L'intervento militare in Libia avvelena la rivoluzione araba

21.03.2011 22:33

Riproduco l’articolo di Seumas Milne pubblicato il 2 marzo 2011 sul quotidiano inglese The Guardian e riprodotto in lingua italiana sul sito

L’articolo ci illustra chiaramente quali sono i veri interessi di un intervento armato occidentale nella crisi libica.

Dietro il paravento di difendere la popolazione libica dall’eccidio voluto dal dittatore Gheddafi si nasconde la volonta’ dell’America e dell’Europa di appropriarsi del processo rivoluzionario in Liba creando un governo "amico" che attui cambiamenti cosmetici che consentirebbero il controllo del paese (petrolio e gas compresi) e la continuazione degli interessi occidentali come nel precedente regime ma senza Gheddafi.

Questo tentativo e’ gia’ in atto in Tunisia e in Egitto.

Anche se molto improbabile l’utilizzo di truppe occidentali nel suolo libico i raid arerei portano con se’ il rischio di infliggere un duro colpo al processo rivoluzionario che sta dilagando non solo in Libia ma nel mondo arabo.

Questo tentativo dell’Occidente si sta scontrando contro la richiesta di liberta’ democratica e il desiderio di inipendenza e autodeterminazione delle popolazioni arabe.

Augurandoci che il regime di Gheddafi sia sconfitto, la vera battaglia rivoluzionaria iniziera’ proprio nel periodo post Gheddafi.

Due gli esiti possibili: il controllo del governo da parte dell’Occidente attuando la famosa politica del gattopardo o una vera democrazia popolare e nazionale in Libia.

Per il bene del Continente Africano, del Mondo Arabo e del mondo intero, ardentemente spero che il vento rivoluzionario non sia soffocato ma che riesca ad arrivare anche nell’Occidente.

Fulvio Beltrami

21 marzo 2011

Kampala Uganda.

Fulviobeltrami1966@gmail.com

 

Nota sull’autore dell’articolo.

Seumas Milne è stato corrispondente del Guardian dal Medio Oriente, dalla Russia, dall’Asia meridionale e dall’America Latina; in precedenza ha lavorato per l’Economist

Nota: Le frasi in grassetto sono state sottolineate dal sottoscritto.

Titolo originale: Intervention in Libya would poison the Arab revolution:

Pubblicazione originale sul The Guardian il 02 marzo 2011

http://www.medarabnews.com/2011/03/09/un-intervento-in-libia-avvelenerebbe-la-rivoluzione-araba/

Tradotto in Italiano e pubblicato sul sito di informazione

Il 09 marzo 2011

http://www.medarabnews.com/2011/03/09/un-intervento-in-libia-avvelenerebbe-la-rivoluzione-araba/

www.medarabnews.com

È come se i bagni di sangue in Iraq e in Afghanistan siano stati solo un brutto sogno. Gli interventisti liberali sono tornati. Mentre l’insurrezione e la repressione spaccano in due la Libia e il bilancio delle vittime sale, le vecchie grida di battaglia di Bush e Blair sono tornate a perseguitarci.

Gli stessi leader occidentali che hanno felicemente fornito armi e fatto affari con il regime di Gheddafi fino a due settimane fa hanno elargito sanzioni nei confronti dell’autocrate, lo hanno allegramente messo in disparte, e lo hanno sottoposto al giudizio della Corte Penale Internazionale che gli Stati Uniti non riconoscono.

Mentre i politici americani e britannici hanno cominciato a parlare della creazione di una zona di interdizione aerea, navi da guerra americane sono state inviate nel Mediterraneo, una riserva di armi chimiche è stata debitamente scoperta, le forze speciali sono state mobilitate, l’Italia ha annullato il trattato di non aggressione con Tripoli, e un vero e proprio intervento militare occidentale in un altro paese arabo è improvvisamente diventato una seria prospettiva.

Istigato dai suoi luogotenenti neoconservatori, David Cameron si e’ spinto ben oltre. Fresco del suo tour per la fornitura di armi ai despoti del Golfo, il primo ministro britannico ha parlato con eccitazione dell’idea di fornire armi ai ribelli libici, e ha messo in scena una frettolosa ritirata solo quando ha notato di aver fatto un passo in piu’ dell’amministrazione americana.

Ma né la cautela degli americani né l’opposizione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbero oscurare il fatto che ci sia il serio rischio di un’azione armata occidentale in Libia. A differenza del resto della regione, non parliamo piu’ principalmente di forze di sicurezza dispiegate contro i manifestanti, ma di una spaccatura nel cuore del regime e delle forze armate, con ampie aree del paese nelle mani dell’opposizione armata.

A giudicare dai segnali inviati dal colonnello Gheddafi e dai suoi fedelissimi compagni, e’ probabile che il conflitto si intensifichi – con tutti gli ulteriori pretesti che ciò può offrire ad eventuali interferenze esterne, dalle crisi umanitarie alle minacce per quanto riguarda le forniture di petrolio.

