QUANDO DE BENEDETTI ERA MASSONE

06.09.2010 21:30

QUANDO DE BENEDETTI ERA MASSONE 
(NON SOLO CUCCIA, CARLI, CALVI, BERLUSCONI) 
FU “REGOLARIZZATO NEL GRADO DI MAESTRO IL 18 MARZO 1975 CON BREVETTO N. 21272” 

IL TOSTO LIBRO DI PINOTTI SULLA MASSONERIA, “FRATELLI D’ITALIA” E’ UNA POLVERIERA 



 

Tratto da “Fratelli d’Italia”, di Ferruccio Pinotti (Bur) 


L'INGEGNERE, IL BANCHIERE E LA MASSONERIA 

Ricostruire il lungo e complesso «filo rosso» della finanza massonica significa occuparsi anche della figura dell'ingegner Carlo De Benedetti. Una figura la cui storia imprenditoriale è intrecciata con quella di altri uomini della finanza ritenuti vicini alla finanza «laica» e alla massoneria: Roberto Calvi in primis, Enrico Cuccia e soprattutto Silvio Berlusconi, un massone «dormiente» con il quale De Benedetti si è più volte incontrato e scontrato. 

De Benedetti risulta essere entrato nella massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d'Italia, «regolarizzato nel grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n. 21272» (Ansa, 5 novembre 1993). L'informazione è accertata, in quanto proviene direttamente dal Gran Maestro del Goi Gustavo Raffi, che lo ha dichiarato pubblicamente nel novembre 1993. La documentazione relativa è stata poi pubblicata sui giornali senza ricevere smentite dall'interessato.


 

Ma già riguardo all'ingresso dell'industriale nella loggia Cavour esiste un piccolo «giallo»: il Gran Maestro Raffi ha affermato che De Benedetti era «proveniente dalla massoneria di piazza del Gesù». Quindi la sua affiliazione dovrebbe essere anteriore: a quale anno risale? Ancor più interessante sarebbe capire a quale loggia di piazza del Gesù appartenesse l'imprenditore. E noto infatti che la massoneria di piazza del Gesù — molto forte in Piemonte — aveva al pari del Goi delle logge coperte, la più celebre delle quali è stata la Giustizia e libertà, cui sarebbero appartenuti Cuccia, Merzagora, Carli e altre figure della finanza laica. 

Sembra inoltre che la Giustizia e libertà sia confluita nel Grande Oriente nel 1973. Ma De Benedetti non è entrato nel Goi col grado di Apprendista: era già maestro all'interno di una non meglio precisata loggia di piazza del Gesù. Quale? Impossibile stabilirlo, certo è curioso che molti anni dopo De Benedetti lanci una iniziativa politica chiamata Libertà e Giustizia: sicuramente un riferimento ai valori dell'azionismo cari a De Benedetti, ma anche un curioso anagramma del nome della loggia coperta. 

All'epoca in cui De Benedetti viene «regolarizzato» come maestro alla loggia Cavour, l'imprenditore è alla guida della Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli Carlo e Franco De Benedetti trasformeranno in una holding di successo, impegnata soprattutto nell'industria metalmeccanica. Nel 1974 era stato nominato presidente dell'Unione Industriali di Torino, una realtà che ha sempre vantato una forte presenza massonica, a partire dallo storico «fratello» Gino Olivetti, una dei massoni più rappresentativi del mondo economico torinese negli anni Venti. 

«Quando divenni presidente degli industriali di Torino, fui invitato ad iscrivermi alla massoneria perché era una tradizione. Partecipai per due volte a delle riunioni, ma in seguito non ci andai più», ha raccontato De Benedetti, quando nel novembre 1993 ha avuto una polemica a mezzo stampa con Gustavo Raffi, che dichiarava che l'ingegnere «si è scatenato contro le logge che a suo dire lo perseguitano. Viste le vicende che lo travagliano, il Goi-Palazzo Giustiniani non può che rallegrarsi di tale accanimento. Può così evitare interessate generalizzazioni che lo possono accomunare alle azioni dell'Ingegnere». Carlo De Benedetti rispose tramite il portavoce dell'Olivetti: «Sempre e solo nel 1975 l'Ingegnere partecipò a due riunioni e poi a nessun'altra non avendo riscontrato motivazioni tali da giustificare un ulteriore impegno di tempo» (Ansa, 5 novembre 1993). 

