Per chi ha scelto l'impegno antimafia neanche per un momento è possibile non riflettere e portare il cervello all'ammasso, neppure in nome dell'antimafia stessa!

17.08.2010 15:28

Eresie, scomuniche e lotta alle mafie

Un amico: «Sebastià, ma allora si può discutere di Saviano o no?»
Un altro amico: «Ti rendi conto che così spacchi il CLN? Ti rendi conto che così ti schieri coi Ros?»
Due amici, a una settimana di distanza l’uno dall’altro; il primo incontrato alla presentazione di un libro, Il secondo mi ha contattato attraverso la chat di Facebook in seguito alla maretta di domenica sera.
Chi la fa, l’aspetti. Mi verrebbe da dire. Ma le cose, forse, non stanno esattamente così.

Un paio di mesi fa, il Manifestolibri ha pubblicato il saggio di Alessandro Dal Lago Eroi di carta, su Roberto Saviano e il suo romanzo, Gomorra. Non avevo letto nessuna delle due pubblicazioni, ma ho scritto una nota ed è da qui che discende la battuta del primo amico. Per inciso: nel frattempo ho letto Gomorra e taccio per carità di patria. Al mio amico – persona autorevolissima – però ho detto ciò che penso e le nostre idee sono pressoché coincidenti, mentre continuano a divergere sul contenuto della mia nota: ho problemi seri a criticare pubblicamente uno che è oggetto di un continuo tiro al bersaglio da parte di Berlusconi e dei suoi servi e che – oggettivamente – rischia la vita. «Così, però – obietta il mio amico – si rischia di alimentare il “savianismo” e si ostacola la crescita di un movimento antimafie consapevole». Come dargli torto. Lo so. Ha ragione. Eppure non ci riesco. Non ancora. Col mio amico non ne ho parlato – eravamo in un luogo pubblico e nel frattempo arrivavano altre persone – però ricordo com’è sparito dai media e dalla rete il dibattito scaturito dal libro di Dal Lago: il cda Rai doveva decidere se inserire nel nuovo palinsesto autunnale le quattro trasmissioni Fazio-Saviano propostegli dalla Endemol e qualcuno ha fatto filtrare la notizia che le puntate rischiavano di diventare due. E ho riso. Già, ho riso mentre tutta la rete si indignava e si strappava i capelli per la «censura», mentre nascevano gruppi su fb e si preparavano sit in sotto la sede Rai io sghignazzavo. Sghignazzavo pensando a come ci pigliano per il culo. E sghignazzavo – amaro – di me e dei miei tabù su Saviano. 
Dunque: Berlusconi, tramite Endemol, produce quattro programmi Fazio-Saviano e li propone alla Rai, ma lo stesso Berlusconi, che controlla la Rai, ritiene che quattro trasmissioni siano troppe, forse se ne fanno due. Ovviamente, alla fine, nel nuovo palinsesto Rai ce ne saranno quattro, ma le altre due sono una conquista democratica della rivoluzione non violenta viola, grillina, dipietrina, travaglina, faziolina, savianina. E volete che non sghignazzi?! Però continuo ad avere problemi a discutere pubblicamente di Saviano, di savianismo e del perverso cortocircuito mediatico Berlusconi-Repubblica di cui mi pare ostaggio il giovane scrittore.
Problemi che, invece, sono riuscito a superare quando si è trattato di non tacere di fronte alle grossolane contraddizioni di Massimo Ciancimino al processo Mori-Obinu. Non lo nego, è stata una delle rarissime volte in vita mia (forse l’unica, ché non ne ricordo altre) in cui ho scritto con autocompiacimento: un bloggher che dà buca agli strapagati giornalisti italiani e agli altrettanto strapagati servi di Berlusconi è una notizia coi controcazzi, ma così come tutti avevano taciuto – non se n’erano accorti – sulle fesserie del figlio di don Vito, alla stessa maniera hanno taciuto su un fatto così clamoroso. Li capisco: mica gli strapagati giornalisti potevano scrivere sui giornali che li stipendiano o dire in tv che uno spiantato si è accorto di cose di cui loro non si sono accorti pur essendo pagati per accorgersene; né – sebbene gli facesse gioco – potevano dirlo i servi del Tappo, ché qualcuno avrebbe anche potuto rimetterci il posto, visto che sono profumatamente pagati per accorgersene.
