Mauro Rostagno, un rivoluzionario in Sicilia

26.09.2010 20:26

 

Oggi Valderice, Trapani e l’Italia tutta commemorano una persona scomparsa ventidue anni fa, un rivoluzionario torinese che piantò la bandiera della Libertà nelle infestate coste trapanasi e pagò il suo impegno di giornalista con la morte, come tanti che, nella ricerca della Verità, vengono fermati dai tentacoli di Cosa nostra.

Il giornalista in questione si chiamava Mauro Rostagno e nacque a Torino nel marzo del 1942. A diciotto anni non conseguì il diploma scientifico perché sposò la donna che gli diede una bambina. Negli anni successivi lasciò l’Italia per lavorare in Germania e in Inghilterra, dopodiché tornò in patria, stabilendosi a Milano. Il suo spirito rivoluzionario lo portò quasi alla morte quando, mentre protestava sotto il consolato spagnolo per l’uccisione di un ragazzo da parte del regime franchista, rischiò di essere investito da un tram e, qualche anno più tardi, sempre per lo stesso motivo, venne espulso dalla Francia, in seguito ad una manifestazione giovanile di protesta.

 

Negli anni Sessanta ebbe inizio la sua esperienza a Trento, presso la facoltà di Sociologia, dove si laureò a pieni voti nel ’70. Seguirono la fondazione di Lotta Continua e gli anni di protesta della sinistra extraparlamentare. Tra il ’72 e il ’76 gli venne assegnata una cattedra di sociologia presso l’Università di Palermo, ma la sua avventura in Sicilia era destinata a proseguire negli anni successivi, al suo ritorno dal viaggio in India, dove si era unito agli arancioni di Bhagwan Shree Rajneesh (Osho).

 

Nell’81 il ritorno in terra di mafia, nel trapanese. “La rivoluzione è qui adesso, a Trapani contro la mafia” amava dire, mentre si occupava della comunità Saman, centro terapeutico per il recupero di tossicodipendenti, che aveva appena fondato insieme alla compagna.

 

Mostrare il proprio dissenso in Sicilia significa attentare alla propria vita, perché quando si inizia a denunciare certi ambienti collusi e criminali, Cosa nostra non gradisce e scrive il tuo nome su registro nero. Mauro Rostagno però, era convinto che mostrare il proprio dissenso alla mafia significasse anche dare un senso alla propria esistenza, difendere la propria dignità di uomo e servire una nobile causa. Non potendo fare altrimenti, iniziò a lavorare come giornalista e conduttore per l’emittente televisiva locale, RTC (RadioTeleCine), denunciando i rapporti tra mafia e politica, quelli che, ancor di più, ti costano la vita.

 

La sera del 26 settembre del 1988, alcuni sicari lo uccisero mentre era a bordo della sua auto, in contrada Lenza, a meno di un chilometro dalla sede Saman. Per anni, le indagini sull’omicidio di quel giornalista che voleva portare la rivoluzione in Sicilia, hanno percorso piste diverse e talvolta hanno assunto i tratti di un giallo cinematografico. Inizialmente si imboccò la pista giusta, quella della mafia, poi vennero i depistaggi. C’era chi supponeva che un membro stesso del Saman fosse stato l’autore del suo omicidio, altri avevano intrapreso la pista del traffico di droga, valutando l’ipotesi che Rostagno avesse scoperto traffici illeciti di armi con la Somalia, da parte di Francesco Cardella e Sismi, e avesse intenzione di denunciare il tutto.

 

Nel 1988 i faldoni vengono inviati alla Dda di Palermo, che scrive nel registro degli indagati il nome di Vincenzo Virga, il quale, secondo quanto confessato nel 1997 dal pentito Vincenzo Sinacori ai magistrati, "è stato lui a organizzare tutto...dopo che i suoi amici di Mazara del Vallo gli chiesero la cortesia di farlo fuori perché stava sulle scatole a Mariano Agate...non sopportavano Rostagno per i commenti che faceva ogni giorno dalla sua televisione...dissero a Virga di uccidere Rostagno, toccava a lui perché Trapani era il suo territorio".

