Per la discendenza marxista il cittadino-produttore viene sempre prima del cittadino-consumatore

27.04.2011 19:52

Ma che inno alla merce, al centro commerciale e al consumatore fa il "commesso giornalista" Polito!

Continuiamo a non parlare del lavoro, per carità! Inneggiamo al consumo, magari senza un soldo in tasca... 

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Il «vade retro shopping» pronunciato da Susanna Camusso contro i negozi aperti il Primo Maggio non è solo il segno che la Cgil è diventata un po' più bigotta da quando se n'è andato Epifani. È anche la rivelazione di uno dei problemi culturali più seri della sinistra, non solo italiana. Per la discendenza marxista, infatti, il cittadino-produttore viene sempre prima del cittadino-consumatore. Si potrebbe anzi dire che l'essere sociale è pienamente e degnamente tale solo quando produce, cioè lavora; mentre è gretta espressione individualista e borghese quando si gode i frutti del suo lavoro, cioè consuma. Di conseguenza, è immorale e perfino sacrilego sporcare la Festa del lavoro con lo shopping: «I valori non si monetizzano», ha solennemente dichiarato sul Corriere la leader del sindacato rosso. 

Il problema è che oggi, nelle società post industriali, è proprio il cittadino-consumatore il vero dominus dell'economia, del costume, delle mode e anche della politica. È lui che, comprando e investendo nei momenti di fiducia e ottimismo, genera la crescita. È lui che, facendolo troppo e a debito, può far esplodere crisi come quella finanziaria americana. È lui a decidere che, d'improvviso, le infradito diventino la scarpa più cool d'estate o che d'inverno sia di rigore il total black. Ed è anche lui che, scegliendo l'offerta politica più seducente, assegna la vittoria alle elezioni. Se il consumatore non compra auto Fiat, addio ai lavoratori Fiat. Se ha salari troppo bassi per consumare molto, fa poco Pil. Se vota a destra, povera sinistra. E così via.

Il fatto che la stragrande maggioranza dei consumatori siano anche lavoratori dovrebbe spingere la sinistra a non guardare con fastidio le folle che riempiono gli outlet delle nostre città al sabato, alla domenica e potendo anche il Primo Maggio. Ma un antico pregiudizio sessantottino è rimasto impresso nelle carni di dirigenti dell'età della Camusso: il consumismo è lo sterco del demonio capitalistico. E pur avendo ormai accettato tutto, ma proprio tutto, del capitalismo, questo suo rito dispendiosamente gioioso è ancora visto come un peccato di orgoglio, dal quale almeno nei giorni della festa bisognerebbe astenersi. Ergo: piloti, ferrovieri, autisti, metallurgici, poliziotti, militari, pizzaioli, baristi, tabaccai possono lavorare anche il Primo Maggio; le commesse no.

E invece è proprio indagando sul consumatore e le sue idiosincrasie che la sinistra potrebbe comprendere qualcosa della propria crisi e dei successi del suo antagonista. Perché se si considera Berlusconi come un fenomeno politico (e non lo si esorcizza pretendendo che sia solo un fenomeno mediatico o affaristico), è difficile non vedere che il suo messaggio è totalmente orientato al cittadino-consumatore. Non solo per il marketing, cioè per il modo di vendere il prodotto, di cui Berlusconi è per mestiere maestro; ma anche per il prodotto in sé che offre, e che consiste in una promessa di prosperità, di potere di acquisto, e dunque di libertà. Sì, libertà. Perché la libertà di scelta del consumatore, la consumer choice, è oggi una delle aspirazioni più radicate nelle masse popolari e uno dei feticci più intoccabili delle società democratiche. Per gran parte dei suoi elettori più affezionati e anziani, Berlusconi resta l'uomo che regalò loro la tv-supermarket, dove si poteva scegliere a qualsiasi ora e su qualsiasi canale il programma preferito, per giunta gratis. Fu il fallimento del referendum indetto dalla sinistra contro il consumismo televisivo che segnò davvero la nascita del berlusconismo. 

Dunque tra lavoro e libertà, i due termini che si stanno contendendo di recente l'iscrizione nell'articolo uno della Costituzione, c'è il consumo. E - ha ragione Matteo Renzi - la polemica della Cgil contro i negozi aperti il Primo Maggio fa compiere una regressione di anni alla sinistra italiana, che con Bersani al governo era arrivata finalmente a schierarsi, attraverso le liberalizzazioni, dalla parte del consumatore (invece che con il lavoratore tassista o farmacista). D'altra parte in Italia questa è epoca di regressioni, e non solo a sinistra. In ogni caso, nel mio quartiere di Roma i negozi resteranno aperti il Primo Maggio. Sono quasi tutti gestiti da cinesi che vendono souvenir romani made in China e che della Camusso non hanno neanche sentito parlare.

Antonio Polito (Milano Corriere)

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