contra legem, e il Commissariato, supino, copriva. A quale prezzo e perché, è tutto da chiarire. Gli effetti del disastro sono tuttavia chiari... La diretta conseguenza erano i rifiuti in strada, il mancato smaltimento, visto che gli impianti non funzionavano a dovere, e l’attivazione del circuito illegale di trasporto fino alla discarica, controllato dalla camorra e dalle ditte contigue. Il cerchio dello scandalo è tutto qui. E in televisione continuavano a parlare delle popolazioni locali e dei comitati civici come responsabili del disastro. 
 
L’opposizione di carta

La domanda da porsi è perché mai in una Regione governata dal centro-sinistra, a denunciare Bassolino e company sia stato un uomo di sinistra e non uno di centro-destra che avrebbe dovuto fare opposizione. Per scoprirlo, basta ripercorrere alcune vicende, tappe che hanno segnato la vita dei consorzi, nelle società miste o nell’esperimento più alto rappresentato dalla Impregeco, un superconsorzio amministrato da uomini dei Ds e di Forza Italia, finito decotto e fallito. Dalla gestione dei consorzi emerge il quadro angosciante del contagioso e pestifero consociativismo in questa terra. In quegli anni io denunciavo da solo, sostenuto dalle popolazioni locali; quasi un decennio dopo mi ritrovo il centro-destra che spara a zero contro quel Bassolino mai attaccato prima e con il quale si dividevano la gestione dei consorzi e i posti al Commissariato. La lottizzazione non contaminava solo gli enti territoriali, il commissariato di governo, ma anche l’Arpac l’ente di controllo che avrebbe dovuto garantire e monitorare. A giugno 2010 arriva l’amara sorpresa che lega pattume tossico e sprechi. L’Arpa Campania è piena di debiti: 17 milioni di euro. Sono a rischio le bonifiche e gli interventi sul territorio. Vince chi ha inquinato e sperperato denaro pubblico. E torna un tratto comune, con la nuova cricca. La P3 aveva fatto pressioni per la nomina (obiettivo raggiunto) di un «uomo di fiducia» a presidente dell’Arpa Sardegna. Controllare i controllori, lottizzare: la missione possibile per lucrare e fare affari. Un sistema che si rigenera. Un centrosinistra sotto inchiesta e morente. Un centro-destra che si veste di nuovo e ripropone personaggi cresciuti a pane e camorra, invischiati fino al collo nella gestione collusiva di enti e amministrazioni locali, descritti con la pubblicazione di informative esclusive e documenti prefettizi riservati, uomini condannati e riciclati per l’occasione. Il finto miracolo è servito, mentre la Campania è inghiottita da una nuova emergenza.  

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...