Sta di fatto che, secondo Raffi, De Benedetti resta nel Grande Oriente, come maestro, dal marzo 1975 al dicembre1982. Un periodo estremamente significativo, in cui accadono molti eventi forti legati alla massoneria. 



Un anno dopo l'ammissione al Grande Oriente, nel 1976, a De Benedetti viene affidata la carica di amministratore delegato della Fiat. Come «dote» porta con sé il 60 per cento del capitale della Gilardini, che cedette alla società degli Agnelli, in cambio di una quota azionaria della stessa Fiat (il 5 per cento). De Benedetti cercò di rinnovare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Ma dopo un breve periodo, quattro mesi – a causa, si disse, di «divergenze strategiche» – abbandonò la carica in Fiat. Per alcuni, ma il condizionale è più che d'obbligo, i due fratelli avrebbero trovato un ostacolo insormontabile nella parte di dirigenza Fiat più legata alla famiglia Agnelli, che avrebbe scoperto un loro tentativo di scalata della società, appoggiata da gruppi finanziari elvetici. 

Con il denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni Fiat, De Benedetti rilevò le Compagnie industriali riunite (Cir), a cui in seguito garantirà il controllo azionario del quotidiano «la Repubblica» e del settimanale «L'espresso». Successivamente vedrà la luce anche Sogefi, operante sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici di cui De Benedetti è stato presidente per venticinque anni consecutivi, prima di cedere il posto al figlio Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, porrà le basi per un nuovo periodo di sviluppo, basato sulla produzione di personal computer e sull'ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa. 

Nel 1981 il primo incontro-scontro con un potente «fratello»: Roberto Calvi, membro della P2 e della massoneria d'oltralpe, ma anche uomo di riferimento della finanza vaticana. Il 19 novembre 1981, dopo una serie di contatti avviati in ottobre, Carlo De Benedetti acquista il 2 per cento delle azioni del Banco (tramite due società, Cir e Finco). L'imprenditore entra nel consiglio di amministrazione dell'Ambrosiano e viene nominato vicepresidente. Vi rimarrà per sessantacinque giorni, sino al 25 gennaio 1982 quando, a seguito di contrasti sulla gestione e sulla reale situazione finanziaria dell'istituto, rassegna le dimissioni e viene liquidato con oltre 80 miliardi di lire. 


 
L'Ingegnere Carlo De Benedetti


Cos'era successo in quel lasso di tempo? Le interpretazioni si dividono. Uno scontro tra De Benedetti e Calvi sui conti reali del Banco Ambrosiano e sulle gestione della rete estera è fuor di dubbio. Ma c'è un versante che è stato meno analizzato. Dal luglio del 1981 Calvi aveva iniziato un processo di rottura con gli ambienti della P2 e durante la detenzione a Lodi aveva manifestato la disponibilità a collaborare con i giudici, parlando dei rapporti tra la P2 e la politica (in particolare con i socialisti). Far entrare nel capitale dell'Ambrosiano un imprenditore che godeva di un'ottima immagine (De Benedetti era stato nominato da poco «imprenditore dell'anno» e controllava «la Repubblica» e «L'espresso») poteva essere un'opzione vincente. Qualcuno, però – forse la componente piduista della massoneria – gli aveva detto che avrebbe dovuto ripensare a quella scelta. 



