Movimento Agende rosse a Milano 19 luglio 2010 . Il vergognoso bavaglio delle libertà civili

03.08.2010 18:15

19 luglio 2010
Milano. Piazza Duomo.
Berlusconi canta sul tetto, in piazza si nega la libertà di espressione a cittadini che passeggiano con l'Agenda rossa di Borsellino !

Questo è il vergognoso bavaglio delle libertà civili in Italia .

 

"Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà.

A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti."

(Primo Levi)

 

 
19 luglio 2010.  Sono passati diciotto anni dalla strage di via D'Amelio. Una strage barbara, in cui morirono Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta, Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo e Walter e che a diciotto anni di distanza non è ancora stata spiegata.

A Milano la società civile, come ogni anno, si mobilita. La società civile, non le istituzioni. Perché Milano è il capoluogo della quarta regione italiana per beni confiscati alla criminalità organizzata, ma le istituzioni fingono di non vedere e quando parlano di mafia si limitano a parlarne in astratto, da lontano, ricordando eroi siciliani, o calabresi, o campani. Di sicuro non milanesi e fa niente se Luciano Liggio e Gerlando Alberti furono arrestati a Milano, non importa se Giorgio Ambrosoli a Milano fu ucciso. La mafia al nord, secondo i politici, non c'è o magari c'è ma è un fenomeno isolato, di emigranti del sud, completamente avulso dal contesto padano. Però quest'anno la situazione è diversa: a pochi giorni dal 19 luglio un blitz ha incastrato 'Ndranghetisti e collusi, politici e imprenditori.

E così il comune decide di intestare frettolosamente, dopo anni, a Falcone e Borsellino il parco in cui i cittadini e gli studenti del liceo Volta piantarono un albero dedicato ai due giudici e alle loro scorte.
Al mattino in pompa magna giungono il sindaco Moratti, il vice sindaco De Corato, vari consiglieri e, non annunciato, il ministro della Difesa Ignazio La Russa con loro anche Armando Spataro. Alla commemorazione sono presenti alcuni ragazzi di Qui Milano Libera. In silenzio mostrano uno striscione: “Stragi di mafia e politica: vogliamo verità”. Poi, quando il sindaco ha terminato di parlare, la commemorazione è finita e i politici sembrano andarsene, i ragazzi si lasciano andare ad un coro “Fuori la mafia dallo Stato! Fuori la mafia da Milano”. E mentre il sindaco si dirige verso i giornalisti, Francesco, spalleggiato dagli altri ragazzi, si avvicina: “La mafia a Milano c'è, signor sindaco?”. Silenzio dalla Moratti, mentre LaRussa invita Francesco a cambiarsi la maglietta rossa (Rossa – gli risponde Francesco – come il sangue delle vittime di mafia e come l'agenda di Paolo Borsellino).

Nel tardo pomeriggio è la società civile ad onorare ancora Borsellino, insieme a Falcone, Ambrosoli, Francesca Morvillo e gli uomini delle scorte (non abbastanza importanti, a quanto pare, per essere ricordati dal sindaco al mattino). Al parco di via Marcello si radunano decine di persone, con il Popolo Viola, Qui Milano Libera, Omicron, le Agende Rosse, le Girandole... Gli interventi si susseguono, nel silenzio rispettoso dell'occasione: ci sono cittadini impegnati da anni nelle lotte civili, come Jole Garrutti, Edda Boletti, c'è Alfonso Navarra, compagno di Peppino Impastato. Per finire alla commozione del momento finale. Fiaccole accese e posate di fronte all'albero, mentre membri del Popolo Viola leggono frasi di Falcone, di Borsellino, di Ambrosoli.
Ma molti, durante quella toccante commemorazione, pensano alla strana coincidenza che sta avendo luogo qualche centinaio di metri più lontano.
Perché sulla terrazza del Duomo vengono premiati don Verzè, che definì Berlusconi “un dono di Dio agli italiani”, e Silvio Berlusconi, che ha recentemente affermato, tra il serio e il faceto, di voler strozzare quelli che scrivono di mafia e che ha, insieme a Dell’Utri, ha definito il boss mafioso Mangano un “eroe”. Vengono premiati dalla provincia, che, con il paravento di una raccolta fondi per la fabbrica del Duomo, ottiene la terrazza della chiesa per il concerto con Aznavour per il premio a Berlusconi "statista di rara capacità, conduce con responsabilità e lucida consapevolezza il Paese verso un futuro di donne e di uomini liberi che compongono una società solidale fondata sull'amore, la tolleranza e il rispetto per la vita".
E allora quei cittadini, che ricordano gli eroi antimafia, capiscono che è un affronto e che restare indifferenti vuol dire riproporre diciotto anni dopo lo scempio che è stato fatto di Paolo e della sua scorta e si recano  pacificamente in piazza Duomo. Non sono molti, alcuni portano con sè un'agenda rossa. In piazza vengono immediatamente bloccati da agenti della Digos e da una trentina di uomini in divisa. La zona intorno al Duomo è chiusa e controllata da centinaia di agenti, ma la piazza è aperta al pubblico. Gli unici che non possono passare sono proprio i cittadini rei di ricordare le vittime di mafia.
All'inizio sembra quasi di riuscire a dialogare: “Noi ci disorganizziamo e ognuno, da solo o in gruppetti di due o tre persone, passeggia – cerca di dire Piero Ricca ad un agente della Digos – Se compiamo reati avete tutti i diritti di portarci via”. Poi i toni si alzano e l'agente si rivolge ai cittadini, certo non abituati ad essere trattati da criminali: chiunque passerà e compierà quest'iniziativa verrà identificato, perché questa è manifestazione non autorizzata. Tiro fuori dallo zaino la mia agenda rossa, la alzo verso il cielo e affermo che ho intenzione di passeggiare, da sola, in piazza. “È manifestazione non autorizzata e io ti devo identificare” mi dice, tra il paterno e lo scocciato. “Sono da sola” gli rispondo, poi di rimando gli chiedo: “Ma il fatto che io passeggi da sola con questa agenda in piazza Duomo è un attentato al quieto vivere o alla sicurezza pubblica?”. Non vogliono sentire ragioni, l'agente s i rivolge verso gli altri e afferma che chiunque manifesterà verrà bloccato e identificato. Un carabiniere dietro di me non ci sta: “Io non blocco nessuno” scandisce. Lascia passare me e pochi altri. Nel frattempo i toni si fanno più accesi. Piero Ricca è nel centro della piazza con tre o quattro persone, su di lui all'inizio solo qualche agente della Digos, poi un'intera falange della Polizia. Più indietro un altro gruppo è accerchiato dalle forze dell'ordine e identificato. Poi arriva l'ordine: avanzare compatti. Il gruppetto di cittadini dalla memoria viva e vigile viene spinto verso la vicina via Mercanti. Verranno piantonati fino alla mezzanotte, quando dalla terrazza se ne saranno andati tutti, Emilio Fede, Confalonieri, la Brambilla, la Gelmini, Pecorella, LaRussa.
A Milano la sprezzante celebrazione di un politico può calpestare gli articoli 3, 13, 16, 17, 21 e 27 della Costituzione. Può calpestare chi per la Costituzione ha dato la vita. Può calpestare le vittime di mafia, dimenticate in quella data sacra.

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