LE RIMESSE DEGLI IMMIGRATI ALL’ESTERO: UN “BUCO” ENORME DA COPRIRE CON LE TASSE DEGLI ITALIANI

23.08.2011 16:24

Seconda parte del pezzo scritto dal nostro  Economista. Macchietti analizza le storture di un sistema di welfare fallato e fallace. Alla base dell’errore vi è un indice ISEE applicato malamente e che è alla base di una nuova lotta fra poveri

Gli immigrati spendono gran parte di quello che guadagnano in Italia per soddisfare i propri bisogni primari.

Il resto o lo risparmiano o lo inviano a casa. Il tutto quasi praticamente esentasse, mentre il welfare italiano (grazie soprattutto all’indice ISEE applicato malamente) viene utilizzato come ammortizzatore per spendere meno in Italia, con i costi generali che ricadono quasi interamente sui contribuenti italiani.

 

Sulla base di questi dati le domande che mi pongo sono due.  E’ vero che gli immigrati “regolari” denunciano tutto al fisco quello che guadagnano e  pagano tutte le tasse e contributi vari? Inoltre, nonostante l’utilizzo dei servizi messi in campo dal nostro welfare per i meno abbienti, gli immigranti riescono a risparmiare per potere mandare i soldi nei loro Paesi di origine?

Qua i dati ce li fornisce sempre uno studio della Fondazione Leone Moressa che ha condotto una ricerca molto interessante sulle rimesse economiche degli immigrati all’estero.

Ricordiamo che i valori riportati nello studio sono calcolati sulla base dei dati ufficiali, ossia degli stranieri regolarmente iscritti all’anagrafe e dei flussi di denaro registrati nei regolari canali di intermediazione e  la fonte dei dati fanno riferimento alla statistica ufficiale fornita dalla Banca d’Italia. Le rimesse si ascrivono quindi ai trasferimenti transitati per i canali di intermediazione regolare (banche, poste, agenzie, ecc.), mentre vengono lasciati fuori i canali informali. Tra questi si possono annoverare i canali familiari, dei conoscenti, i corrieri e i sistemi di trasferimento non registrati che alcuni stimano avere una consistenza almeno pari a quella dei canali ufficiali.

Nel 2010 dall’Italia è uscita una cifra superiore ai 6,3 miliardi di euro, pari allo 0,41% della ricchezza complessivamente prodotta a livello nazionale, mentre nel 2009 l’ammontare superava i 6,7 miliardi di euro.

Dal 2000 al 2010 le rimesse sono cresciute di dieci volte (985,2%). Il valore dei debiti portati fuori dal territorio nazionale ha subito un’impennata consistente nel 2004 quando, le rimesse in rapporto al Pil, sono passate dallo 0,09% allo 0,19%, attestandosi nell’anno successivo allo 0,27%, raggiungendo lo 0,41% nel 2010.

Quasi la metà delle rimesse (47,4%) che escono dal territorio nazionale vengono dirottate in Asia (con più di 3 miliardi di euro), mentre un quarto sono destinate ai paesi europei (che registrano rimesse per poco più di 1,7 miliardi di euro). Della rimanente parte, circa il 12,5% defluisce in Africa e quasi il 12% nel continente americano.

Per quanto riguarda il trend di crescita osservato negli ultimi dieci anni, si registrano gli aumenti più consistenti nei flussi di denaro destinati ai paesi africani e asiatici.

Sulla base della suddivisione per macroarea, le etnie che nel 2010 hanno inviato nei propri paesi di origine più denaro a livello procapite sono gli asiatici con 4.402€ annui, seguiti dagli americani con 2.155€.Gli africani destinano appena 857€ procapite, mentre gli europei 772€.

Il paese che nel 2010 ha ricevuto più denaro proveniente dal nostro paese è la Cina con un ammontare complessivo che si attesta a 1,7 miliardi di €. Al secondo e terzo posto si collocano Romania e Filippine che assorbono rispettivamente il 12,5% e l’11,2% delle rimesse complessive. Seguono a ruota, con incidenze inferiori Marocco, Senegal, Bangladesh e Perù. Se si osservano i dati relativi all’anno 2000 si nota come le Filippine fossero il paese che riceveva l’ammontare di rimesse più elevato tra i paesi menzionati e che paesi come il Bangladesh, la Cina e la Romania dal 2000 hanno fatto registrare aumenti considerevoli.