Già durante un incontro del 21 novembre 1981 (due giorni dopo l'accordo) nella villa di Calvi, a Drezzo, il banchiere inizia a lanciare messaggi ambigui all'ingegnere. 
«Sembrava un animale impaurito che cercasse di sfuggire alla luce. Ovviamente qualcuno o qualcosa gli aveva suggerito di abbandonare l'associazione con De Benedetti», osserva un fine analista, Rupert Cornwell. Così, dopo l'incontro del 21 novembre, la situazione tra Calvi e De Benedetti si deteriora rapidamente. 

«Poco prima della riunione del consiglio di amministrazione [del Banco, Nda] del 6 dicembre 1981 Calvi aveva preso da parte De Benedetti in un corridoio: "Stia attento, la P2 sta raccogliendo informazioni su di lei. Le consiglio di fare attenzione, perché io so"», racconta Cornwell. Era una minaccia o una disperata richiesta di aiuto? 

Emilio Pellicani, 82 nel suo memoriale, rivela un dettaglio interessante: «L'onorevole Armando Corona [che sarebbe diventato Gran Maestro del Goi pochi mesi dopo i fatti di cui si narra, nel marzo 1982, Nda] doveva intervenire con il vicepresidente del Banco, De Benedetti, il quale stava procurando qualche fastidio a Calvi. A tale proposito Carboni mi riferì che lo stesso Corona effettuò un viaggio in Israele, affinché fosse richiamato il De Benedetti dai fratelli massonici; tale richiamo sfociò, sempre a detta del Carboni, nell'uscita del De Benedetti, clamorosa, dal Consiglio del Banco Ambrosiano». 
Pellicani aggiunge un altro dettaglio rivelatore: «Mazzotta [Maurizio Mazzotta, l'assistente di Francesco Pazienza, Nda] disse al Carboni che doveva preoccuparsi anche del fatto che non accadesse nulla al De Benedetti». 

Questo aspetto delle possibili «minacce» a De Benedetti è stato spesso letto come un «avviso» da parte di Calvi. C'è un passo della requisitoria del processo Calvi in cui figura una deposizione di Francesco Pazienza: «Francesco Pazienza ha dichiarato che i rapporti tra Calvi e Rosone erano di odio/amore. Quando Calvi era stato arrestato per la violazione della legge valutaria Rosone aveva tentato "un colpo di mano" alleandosi con Carlo De Benedetti. Dopodiché i rapporti erano diventati piuttosto tesi e Calvi non si fidava più di Rosone. Rosone osteggiava tutto quello che faceva Roberto Calvi». 
Ma esiste un'altra chiave di lettura, secondo la quale gli ambienti della mafia e del riciclaggio – che si erano già avvicinati al Banco Ambrosiano e a Roberto Calvi, costringendolo a «collaborare» – non gradissero una «presenza estranea» come quella di De Benedetti. 

Calvi avrebbe corteggiato il finanziere proprio per sottrarsi a quell'«abbraccio mortale» con forze contigue alla mafia, ben documentato dalla requisitoria del pm Tescaroli. Diversamente, non si comprende perché Calvi avrebbe dovuto cedere la vicepresidenza del Banco Ambrosiano per un modesto 2 per cento del capitale. Il banchiere, in realtà, già nel 1981 temeva per la propria vita. Non a caso già nell'autunno di quell'anno, quando la sua presidenza non era ancora in discussione, aveva elaborato un piano di fuga in caso di emergenza. Segno che Calvi temeva, più che di perdere la sua leadership, di perdere la vita. E che già nel 1981 il presidente dell'Ambrosiano era al corrente dell'esistenza di un piano per eliminarlo, qualora avesse rivelato il coinvolgimento in attività di riciclaggio (i pm parlano dei proventi di ben tre sequestri) e di investimento per conto della mafia e di imprenditori a essa vicini. Ma c'era anche un'opposizione politica all'accordo. 