Nel 2007, Antonio Ingroia chiede l’archiviazione per scadenza dei termini, ma il caso non era destinato a chiudersi così, senza colpevoli, né innocenti. È del 21 settembre scorso la notizia dell’ANSA che la Procura antimafia del capoluogo è pronta a chiedere il processo contro Vincenzo Virga e Vito Mazzara, accusati di essere rispettivamente il mandante e l’assassino del giornalista torinese. Una perizia balistica avrebbe infatti confermato i sospetti su Vito Mazzara, indicato come esecutore materiale del delitto e nei confronti del capo mandamento di Trapani, il boss Vincenzo Virga, in qualita' di mandante.

 

Un delitto, in ogni caso, costellato di misteri. Non si capisce il perché, ad esempio, non siano mai state ritrovate le registrazioni delle trasmissioni di Rostagno, in particolare una cassetta audio e una cassetta video su cui torreggiava la scritta “non toccare”. Sono troppi gli eroi scomparsi dietro un alone trascendente di mistero. Sono troppi gli eroi scomparsi, ecco tutto.

 

Mauro Rostagno è stato uno dei tanti rivoluzionari degli anni Settanta, ma il solo che ebbe il coraggio di portare la rivoluzione tra i tentacoli della mafia. “Questo è stato Mauro per i trapanesi: uno tsunami sotto un cielo plumbeo di conformismo e rassegnazione, che con la sua onda lunga incitava i trapanesi a guardarsi intorno e a diventare protagonisti del loro futuro.

È così che lo ricordano quelli che ancora oggi, a distanza di ventidue anni dalla sua morte, fanno tesoro dei suoi insegnamenti per costruire una società migliore perché, come diceva Mauro, “noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto.”

Serena Verrecchia

 

Video approfondimenti:
Lo speciale di Rainews24
Rostagno su Blu Notte (fonte Fragen79)

L'ultima lettera di Mauro Rostagno scritta a Renato Curcio (citata dal libro di Bolzoni, D'Avanzo):

Ho cominciato a mandare le telecamere tra la gente, farla parlare, ho fatto un gran casino sull'acqua (che manca ed è inquinata), sulla monnezza (le città sporche, i traffici loschi della nettezza urbana), sulle case popolari, sulle scuole antigieniche e carenti, sui palazzi di giustizia lasciati deserti di sostituti procuratori, soprattutto sulla sanità pubblica.Si getta alle spalle il lungo sonno agitato, i lacci e le catene. L'unica cosa che rimane delle sue molte vite, felici e agre, è il meglio che Mauro ha: l'insopprimibile desiderio di vivere.

E questo desiderio la natura, lo stile del suo modo di fare giornalismo.Non gli interessa la cronaca, che informa ma non fa conoscere. Vuole comunicare la vita.

 

 

Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre i fatti succedono.

Sociologicamente si chiama "primato dell'esistenziale sul teorico": e già questo, a Trapani, è profondamente antimafioso. Mauro, che ha sempre voluto sfuggire alla prigionia della coerenza, avverte che questo lavoro è coerente con la sua vita passata e le idee che ha coltivato.Vede la sottile trama che annoda i nuovi giorni, la nuova fatica, alle speranze di un tempo.

La vera rivoluzione è qui a Trapani.Le tensioni che mi sentivo dentro nel Sessantotto culturalmente possedevano già un vestito, la rivoluzione.

E avevano pure una biancheria intima, l'ideologia marxista.Tutto il movimento di quegli anni è stato una grande emersione del nuovo che si vestiva di vecchio.Non siamo neppure riusciti a inventarci un linguaggio: usavamo parole antiche, terrificanti, inutili. Adesso, questa cosa non la chiamo più rivoluzione, non ci vedo più alcun rapporto col marxismo.

Però la vivo come una sfida molto più impegnativa: è la vita, il diritto di vivere.E la lotta alla mafia esprime la stessa identica esigenza di un tempo: la gioia di vivere. è un altro Mauro o è sempre lo stesso? Chissà.

Mauro Rostagno 

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