Al di là dell’autocompiacimento, però, quella nota l’ho scritta per amore di verità. La verità, senza aggettivi e senza maiuscole. So per certo che a tanti non è piaciuta, ma, mi si creda o meno, non m’interessa piacere. Non scrivo per piacere ad altri, ma per piacere a me stesso. Scrivo per senso civico.
Fin qui, passi. In fondo, coloro che non hanno gradito mi conoscono, sanno che della mia rettitudine morale non si può dubitare. Sanno che sono pieno di dubbi. Sanno che sono un fesso. C’è scritto anche nel mio profilo. E, forse, qualcuno si sarà anche reso conto che quel pezzo avrei potuto venderlo a Panorama, che ritengo lo avrebbe pubblicato con enorme piacere; e non mi sarei presentato come bloggher ma come giornalista professionista, ché così dice il tesserino che ho in tasca. Non averlo fatto, con ogni probabilità, dev’essere finito sul piatto della bilancia alla voce “attenuanti” e me la sono cavata senza scomuniche.
Altro discorso, invece, è recensire il libro di Enrico Tagliaferro, il quale dimostra – al di là di ogni ragionevole dubbio – che Ciancimino ha fornito ai magistrati un documento taroccato, spacciandolo per vero e dandone un’interpretazione fantasiosa. Probabilmente, se quel libro l’avessi scritto io me l’avrebbero perdonata, non sarebbe arrivata alcuna scomunica e, forse, qualcuno particolarmente comprensivo avrebbe anche potuto dire: «Poveraccio, è senza lavoro, è frustrato, non fa male a nessuno e, comunque, quel libro non lo comprerà nessuno, ché non ha un editore, se lo è pubblicato da sé e tenta di venderlo in rete». Magari, qui, ci avrebbe messo un sorriso sardonico e, forse, avrebbe proseguito dicendo: «Lasciamolo perdere, ché comunque in passato ha dato il suo onesto contributo alla Causa. Ora è solo un cane sciolto che abbaia alla luna. Lasciamolo abbaiare».
Invece no. Quel libro lo ha scritto Enrico Tagliaferro, uno che io stesso ho presentato come «amico dei Ros», cioè del «nemico». Non solo: quel libro ha anche la prefazione di un ex ufficiale dei Ros, l’ex tenente colonnello Angelo Jannone. A quel punto, il fatto che nel libro ci siano scritte cose vere, talmente vere che nemmeno Massimo Ciancimino può smentirlediventa irrilevante: «Ti rendi conto che così spacchi il CLN? Ti rendi conto che così ti schieri coi Ros?», mi rimprovera l’amico numero due. Cosa significhi quel «così ti schieri coi Ros» lo aveva in precedenza illustrato meticolosamente un altro amico, Pietro Orsatti, direttore de Gli Italiani, il giornale telematico che ha portato fuori da fb la mia nota, in un commento leggibile nel sito e nella sua pagina fb: «C’è un partito nell’antimafia (che brutto termine, permettetemi) che è terrorizzato – scrive Pietro – da quello che potrebbe succedere dopo un’eventuale condanna di Mori (e figuriamoci se condannassero anche Gazner). Perché metterebbe in enormi difficoltà un metodo di lavoro e un intero gruppo di uomini che per anni hanno operato in Sicilia e in tutta Italia. I primi ovviamente a essere preoccupati sono proprio gli uomini di questo pezzetto dello Stato. Poi a tremare sono quelli che si sono “iscritti” negli anni al partito dei “Ros” (scusatemi se rabbrividisco) e che pensano che la lotta alla mafia si sia risolta in catarsi con la cattura di Riina nel ’93 (e tutto il resto è “noia”). In questo partito si sono iscritti in molti. Per una ragione, principalmente. La necessità di essere dalla parte di un eroe-vittima, di una causa-causa. Quale essa sia. Tutto il resto è il nemico».
