Quel fresco profumo di libertà (quando anche la musica non ne può più). In principio fu la pancia di Cuffaro

16.09.2010 13:55

Quel fresco profumo di libertà
(quando anche la musica non ne può più)


In principio fu la pancia di Cuffaro

La scintilla scoppiò un caldo sabato di maggio del 2006.

 

Il Conservatorio di Palermo, non certo famoso per la pulizia dei suoi locali, era stato improvvisamente tirato a lucido. Quando raggiungo la nuova porta d'uscita (chiusa quella poco trionfale di Via Squarcialupo) una folla eccitata sta adorando una pancia che per un attimo, nel tripudio della calca, mi si struscia contro.

 

Un tocco fatale.

 

L'immagine di Cuffaro, divinità baciante, e della sua corte di adoratori inchinati mi si fissa nell'immaginazione come una sorta di punto di non ritorno.

 

Dal quel momento le mie letture su Cosa Nostra e sui rapporti tra mafia e politica sono naturalmente confluite nella scrittura musicale. Confidavo, ad un livello più alto, che ci fosse la possibilità di una qualche relazione tra la “matematica” di questi sistemi criminali e di potere e le strategie complesse della composizione.

 

Di fronte ad una vera emergenza mafiosa in Italia, di fronte ad un sistema che come una geometria frattale si presenta identico dalle più piccole dinamiche sociali fino alle reti più grandi, era impossibile non far entrare quelle voci nel mio lavoro.

 

Di qualcuno di questi lavori racconterò.

 

Signor Giudice, se io le dico certe cose lei sarà ammazzato e io sarò preso per pazzo”

 

L'emblematica frase che Buscetta rivolse a Falcone mi sembrava il paradigma di una rete collaudata nel quale il livello più alto del sistema criminale di patti e ricatti tanto più poteva godere dell'impunità quanto più inaudite fossero le sue responsabilità.

 

Ma la maschera al quale dedicare il brano non poteva che essere lui: il vasa-vasa pacioccone e devoto per il quale il pubblico ministero aveva appena chiesto otto anni per favoreggiamento alla mafia.

 

Il pezzo presentava un risvolto teatrale affidato ad una misteriosa “giuria popolare” che si sarebbe svelata solo durante l'esecuzione.

 

Un piccolo coro tragico di persone comuni, cittadini, ragazzini durante il concerto alle Sale Apollinee del Teatro La Fenice si unisce all'ensemble strumentale per declamare, cantare e urlare un testo collage nel quale risuonano le parole di Rosaria Schifani e di Letizia Battaglia lanciate con violenza contro un muro di “normalità” che filtra qualsiasi sconcerto e indignazione e attutisce il desiderio di verità.

 

Mancino, ricorda!

 

Ho l'impressione che molte “menti raffinatissime” in Italia si mordano le mani per non aver ancora a disposizione una sorta di cancellino temporale che, dal computo dei giorni e delle ore, potesse spazzare via qualche data o perlomeno qualche ora il cui contenuto ancora giace con un punto interrogativo sul calendario.

 

Uno di questi è quel famoso 1° luglio 1992 annotato nell'agenda grigia di Paolo Borsellino (quella rimasta) con “ore 19,00 Mancino”.

 

L'incontro viene da alcuni ritenuto come il momento in cui venne prospettata a Borsellino una trattativa con Cosa Nostra.

 

Mettendosi di traverso a questa trattativa il giudice avrebbe così firmato la propria condanna a morte.

 

Agli interrogativi circa un incontro con Borsellino, Nicola Mancino ha sempre risposto smentendo o dichiarando di non poter ricordare.

 

Un legittimo dubbio però mi spinge a tentare strade alternative spingendo verso forme d'arte e di ricerca alcuni aspetti della musicoterapia.

 

Così, per l'occasione - forse bizzarra - del Festival di musica antica di Cagliari dedicato alla viola da gamba, preparo una “musicoterapia ipnotico-regressiva” quale ultimo e disperato tentativo di riportare il sen. Mancino alla memoria dei fatti di quella data oscura.

 

L'esperimento viene poi riproposto altre tre volte – una trascrizione per diverso organico e una seconda seduta di terapia aggiornata – purtroppo senza esiti positivi.

 

Chi ha paura di Salvatore Borsellino?

 

L'occasione per affrontare il nodo cruciale della recente storia italiana, la strage di Via D'Amelio, arriva dalla Biennale Musica di Venezia il cui direttore artistico mi commissiona un brano per voce ed ensemble. L'idea iniziale era quella di recuperare il materiale di una mia opera ispirata a Zappa- “Obra Maestra”, la cui prima esecuzione era stata funestata da una serie innumerevole di manomissioni operate dal regista.

L'incalzare però delle notizie circa la riapertura delle indagini sulla strage del 1992, la comparsa di Spatuzza, il crollo definitivo di Scarantino e in definitiva l'urgenza di un motivo così forte mi fecero dirottare completamente verso un testo di Salvatore Borsellino che era un affresco inquietante e lacerante dell'episodio e che lanciava, con una chiarezza che all'epoca scandalizzava forse ancor più, l'ipotesi di una strage di stato.

 

Accolta la nuova ipotesi di lavoro da parte della Biennale mi affretto a consegnare il testo di Salvatore (“Lampi nel Buio”) e il titolo: “July 19th or How to establish a second Republic founded on the blood of a State Massacre”.

 

Il lungo testo sarebbe stato musicato interamente, come una sorta di orazione civile o come un racconto radiofonico, nella traduzione inglese (realizzata con rara sensibilità da Christina Pacella) per superare idealmente le barriere di una patria sorda e rivolgermi al pubblico internazionale del festival.

 

Forse dimenticato per mesi in un cassetto, il brano, nell'avvicininarsi il giorno dell'esecuzione, comincia ad irritare qualcuno.

 

E così, attraverso una serie di tentativi di “abbassare i toni” e di disinnescare l'attualità del progetto, nel timore di querele o ritorsioni, la Biennale cerca inutilmente di smarcarsi e di far firmare agli autori o addirittura al solo autore del testo una “manleva” che li rassicuri.

 

Una censura totale sarebbe un clamoroso autogol quindi, all'insaputa di autori ed esecutori, meglio sostituire nei programmi di sala il lungo titolo con un assurdo “19 Luglio” e impedire la stampa del testo.

 

Gran parte del pubblico non capirà le parole cantate dall'ottimo interprete Romain Bishoff.

 

Ma è il finale che sembra emblematico di un'autocensura che in Italia rassicura sempre il potente: ad un minuto dall'entrare in scena arriva “l'ordine di non far salire sul palco Salvatore Borsellino”.

 

Terminata l'esecuzione chiamo sul palco Salvatore. Lui alza l'agenda rossa, il simbolo della ricerca di verità e giustizia, e comincia a raccontare il testo sottratto al pubblico: “...quando un compositore si ispira alla primavera, tutti hanno coscienza dei fiori, della natura che rinasce; quando un compositore parla di via d'Amelio pochi hanno coscienza degli odori, del rumore, della violenza di una strage...”

 

Cinque lunghissimi minuti a raccontare di Paolo Borsellino, di Emanuela Loi, di Eddie Walter Cosina, di Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano e della perversa strategia di depistaggio del più grande dei misteri italiani.

 

Mentre un nervoso e iterato tossire dal fondo della sala segnalava l'irritata indisponenza del potere.

(Giovanni Mancuso, Peace Reporter - Settembre 2010) 

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