 
Bettino Craxi e Silvio Berlusconi 



«Calvi trascurava di considerare la non irrilevante questione che la presenza di De Benedetti gli avrebbe alienato le simpatie di Bettino Craxi e di certi settori della Dc»
, osserva Pazienza nel suo memoriale. Che in ogni caso Calvi volesse svincolarsi dall'abbraccio mortale con la P2 è testimoniato da una drammatica lettera che il banchiere inviò al Gran Maestro Armando Corona nella primavera del 1982. Ma anche dalle lettere al cardinale Palazzini, gran protettore dell'Opus Dei, che inviò nello stesso periodo. 

L'intesa con De Benedetti, però, non funzionò. Il leader dell'Olivetti, con una tecnica non dissimile da quella usata nei suoi «100 giorni alla Fiat», uscì dal Banco Ambrosiano, abbandonando Roberto Calvi al suo destino. Le interpretazioni, su questo punto, divergono. C'è chi, come Leo Sisti e Leonardo Coen, è sicuro delle buone intenzioni di De Benedetti nel tentare sino all'ultimo il salvataggio del Banco. Su questa linea anche David Yallop, secondo cui «la nomina di un vicepresidente non era conforme ai piani di Gelli e Ortolani di continuare a rubare nel Banco Ambrosiano». 

Secondo l'interpretazione di Floriano De Angeli, su Calvi e sull'Ambrosiano si giocò uno scontro tutto interno alla massoneria, quello tra la «galassia Mediobanca» e la cordata Sindona-Gelli-Craxi-Andreotti. Nell'ambito di questo scontro andrebbe letto il dissenso espresso da Romiti e Agnelli sull'accordo tra Calvi e De Benedetti e alcune dichiarazioni critiche della famiglia Calvi. 

Più sfumata la lettura di Rupert Cornwell, che sottolinea: «L'associazione di Calvi con De Benedetti ha un particolare risalto in quanto fu voluta da lui solo, come dimostrarono le pressioni esercitate su di lui per cambiar rotta. Forse Calvi immaginò di poter sfruttare brevemente De Benedetti per poi scartarlo, di utilizzarlo per placare i suoi nemici "laici" a sinistra e nella magistratura milanese che, si era andato convincendo, era uno strumento del Partito comunista. Oppure si trattava di un atto spontaneo per esprimere, nel solito modo indiretto, la volontà di farla finita con tutto e di salvare la banca che aveva creato dal precipizio che l'aspettava? Non lo sapremo mai». 

C'è infine chi, come Luigi Cavallo, parla di un «piano estorsivo di De Benedetti in tre fasi: 1. vicepresidenza e finta collaborazione; 2. contestazione e pressione crescente su Calvi; 3. ultimatum, rottura, estorsione e incasso». 


 
Va peraltro detto, al riguardo, che il 22 aprile 1998 la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna a quattro anni e sei mesi comminata a Carlo De Benedetti nel 1996 (a sua volta frutto di una riduzione rispetto alla precedente sentenza nel 1992, che erogava sei anni e quattro mesi per bancarotta fraudolenta) per il crack del Banco Ambrosiano. 

E interessante notare il fatto che attorno alla figura del piduista Calvi si muovono due imprenditori, De Benedetti e Berlusconi, che perseguivano l'obiettivo della conquista del «Corriere della Sera», di fatto controllato dall'Ambrosiano. 

Come nota Cornwell, De Benedetti «voleva impossessarsi del "Corriere" attraverso la porta di servizio». L'Ingegnere stesso non fa mistero delle sue intenzioni in un'intervista a Enzo Biagi. Ma nel maggio del 1982, anche Berlusconi sembra comparire sulla scena con gli stessi appetiti per il quotidiano milanese: nasce infatti una cordata Cabassi per rilevare l'Ambrosiano dietro la quale si sarebbe celato Berlusconi, pronto a subentrare in un secondo tempo. Giuseppe Cabassi si muoveva nell'entourage di marca «socialista» del direttore finanziario dell'Eni, Florio Fiorini, e di altri imprenditori vicini a Bettino Craxi. Oltre che con Berlusconi, Cabassi aveva infatti intensi rapporti con Giancarlo Parretti. Ma anche con De Benedetti. 

 

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