Ma qualsiasi intervento porterebbe con se’ il rischio di una catastrofe, e infliggerebbe un duro colpo al processo rivoluzionario che sta dilagando nel mondo arabo.

Quando più di 300 persone vennero uccise dalle forze di sicurezza di Hosni Mubarak in un paio di settimane, Washington inizialmente chiese "moderazione da entrambe le parti". In Iraq, i 50.000 soldati di occupazione statunitensi proteggono un governo che venerdì scorso ha ucciso 29 persone che pacificamente manifestavano per chiedere riforme. In Bahrein, la sede della quinta flotta degli Stati Uniti, il regime per settimane ha sparato e lanciato gas lacrimogeni sui manifestanti con armi fornite dall’Inghilterra.

La "responsabilità di proteggere" invocata da coloro che chiedono un intervento in Libia è applicata in modo cosi’ selettivo che nemmeno il termine "ipocrisia" le rende giustizia. E l’idea che dei paesi che sono stati essi stessi responsabili negli ultimi dieci anni della morte di centinaia di migliaia di persone in guerre, occupazioni e interventi illegali, oltre ad arresti di massa senza processo, torture e sequestri di persona, debbano essere autorizzati dalle istituzioni internazionali ad intervenire per evitare uccisioni in altri paesi è semplicemente assurda. La sfacciataggine con cui William Hague ha insistito sul fatto che il "giorno della resa dei conti" arriverà per il regime libico se commetterà reati o atrocità, non tiene.

La realtà è che le potenze occidentali che hanno per decenni sostenuto dei cleptocrati autoritari in tutto il Medio Oriente stanno perdendo potere nella regione strategicamente più delicata del mondo a seguito delle rivolte arabe e della prospettiva di governi rappresentativi. Sono evidentemente determinate ad appropriarsi del processo rivoluzionario, ove possibile, limitandosi a cambiamenti cosmetici che consentirebbero il controllo costante della regione.

In Libia la disintegrazione del regime offre un fondamentale spiraglio. Cosa ancora più importante, a differenza della Tunisia e dell’Egitto, il premio strategico che aspetta tali potenze e’ una delle più grandi riserve di petrolio in Africa. Naturalmente il regime di Gheddafi ha fatto molta strada dai giorni in cui prese il controllo del petrolio del paese, cacciò le basi straniere e finanziò l’African National Congress mentre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dipingevano Nelson Mandela come un terrorista.

Oltre alla repressione, alla corruzione e al mancato rispetto dei suoi impegni nei confronti dei cittadini libici, il regime da molto tempo si e’ inginocchiato di fronte alle potenze occidentali

Ora la prospettiva della caduta del regime offre la possibilità di un coinvolgimento molto più forte – l’intelligence occidentale ha avuto uno spazio nell’opposizione libica per anni – mentre altri stati sembrano rischiare di uscire dall’orbita imperiale.

Ma la Libia ha una storia avvincente di occupazione straniera e di resistenza. Secondo le stime, fino ad un terzo della popolazione morì sotto il dominio coloniale italiano. Coloro che chiedono l’intervento militare occidentale in Libia non sembrano per niente turbati dal fatto che in tutto il mondo arabo l’intervento straniero, l’occupazione e il sostegno alla dittatura siano considerati una causa centrale dei problemi della regione. Indissolubilmente legato alla richiesta di libertà democratiche vi è un profondo desiderio di indipendenza e autodeterminazione.

Ciò emerge dalla reazione in Libia alla luce della minaccia di un intervento esterno. Come ha detto questa settimana uno dei leader militari dei ribelli di Bengasi, il generale Ahmad Gatroni, gli Stati Uniti dovrebbero "pensare alla propria gente, noi siamo in grado di badare a noi stessi".

L’area di interdizione aerea, sostenuta da altri esponenti dell’opposizione, comporterebbe un attacco militare contro le difese aeree della Libia e, a giudicare dall’esperienza irachena, è altamente improbabile che fermi un elicottero del regime o delle operazioni di terra. Ci sarebbe il rischio che il conflitto militare si propaghi e rafforzi la mano di Gheddafi permettendo al regime di rispolverare le sue credenziali anti-imperialiste. L’intervento militare non costituirebbe solamente una minaccia per la Libia e la sua gente, ma anche per il movimento democratico organico e locale emerso in tutta la regione.

Il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh sostenuto dagli USA e ora in seria difficolta’ ha affermato martedì che il movimento di protesta a livello regionale è stato " gestito da Tel Aviv ed è sotto la supervisione di Washington".  Questo al momento attuale puo’ facilmente essere definito come un’assurdità. Tuttavia le cose sarebbero diverse se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fornissero armi all’opposizione libica. La rivoluzione araba deve essere fatta dagli arabi, altrimenti non sara’ una rivoluzione.

 


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