Chiarito di quale “reato” mi sarei macchiato (Pietro scusa se ti ho impropriamente trasformato in inquisitore: è solo funzionale al racconto), torniamo all’amico numero due e al CLN, chiarendo, casomai ci fossero dubbi, che si è trattato di una franca discussione fra amici e che il mio amico non era portavoce di altri, anche se è probabile che la sua opinione coincida con quella di molti altri, della maggioranza del CLN. Forse di tutto il CLN. Ché la lotta alla mafia è la nuova Resistenza (e su questo sono d’accordo... ehm... lo sostengo da una ventina d'anni, insieme con altri). E se c’è la Resistenza c’è pure il CLN (uhm…). Però non sapevo di farne parte, del CLN, né so chi siano gli altri membri. Ma questo non l’ho detto al mio amico e mi mordo la lingua per non continuare a parlare di CLN e di possibili componenti perché dovrei procedere per ipotesi e potrei macchiarmi di nuovi e ben più gravi “reati”. No, al mio amico ho detto che ho recensito quel libro perché è imperniato su un fatto vero. «E l’aspetto politico?», ha obiettato. Se in vita mia avessi fatto calcoli politici – ho risposto – non sarei disoccupato. E poi, se proprio vogliamo parlare di “politica”: nuoce di più alla “causa” chi procede dritto incurante delle grossolane contraddizioni di Ciancimino jr e di quel documento taroccato (che è un reato penale) o chi denuncia tutto ciò avvertendo che procedendo a questo modo a farne le spese saranno «la verità e la giustizia»?
Col mio amico ci siamo salutati ribadendoci il reciproco rispetto dell’altrui opinione.
In fondo, di che mi lamento? Ciò che viene oggi contestato a me, non è ciò che ieri ho contestato a Dal Lago? Sarei stato, dunque, ripagato con la stessa moneta? È questa la morale della storia? Mica ne sono sicuro.
Roberto Saviano è un giovane giornalista autore un romanzo che ha fatto conoscere a tutto il mondo il potere della camorra, anzi del Sistema. Roberto Saviano rischia la vita per il romanzo e per ciò che quel romanzo ha innescato. Questo aspetto è per me una sorta di tabù che mi impedisce di confrontarmi pubblicamente sulle storture del savianismo. Non solo. Se qualcuno lo fa – per quanto autorevole – reagisco in maniera similcensoria. Anche perché l’autore di quel libro si è trincerato dietro un “dubbio” circa i reali rischi di Saviano, che in passato, in un’intervista sullo stesso tema, non aveva e si era anzi detto certo che i Casalesi, a Saviano, «gliel’han giurata». Certo, si può cambiare idea. Qualcuno pensa realmente che nel caso specifico sia così? Oppure il “dubbio” serve a sgomberare il campo dalla consapevolezza che se si attacca Saviano da quell’area politica (dall’altra ci pensa Emilio Fede un giorno sì e un altro anche, senza contare Berlusconi, periodicamente, e gli altri suoi scagnozzi) si rischia di indebolirlo, di isolarlo e di aumentare i rischi per la sua incolumità? A me, più che un dubbio sembra la precostituzione di un alibi.
E veniamo a Massimo Ciancimino e al CLN. Cominciamo dal primo: è il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, un politico mafioso; è l’“amministratore” dei soldi sporchi accumulati dal padre durante alcuni decenni di allegra depredazione della cosa pubblica, in combutta con mafiosi e tanti altri esponenti politici dell’epoca, molti dei quali mafiosi anch’essi sebbene non ci sia alcuna sentenza giudiziaria a sancirlo. In quegli anni a Palermo sono stati ammazzati giornalisti, magistrati, prefetti, ufficiali e agenti dei carabinieri, poliziotti e funzionari di polizia, uomini politici di maggioranza e di opposizione, il presidente della regione. E un paio di migliaia di mafiosi, di quelli con la coppola e la lupara (fa tanto Hollywood). Mentre suo padre e i suoi amici mafiavano e depredavano la città e l’intera regione, sono stati ammazzati tutti coloro che potevano rappresentare un intralcio. Tutti. 