E’da sottolineare che le cifre indicate sono solo la punta di un iceberg, e che i valori economici reali possono corrispondere proporzionalmente pari al doppio.

Sintetizzando e rischiando la genericità dell’affermazione la fotografia che emerge incrociando le diverse fonti di informazione è che più della metà degli immigranti regolari nel nostro Paese, rispetto al fisco tendono a dichiarare il minimo e a volte il nulla, e che gli eventuali comportamenti irregolari dell’immigrato verso il sistema fiscale e del welfare sono frutto di una scelta dettata all’origine che è quella di non restare in Italia e neppure portarsi a casa i contributi, tanto più che molti dei loro paesi di origine non hanno neppure firmato le convenzioni con l’Italia. Il loro obiettivo è un altro: mettere da parte il gruzzolo più pingue possibile per poi investirli nei loro paesi di origine. In altre parole, hanno interesse a incassare soldi, non contributi.

In sintesi tornando alle domande iniziali il quadro che si ricava non è molto distante da quello che è il comune sentire degli italiani, e cioè, almeno quelli che sono regolari la maggior parte di loro, non denuncia tutto al fisco e tendono a dichiarare la soglia minima di reddito per poi potere accedere alle tante diverse agevolazioni che il nostro welfare mette a disposizione, il tutto finalizzato a poter risparmiare e inviare il più possibile soldi all’estero, il tutto agevolato da una mancanza di controlli e verifiche del loro status patrimoniale del paese di origine, aiutati di certo anche dall’assenza di un eventuale sistema impositivo che può essere ipotizzato per le rimesse all’estero vista anche la grandezza delle cifre in circolo.

Foto CC, di aaron13251

Gli effetti distorsivi di questa tendenza dell’immigrato ad accumulare risparmio per potere poi essere investito nel loro paese di origine genera situazioni di difficile soluzione perché si incrociano diverse convenienze, quale quella dell’immigrato a privilegiare il “lavoro in nero” per stare sotto la soglia di reddito e accedere ai servizi sociali e nel contempo avere maggiori risorse,  e quella dell’italiano che trova manodopera a costo molto più basso (basti pensare ad esempio al settore manifatturiero cinese, o all’impiego di manovalanza nel settore edile dei rumeni). Un processo di “dumping” accettato da tutti ma che di fatto viene fatto pagare sulla pelle di quei cittadini italiani che si trovano nella stessa soglia sociale dell’immigrato ma rispetto a loro con il maggior peso di affrontare un concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro  e una maggiore difficoltà nell’accesso ai servizi, senza avere peraltro l’obiettivo di reinvestire in un altro paese con un costo della vita molto più basso i loro risparmi.

Un altro aspetto da considerare è anche a livello macroeconomico, dove una situazione di un risparmio non consumato in Italia  non aiuta di certo la produzione della ricchezza, anzi è contestuale una erosione del PIL, nonché, un ulteriore fattore di lentezza della ripresa economica.

In conclusione, in una situazione cosi difficile e complessa la politica, senza ipocrisie, dovrebbe intervenire, anche se gli interessi in gioco che ruotano intorno all’immigrato sono tanti, ma è proprio in queste situazioni che la nostra classe dirigente dovrebbe avviare un serio dibattito sull’immigrazione che non può fermarsi solo sul concetto di “respingimento” o intervenire nelle sue diverse forme poliziesche,  ma avere la capacità costruire un impalcatura normativa che intervenga perpendicolarmente sulla necessità di creare dei dispositivi selettivi che non consentano l’elusione o l’evasione della ricchezza prodotta da parte dell’immigrato, perché se non si interviene in forma strutturale sulle problematiche economiche generate dal fenomeno dell’immigrazione il conto da pagare lo saldiamo tutti noi, giorno per giorno sempre più salato. 

Giorgio Macchietti

Leggi anche: altravocedelsannio.webnode.it/news/sar%c3%a0%20vero%20che%20manteniamo%20gli%20immigrati%20con%20

le%20nostre%20tasse-%20e%20loro%2c%20gli%20immigrati%2c%20le%20pagano%20le%20tasse-/

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...