Due anni e mezzo fa, il figlio di don Vito, rilasciò un’intervista a Panorama in cui si “limitava” a dichiarare: «Il capitano De Donno mi chiese di poter incontrare mio padre per aprire un canale, anticipandomi che l’argomento sarebbe stato quello della cattura dei superlatitanti. Gli incontri durarono tutta l’estate del 1992, subito dopo la strage di Capaci. Mio padre all’inizio era contrario. Avviare una trattativa e poi interromperla significava mostrare la propria debolezza. Tanto che subito dopo le richieste di Riina lo Stato fece un passo indietro. E venne ucciso Paolo Borsellino». Robetta. Ha solo detto che, dopo Capaci, ci fu una trattativa Ros/Stato-Riina, che quest’ultimo presentò delle richieste per mettere fine alle stragi, lo Stato rifiutò e come ritorsione ci fu la strage di via D’Amelio. Bazzecole. Che alla procura di Caltanisseta, prima, e a quella di Palermo, poi, non devono essere sembrate tali e lo hanno convocato per avere dei chiarimenti. Da quel momento in poi assistiamo a una sceneggiata che manco Mario Merola e Totò avrebbero saputo congegnare così bene, riuscendo a protrarla per due anni e mezzo (e non sappiamo quanto gli consentiranno ancora di tirarla per le lunghe), Ovviamente non ha detto nulla o quasi sugli omicidi eccellenti degli anni in cui suo padre era uno dei dominus degli affari (sporchi) siciliani né su dove siano nascosti i soldi illecitamente accumulati dal suo illustre genitore mentre i suoi compari ammazzavano un’intera classe dirigente siciliana. Soldi che dopo la morte di don Vito sono anche nella sua disponibilità. 
Però ci ha detto che c’è stata la trattativa, nei termini in cui sappiamo (e volevamo sentirci dire) e, dunque, dobbiamo coccolarcelo e mettere la sua immaginetta accanto a quella del Che, di Pertini, di Berlinguer, di dalla Chiesa, di Giuseppe Fava e di chi vi pare e piace. Anche di Saviano, sì. E se dice fesserie non bisogna documentarlo. E se presenta ai magistrati carte taroccate bisogna fare finta di non avere visto, perché così ha deciso il CLN. Anche per via del fatto che il documento taroccato non l’ho scovato io ma un «amico dei Ros», cioè i «nemici», volgari sgherri di Dell’Utri e Berlusconi. E se uno non fosse convinto di tale impostazione? A scanso d’equivoci: forse c’è stata più d’una trattativa, inclusa quella condotta da Mori e De Donno per conto di pezzi dello Stato e e della maggioranza politica dell'epoca. È sicuramente iniziata subito dopo la strage di Capaci e non so come sia continuata, né so se sia realmente stato consegnato quel papello (propendo per il no, specie alla luce del «contropapello»; il perché l’ho spiegato altrove e, dunque, non ci torno) né so quando. Allo stesso modo, non so se la trattativa si sia conclusa con la consegna di Riina. Prevedeva anche lo stop alle stragi? In caso affermativo, mi chiedo: visto che le stragi si sono spostate dalla Sicilia al Continente, il «signor Carlo-Franco», i Ros, i ministri o chiunque altro fosse coinvolto nella trattativa, gliel’ha fatta una telefonata a Provenzano chiedendogli conto e ragione del perché non stesse rispettando i patti? Ah, già, Provenzano non usava il telefono ma solo i pizzini. Sul punto, il CLN che posizione ha? Quale libro devo comprare e leggere per trovare la “linea”?

E pensare che dopo una breve frequentazione giovanile (avevo 17 anni), non mi sono iscritto al PCI proprio per via del centralismo democratico. Ed era il Pci di Berlinguer. Così, intanto che m’interrogo sull’identità dei componenti e del capo del CLN, mi ritrovo iscritto d’ufficio ai Carabinieri, «usi ad obbedir tacendo». Pensa che paradosso. Fortuna che mio padre e miei nonni, braccianti comunisti, sono defunti, ché altrimenti morirebbero oggi, di crepacuore, nel vedermi arruolato nei “nuovi nazisti”. O ammazzerebbero me. E siccome i miei avi comunisti non possono sentirmi, mi si consenta (acc... i primi sintomi del berluscinismo si manafestano nel linguaggio) di mandare affanculo il CLN. E i Ros. E il savianismo. Per Saviano non mi sento ancora pronto, ma avremo modo di tornarci, ché i tabù non durano in eterno. 

Sebastiano Gulisano

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